STUDIARE DANTE IN INGLESE?

Posted on in Politica e lingue 18 vedi

LA PROPOSTA DEL POLITECNICO

Preceduto da una lusinghiera presentazione, il docente straniero entra nell’aula universitaria e annuncia il tema delle lezioni che lo terranno due mesi in Italia. Parla in inglese. E qui si vede la differenza fra Nord e Sud: gli studenti del Politecnico di Milano o di Scienze Politiche a Torino aspettano almeno la seconda lezione prima di chiedere al professore se non gli sia possibile sforzarsi di parlare in italiano, o intervallare le lezioni con sintesi fatte da qualcuno in italiano; gli studenti di Napoli o di Messina lo chiedono direttamente alla fine della prima lezione. Questa, secondo l’esperienza mia e di molti colleghi stranieri invitati negli atenei italiani, la situazione che si presenta di solito nelle università, quando non si tratti, ovviamente, di corsi di laurea in lingue, ovvero, nelle altre Facoltà, di seminari liberi, aperti alla frequentazione di studenti che già posseggano una solida conoscenza della lingua inglese.

L’iniziativa del Politecnico di Milano che, come ha annunciato il rettore Giovanni Azzone, ha previsto di svolgere i corsi di laurea magistrale, dal 2014, interamente in inglese, ha dunque suscitato qualche dubbio in quanti conoscono bene le competenze linguistiche dei futuri ingegneri; e mentre una parte del Politecnico si solleva appellandosi alle norme che sanciscono la libertà d’insegnamento sul suolo italiano e l’obbligatorietà della lingua nazionale, da altre parti giungono inviti ad «aprirsi anche alle materie umanistiche o classiche» realizzando «tutte le lauree magistrali e dottorati in lingua inglese» come scrive Stefano Blanco sul Corriere della Sera di sabato 21 aprile.

Che imparare a parlare, ma soprattutto a pensare in altre lingue, sia prezioso stimolo intellettuale è incontestabile (grandi vecchi hanno adottato l’abitudine di imparare nuove lingue dopo i settant’anni per mantenere vive la proprie facoltà mentali); ed è incontestabile che una cultura universitaria dovrebbe avere multiple competenze linguistiche: sarà la conoscenza del tedesco per musicologi o filologi, del francese per studiosi del pensiero illuminista, dell’italiano e latino per specialisti dell’arte rinascimentale… Ma la scelta monolingue del Politecnico e soprattutto l’obbligatorietà dell’inglese nella didattica a livello magistrale, proprio dove si suppone più critico il pensiero e più complessa la capacità di dibattito teorico, non sembrano rispondere a queste esigenze.

Invece di intervenire all’inizio del processo di apprendimento linguistico, moltiplicando gli strumenti a partire dalle elementari, facilitando la presenza di madrelingua lungo il percorso di studio, e soprattutto favorendo l’incremento delle lauree bi-nazionali e dei dottorati internazionali, eccoci presentata una soluzione finale (in tutti i sensi), che elimina l’italiano in favore di una lingua puramente strumentale, caratterizzata da modelli semplificati e da un lessico settoriale.

Negli anni 90 una ventata anglofila già aveva spirato in Italia; il ricordo del docente che proponeva un futuro insegnamento della Divina Commedia tradotta e commentata in inglese è incancellabile in chi partecipò ai primi incontri per la scuola europea. Ma era un’Europa che credeva nell’Europa, e in nome dell’Europa certi entusiastici paradossi apparivano quasi giustificabili.

Giaveri Marina
28 aprile 2012 – Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/2012 … 8008.shtml




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.