Studiare la letteratura "brit" per capire come mai andiamo matti per Londra

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La Gran Bretagna attraverso i suoi romanzi

25 Ottobre 2009
Rudyard Kipling

Tra gli europei gli italiani sono quelli che vanno di più in Inghilterra: per un corso di lingua, per Londra, per lavoro. Su Ryanair s’incontrano ragazzi che volano a Londra per un concerto rock o una mostra durante il week end. Siamo pieni di ammiratori dell’Inghilterra, ma è difficile dire se conosciamo davvero questo paese. Abbiamo un’ottima tradizione di anglisti – basti pensare a Mario Praz, il principe degli anglisti italiani – , ma gli storici in genere non tengono conto delle ricerche dei nostri anglisti, anzi, come osserva Giovanni Sabbatucci nella prefazione alla Storia della cultura inglese di Matthew Fforde, tranne rare eccezioni, non si occupano della Gran Bretagna. I nostri storici danno importanza a documenti di archivio, a modelli ideologici e sociologici, non certo alla geografia, senza la quale è difficile comprendere una cultura nella quale l’insularità è il dato caratterizzante dell’identità.

Il libro di Fforde, una serie di saggi critici sulla letteratura inglese, è un’ottima introduzione per chi voglia capire questa isola in mezzo all’Atlantico, che è stata il primo paese a passare attraverso la rivoluzione industriale, con una grande tradizione commerciale, finanziaria, navale, militare, fino a diventare un vasto impero. Il creatore della leggenda dell’impero britannico è un grande scrittore, Rudyard Kipling, che nel racconto del “First sailor” narra come la nave rese l’inglese padrone del mondo. In un paese dove gli uomini di cultura non hanno mai avuto una funzione politica rilevante e raramente seggi in parlamento, anche se capi di governo come Disraeli e Churchill furono scrittori, la letteratura ha spazio, prestigio ed energia, come non accade da noi. Il dominio della lingua, il profondo rispetto per il linguaggio, l’importanza della precisione e dell’esattezza del suo impiego, insieme alla capacità di descrizione di individui e ambienti diversi, rende la letteratura inglese uno strumento indispensabile per capire il Regno Unito.

Fforde osserva come il paese simbolo del divorzio dal cattolicesimo, della rivoluzione industriale e della democrazia, conservò nostalgia per la ruralità e mantenne a lungo posizioni di potere per l’aristocrazia e la piccola nobiltà. Ancora alla fine dell’Ottocento l’80% della superficie della Gran Bretagna era in mano a 7.000 famiglie e i proprietari terrieri mantennero una posizione determinante in parlamento, nella chiesa anglicana, nelle forze armate, nel sistema giudiziario e nel governo locale. I romanzi delle Brontë o di Jane Austin danno una visione positiva della campagna e negativa della città industrializzata, di cui Dickens offre squarci spaventosi. Nel 1920, in piena nascita della società di massa, David Herbert Lawrence descrive in Women in love il disagio di fronte alla massa di umani sui treni diretti a Londra e dichiara di detestare il mondo moderno. Le stesse difficoltà prova Virginia Woolf, per la quale nel 1910 cambiò addirittura la natura umana.

Il disagio per la modernità continua a lungo, anche se con l’ascesa della democrazia la letteratura, con Huxley e Waugh, mette in ridicolo l’amore per la campagna dell’aristocrazia. La nostalgia per la campagna rimane però nella stessa struttura urbanistica delle città, con l’ampio spazio per i parchi e nel culto del giardinaggio, in quel fazzoletto di terra delle villette a schiera, che fa sentire gentry anche l’elettore labour. La ricerca del mondo perduto con l’industrializzazione porta in letteratura una idealizzazione naif per l’Italia agraria, povera, sensuale e felice, ma anche per il Messico, come accade a Lawrence. Senza contare l’importanza del viaggio in Oriente per la letteratura di una potenza imperiale.

La letteratura inglese mette sempre al centro l’individuo, responsabile del suo destino secondo l’etica protestante, e anche la storiografia britannica è caratterizzata dalla biografia, un genere che da noi non ha goduto di grande successo, se si escludono eccezioni come Renzo De Felice, che attraverso la biografia di Mussolini ha scritto la storia del fascismo. L’impero dà grandi scrittori come Thomas Edward Lawrence, Lawrence d’Arabia, l’agente segreto, che pare un personaggio di Kipling e che riuscì a fare ribellare gli arabi all’impero ottomano durante la prima guerra mondiale. La passione per lo spionaggio è ancora oggi uno dei filoni più interessanti della letteratura inglese: forse pochi come John Le Carré sono riusciti a spiegarci così bene la guerra fredda.

La fine dell’impero coincide per Fforde con l’ingresso della Gran Bretagna nella post-modernità, a cui corrisponde la desocializzazione e la deculturalizzazione della società inglese: la crisi della famiglia, l’espansione della secolarizzazione, la comparsa di un individualismo estremo e della chimera bioetica. Va però osservato che il paese di Enrico VIII, di Elisabetta I e di Darwin aveva completamente secolarizzato la società britannica fin dalla riforma, unendo spregiudicatezza e moralismo in un curioso mélange. La parabola britannica ha nell’anglo-giapponese Kazuo Ishiguro uno degli scrittori più sensibili, che in Non lasciarmi ci descrive la vita di bimbi cloni destinati al prelievo di organi. Ma il capolavoro di Ishiguro rimane Quel che resta del giorno, dove descrivendo un maggiordomo fiero della sua esistenza di subalterno e convinto di conquistare un posto nella storia lucidando argenteria, ha descritto l’essenza dell’identità della nazione simbolo della democrazia.

http://www.loccidentale.it/articolo/daniela+coli.0080294

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