strategia comune nella ue allargata

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IL SOLE 24 ORE 24.05.2004 p. 1

WELFARE E OCCUPAZIONE

Strategia comune nella Ue allargata
DI GIULIANO CAZZOLA
Molti sono i problemi che si aprono nell'Unione a 25. Ma in numero maggiore possono divenire le opportunità. Le nuove sono nazioni motto dinamiche: dal 1989 a oggi hanno compiuto passi da gigante. E questo non solo nello smantellamento della bardature stataliste e nell'avvio di forme di economia di mercato, ma anche nel risanamento dei conti pubblici e nel varo di importanti riforme sociali e del lavoro. Per quanto riguarda le finanze pubbliche, discrete (in rapporto al Pii) sono le performance del debito, mentre talvolta vi sono problemi in merito al dato del deficit annuo (che stenta a rimanere entro il limite del 3%, come richiesto per entrare nel club dell'euro). Le principali differenze riguardano non solo i livelli di vita e le condizioni di lavoro, ma soprattutto i modelli di Welfare, che costituiranno uno dei terreni più delicati dell'integrazione sociale ed economica dell'Europa a 25. I nuovi Paesi mettono in evidenza caratteristiche strutturali analoghe a quelle dei Quindici. Innanzitutto, un basso indice di fecondità, con un calo negli ultimi dieci anni. Anche il dato della speranza di vita alla nascita, nello stesso arco di tempo, si è evoluto, in parecchie nazioni, in termini analoghi a quelli dei Paesi occidentali. Diverso è il caso della speranza di vita a 65 anni che, in un certo numero dei nuovi Paesi, rimane inferiore alla media, a prova della persistenza di inadeguate strutture sanitarie, di stili di vita non corretti e di larghe fasce di indigenza. Anche nei Dieci la ripartizione delle spese sociali in rapporto al Pii mostra che le pensioni (insieme alla sanità) rappresentano una delle voci di maggior peso finanziario, sia pure in un quadro ampio, ragguagliato alle condizioni generali dei diversi Paesi e alla natura dei sistemi. Gli interventi in materia di assistenza sociale e di tutela della disoccupazione. Venticinque a confronto Alcuni indicatori economici principali e di politica sociale dei nuovi Paesi Ue e dei Quindici sono, invece, assai modesti. Inoltre, i Dieci dovrebbero destinare annualmente quote di Pil comprese tra l'1,2 e l'1,6% per adeguare i loro apparati agli standard ambientali dell'Unione. Ecco perché una strategia tendenzialmente comune e coordinata per tutti i 25 Paesi, riferita all'insieme delle politiche del Welfare e del lavoro, sarebbe opportuna, così da evitare situazioni incontrollate di dumping sociale e promuovere sistemi di protezione tanto sostenibili quanto adeguati. L'altra faccia del Welfare è data dal costo del lavoro (che nei Dieci è inferiore a un terzo di quello medio dei Quindici), in vista sia della prospettiva di ulteriori delocalizzazioni di attività produttive nei nuovi Stati (alla ricerca di manodopera a buon mercato e meno tutelata) sia della questione della mobilità di quei lavoratori verso Ovest, Le stime più accreditate dell'impatto migratorio, derivante dall'allargamento, prefigurano un flusso di circa 400mila persone in più all'anno. Oggi, nell'area della Ue a 15 vi sono circa 20 milioni di stranieri, il 57% dei quali proviene dagli stessi Paesi dell'Unione. Si stima che i lavoratori siano all'incirca 8,5 milioni. Già in precedenza era assai consistente la quota di arrivi dai Paesi dell'Est. E previsto un periodo transitorio – di due anni, rinnovabile due volte per un tempo massimo di sette anni- prima della completa liberalizzazione dei flussi provenienti dai Paesi nuovi entrati. Su base volontaria, tuttavia, i singoli Stati potranno non avvalersi del regime di transizione e riconoscere da subito il diritto alla mobilità oppure avvalersene solo in parte. Per altro, l'immigrazione di oggi (una problematica, che insieme a quella delle politiche familiari, ha avuto un notevole impulso ad opera della presidenza irlandese) è molto più fluida e dinamica di quella di un secolo fa, quando “partivano i bastimenti” e gli emigranti non tornavano indietro. Lo sviluppo delle comunicazioni e del trasporto a dimensione planetaria e a prezzi relativamente bassi, consente, adesso, maggiori opportunità di muoversi in diversi Paesi, di rientrare in Patria e di emigrare di nuovo, anche in periodi limitati. Quanto alla transizione, allora, sarebbe bene andare a regime il prima possibile, perché il dispositivo ha due difetti. In primo luogo, viene distorta la distribuzione geografica degli immigrati concentrandoli verso le nazioni che non pongono restrizioni (sia pure temporanee) all'accesso. In secondo luogo, si rischia di mettere in moto meccanismi di concorrenza al ribasso fra gli attuali Paesi della Ue. Si tenga conto, infatti, che spesso la spinta agli investimenti all'estero deriva dalle difficoltà di trovare manodopera in Patria. Avere a disposizione, quindi, dei concittadini comunitari, disposti a venire, può essere un vantaggio.

GIULIANO CAZZOLA


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