Storie di parole

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Se la lingua sa di plastica

di Maria Luisa Altieri Biagi

Si’ e no sono avverbi impegnativi, spesso decisivi nella vita di un uomo; servono per sposarsi, per giurare, per rispondere a un referendum, ecc. Ma da qualche tempo sembra che non bastino piu’: e’ di moda anticipare a si’/no un altro avverbio, ingombrante e pretenzioso: “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!”. A volte l’affermazione e’ espressa dal solo: “Assolutamente!”. Si tratta di un “anglismo” (“Positively yes!”, “Absolutely!”, ecc.) che forse ha avuto la sua incubazione nell’ambiente lombardo dei giovani manager: quello stesso che ha messo in circolazione il “piuttosto che…”(la’ dove sarebbe bastata una virgola, o un semplice “e”): “…vendiamo oggetti da arredamento: quadri “piuttosto” che lampadari, soprammobili…”(dal parlato); “le peate veneziane portavano di tutto: farina “piuttosto che” materiali da costruzione…” (dal parlato trasmesso di “Linea Blu”, 20 aprile 2002, Rai Uno).

Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc.

Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.

L’ampia e rapida diffusione di parole e formule “riempibocca” ai danni di parole semplici, ma “giuste” (avrebbe detto Calvino) e ricche di linfa, si spiega con l’indolenza e la gregarieta’ dei parlanti, pronti ad accettarle nella convinzione (sbagliata) che la complicazione sia indizio di aristocrazia e di raffinatezza linguistica. (Da La Nazione, 20/11/2003).

Questo messaggio è stato modificato da: Daniela_Giglioli, 22 Ott 2006 – 12:44 [addsig]




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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

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Si’ e no sono avverbi impegnativi, spesso decisivi nella vita di un uomo; servono per sposarsi, per giurare, per rispondere a un referendum, ecc. Ma da qualche tempo sembra che non bastino piu’: e’ di moda anticipare a si’/no un altro avverbio, ingombrante e pretenzioso: “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!”. A volte l’affermazione e’ espressa dal solo: “Assolutamente!”. Si tratta di un “anglismo” (“Positively yes!”, “Absolutely!”, ecc.) che forse ha avuto la sua incubazione nell’ambiente lombardo dei giovani manager: quello stesso che ha messo in circolazione il “piuttosto che…”(la’ dove sarebbe bastata una virgola, o un semplice “e”): “…vendiamo oggetti da arredamento: quadri “piuttosto” che lampadari, soprammobili…”(dal parlato); “le peate veneziane portavano di tutto: farina “piuttosto che” materiali da costruzione…” (dal parlato trasmesso di “Linea Blu”, 20 aprile 2002, Rai Uno).<br /><br />
Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc. <br /><br />
Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.<br /><br />
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Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc. <br /><br />
Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.<br /><br />
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Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc. <br /><br />
Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.<br /><br />
L’ampia e rapida diffusione di parole e formule “riempibocca” ai danni di parole semplici, ma “giuste” (avrebbe detto Calvino) e ricche di linfa, si spiega con l’indolenza e la gregarieta’ dei parlanti, pronti ad accettarle nella convinzione (sbagliata) che la complicazione sia indizio di aristocrazia e di raffinatezza linguistica. (Da La Nazione, 20/11/2003). <br /><br />
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Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc. <br /><br />
Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.<br /><br />
L’ampia e rapida diffusione di parole e formule “riempibocca” ai danni di parole semplici, ma “giuste” (avrebbe detto Calvino) e ricche di linfa, si spiega con l’indolenza e la gregarieta’ dei parlanti, pronti ad accettarle nella convinzione (sbagliata) che la complicazione sia indizio di aristocrazia e di raffinatezza linguistica. (Da La Nazione, 20/11/2003). <br /><br />
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Si’ e no sono avverbi impegnativi, spesso decisivi nella vita di un uomo; servono per sposarsi, per giurare, per rispondere a un referendum, ecc. Ma da qualche tempo sembra che non bastino piu’: e’ di moda anticipare a si’/no un altro avverbio, ingombrante e pretenzioso: “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!”. A volte l’affermazione e’ espressa dal solo: “Assolutamente!”. Si tratta di un “anglismo” (“Positively yes!”, “Absolutely!”, ecc.) che forse ha avuto la sua incubazione nell’ambiente lombardo dei giovani manager: quello stesso che ha messo in circolazione il “piuttosto che…”(la’ dove sarebbe bastata una virgola, o un semplice “e”): “…vendiamo oggetti da arredamento: quadri “piuttosto” che lampadari, soprammobili…”(dal parlato); “le peate veneziane portavano di tutto: farina “piuttosto che” materiali da costruzione…” (dal parlato trasmesso di “Linea Blu”, 20 aprile 2002, Rai Uno).<br /><br />
Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc. <br /><br />
Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.<br /><br />
L’ampia e rapida diffusione di parole e formule “riempibocca” ai danni di parole semplici, ma “giuste” (avrebbe detto Calvino) e ricche di linfa, si spiega con l’indolenza e la gregarieta’ dei parlanti, pronti ad accettarle nella convinzione (sbagliata) che la complicazione sia indizio di aristocrazia e di raffinatezza linguistica. (Da La Nazione, 20/11/2003). <br /><br />
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Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc. <br /><br />
Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.<br /><br />
L’ampia e rapida diffusione di parole e formule “riempibocca” ai danni di parole semplici, ma “giuste” (avrebbe detto Calvino) e ricche di linfa, si spiega con l’indolenza e la gregarieta’ dei parlanti, pronti ad accettarle nella convinzione (sbagliata) che la complicazione sia indizio di aristocrazia e di raffinatezza linguistica. (Da La Nazione, 20/11/2003). <br /><br />
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Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc. <br /><br />
Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.<br /><br />
L’ampia e rapida diffusione di parole e formule “riempibocca” ai danni di parole semplici, ma “giuste” (avrebbe detto Calvino) e ricche di linfa, si spiega con l’indolenza e la gregarieta’ dei parlanti, pronti ad accettarle nella convinzione (sbagliata) che la complicazione sia indizio di aristocrazia e di raffinatezza linguistica. (Da La Nazione, 20/11/2003). <br /><br />
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Si’ e no sono avverbi impegnativi, spesso decisivi nella vita di un uomo; servono per sposarsi, per giurare, per rispondere a un referendum, ecc. Ma da qualche tempo sembra che non bastino piu’: e’ di moda anticipare a si’/no un altro avverbio, ingombrante e pretenzioso: “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!”. A volte l’affermazione e’ espressa dal solo: “Assolutamente!”. Si tratta di un “anglismo” (“Positively yes!”, “Absolutely!”, ecc.) che forse ha avuto la sua incubazione nell’ambiente lombardo dei giovani manager: quello stesso che ha messo in circolazione il “piuttosto che…”(la’ dove sarebbe bastata una virgola, o un semplice “e”): “…vendiamo oggetti da arredamento: quadri “piuttosto” che lampadari, soprammobili…”(dal parlato); “le peate veneziane portavano di tutto: farina “piuttosto che” materiali da costruzione…” (dal parlato trasmesso di “Linea Blu”, 20 aprile 2002, Rai Uno).<br /><br />
Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc. <br /><br />
Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.<br /><br />
L’ampia e rapida diffusione di parole e formule “riempibocca” ai danni di parole semplici, ma “giuste” (avrebbe detto Calvino) e ricche di linfa, si spiega con l’indolenza e la gregarieta’ dei parlanti, pronti ad accettarle nella convinzione (sbagliata) che la complicazione sia indizio di aristocrazia e di raffinatezza linguistica. (Da La Nazione, 20/11/2003). <br /><br />
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Redazione Forum
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Se la lingua sa di plastica<br /><br />
<br /><br />
di Maria Luisa Altieri Biagi<br /><br />
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Si’ e no sono avverbi impegnativi, spesso decisivi nella vita di un uomo; servono per sposarsi, per giurare, per rispondere a un referendum, ecc. Ma da qualche tempo sembra che non bastino piu’: e’ di moda anticipare a si’/no un altro avverbio, ingombrante e pretenzioso: “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!”. A volte l’affermazione e’ espressa dal solo: “Assolutamente!”. Si tratta di un “anglismo” (“Positively yes!”, “Absolutely!”, ecc.) che forse ha avuto la sua incubazione nell’ambiente lombardo dei giovani manager: quello stesso che ha messo in circolazione il “piuttosto che…”(la’ dove sarebbe bastata una virgola, o un semplice “e”): “…vendiamo oggetti da arredamento: quadri “piuttosto” che lampadari, soprammobili…”(dal parlato); “le peate veneziane portavano di tutto: farina “piuttosto che” materiali da costruzione…” (dal parlato trasmesso di “Linea Blu”, 20 aprile 2002, Rai Uno).<br /><br />
Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc. <br /><br />
Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.<br /><br />
L’ampia e rapida diffusione di parole e formule “riempibocca” ai danni di parole semplici, ma “giuste” (avrebbe detto Calvino) e ricche di linfa, si spiega con l’indolenza e la gregarieta’ dei parlanti, pronti ad accettarle nella convinzione (sbagliata) che la complicazione sia indizio di aristocrazia e di raffinatezza linguistica. (Da La Nazione, 20/11/2003). <br /><br />
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Se la lingua sa di plastica<br /><br />
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di Maria Luisa Altieri Biagi<br /><br />
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Si’ e no sono avverbi impegnativi, spesso decisivi nella vita di un uomo; servono per sposarsi, per giurare, per rispondere a un referendum, ecc. Ma da qualche tempo sembra che non bastino piu’: e’ di moda anticipare a si’/no un altro avverbio, ingombrante e pretenzioso: “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!”. A volte l’affermazione e’ espressa dal solo: “Assolutamente!”. Si tratta di un “anglismo” (“Positively yes!”, “Absolutely!”, ecc.) che forse ha avuto la sua incubazione nell’ambiente lombardo dei giovani manager: quello stesso che ha messo in circolazione il “piuttosto che…”(la’ dove sarebbe bastata una virgola, o un semplice “e”): “…vendiamo oggetti da arredamento: quadri “piuttosto” che lampadari, soprammobili…”(dal parlato); “le peate veneziane portavano di tutto: farina “piuttosto che” materiali da costruzione…” (dal parlato trasmesso di “Linea Blu”, 20 aprile 2002, Rai Uno).<br /><br />
Per “Assolutamente si’!”/ “Assolutamente no!” la motivazione iniziale puo’ essere stata un’esibizione di risolutezza, di efficienza manageriale; la televisione ha poi collaborato al rilancio: un partecipante (napoletano) al “Grande Fratello 2003” ha risposto cosi’ a tutte le domande, ogni giorno, per mesi. In altri casi e’ il linguaggio burocratico, filtrato attraverso giornali e telegiornali, a fornire il modello per quella “lingua di plastica” (cosi’ l’ ha definita Ornella Pollidori Castellani) che gradualmente sostituisce la lingua “pensata” e “sentita”: un cronista televisivo informa che un certo calciatore “ha ormai risolto la “problematica” del ginocchio”, quando “problema” sarebbe stata la scelta giusta; un altro cronista elogia un altro calciatore per aver fatto “ ‘molteplici’ calate a rete”, quando ‘molte’ sarebbe bastato; e’ raro che qualcuno “parli di un ‘tema’” perche’ quasi tutti “affrontano una ‘tematica’ ”. E ancora “annualità” insidia “anno”; “minimale” invade l’area di “minimo”, ecc. Basta ascoltare un telegiornale per trovare casi di “umanitario” invece di “umano”: accanto a usi legittimi come “aiuti ‘umanitari’ ”, “intervento ‘umanitario’ della Croce Rossa”, si sente parlare di “tragedia ‘umanitaria’ ” (!), di “strage ‘umanitaria’ ” (!), di “disastro ‘umanitario’ ” (!). Vere e proprie contraddizioni in termini, perche’ “umanitario” e’ “tutto cio’ che produce un miglioramento della condizione umana”, avendo quindi come sinonimi “filantropico”, “benefico”, “caritatevole”, “altruista”, ecc. <br /><br />
Perfino il mio parrucchiere partecipa al processo di plastificazione linguistica da quando ha sostituito l’abituale “buonasera” con un “Buona ‘serata’ ” troppo enfatico per le mie modeste prospettive serali.<br /><br />
L’ampia e rapida diffusione di parole e formule “riempibocca” ai danni di parole semplici, ma “giuste” (avrebbe detto Calvino) e ricche di linfa, si spiega con l’indolenza e la gregarieta’ dei parlanti, pronti ad accettarle nella convinzione (sbagliata) che la complicazione sia indizio di aristocrazia e di raffinatezza linguistica. (Da La Nazione, 20/11/2003). <br /><br />
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