Storia della lingua italiana e dell’Italia unita. L’italiano, lingua (poco) unitaria

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Storia della lingua italiana e dell’Italia unita
L’italiano, lingua (poco) unitaria

Firenze: convegno della Crusca sui mutamenti negli ultimi 150 anni
di Pierfrancesco Listri

Mi corre l’obbligo di annunciare prima di tutto il bel convegno che avrà luogo dal 2 al 4 dicembre a Firenze nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, promosso dall’Associazione per la Storia della Lingua Italiana e dall’Accademia della Crusca nel quale si dibatterà ad opera di specialisti (Tullio de Mauro, Lucio Villari, Francesco Sabatini e settanta studiosi anche stranieri), il tema "Storia della lingua italiana" e "Storia dell’Italia unita". Ma subito vale la pena dir parola di un ampio dibattito che si sta aprendo perfino con notazioni politiche (Padania), sul tema della lingua e su un doppio versante: quello del decadimento di una corretta e buona lingua italiana, anche e soprattutto sui media; e quello del rapporto fra la lingua e la società, alla luce anche dei 150 di un’antica nazione come l’Italia divenuta Stato.
Che la lingua stia subendo una terribile banalizzazione è cosa lampante. Fra le cause a determinarla, l’eccessivo uso degli esotismi (una certa colonizzazione dell’anglo-americano), la mobilità straordinaria di masse di cittadini stranieri nel nostro paese, la sciatteria radio-televisiva, lo scarsissimo interesse dato dalla scuola all’insegnamento di lessico, grammatica e sintassi, l’eccessivo bilinguismo dei linguaggi scientifici e tecnologici e via elencando. A cui va aggiunto l’incomprensibile disinteresse dello Stato della cultura e dell’opinione pubblica per una legittima difesa (vedi la Francia) della lingua nazionale. Più arduo definire il tema dell’aderenza della lingua ai bisogni e alla pratica sociale. Fra l’altro si legge in questi giorni una polemica a proposito di un italiano che sarebbe troppo accademico e che, ignorando la molteplice vivacità dei dialetti, si sarebbe staccato dalle esigenze di un uso vivo del parlare e dello scrivere. Qui ci soccorre la storia (proprio nell’anno delle celebrazioni dell’Unità), prima di tutto riconoscere che la lingua italiana segue una storia ormai quasi millenaria che per la nostra nazione è diversa dalle altre. Noi non abbiamo avuto una Riforma Protestante che, imponendo per la salvezza delle anime la lettura delle Sacre Scritture, provocò un largo fenomeno di alfabetizzazione e di lettura nei paesi di lingua tedesca. Né abbiamo avuto (se Dio vuole?) una Rivoluzione come la Francia che diede nuova dignità anche culturale al popolo e gli aprì le aule delle scuole. Da aggiungere che per ragioni soprattutto politiche e perché l’Italia fu, forse troppo a lungo un paese strenuamente agricolo cioè di contadini, all’aprirsi del Novecento gli analfabeti nel nostro paese erano ancora oltre il 70%.
Ognun sa poi che la grande lingua della triade Dante, Boccaccio, Petrarca fu usata e tramandata – in un paese di analfabeti – nel chiuso delle corti, delle curie e delle magistrature. Il popolo non la usò ma neppure la corruppe, sicché oggi quella lingua alta e pura conservatasi in sé perfetta ci permette di leggere correntemente o quasi i nostri grandi classici, (cosa che non accade altrove, si pensi a leggere oggi Shakespeare). Poi vennero, ed eccoci al tema, il Risorgimento e l’Unità. Fu allora che Manzoni, con la pratica del suo romanzo, e con le sue riflettute teorie sulla lingua unitaria, che era il ‘fiorentino parlato’. Altrettanto noto è che non tutti furono d’accordo, e un grande linguista come Graziano Ascoli vi si oppose in nome di un pluralismo che lasciasse più spazio alla molteplice vitalità dei dialetti. Se si eccettua il periodo del fascismo, scioccamente dialettofobico, poi l’abbandono delle campagne, poi lo strapotere della cultura tecnologica, poi gli stranierismi dilaganti, se si eccettua tutto questo le regole della lingua sono al punto in cui le lasciò Manzoni, sebbene in uno scenario abissalmente diverso. Lingua colta per tutti o rinascita dei dialetti? Il problema è grosso. Che una medietà illuminante possa risolvere tanto annoso problema? Allora tutti al convegno.
(Da La Nazione, 30/11/2010).




3 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

150° UNITA': NAPOLITANO, ITALIANO DETERMINANTE NEL PROCESSO UNITARIO.<br />
''L'evoluzione e diffusione della lingua italiana come fattore determinante del processo di unificazione nazionale costituisce un tema complesso e ricco di suggestioni. Se, infatti, la lingua italiana e' stata espressione di una identità culturale unitaria che ha preceduto la nascita dello Stato nazionale e' pur vero che si trattava di una lingua scritta riservata alla popolazione colta a fronte della pluralità dei particolarismi idiomatici in uso nel paese''. Lo afferma il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel messaggio inviato, in occasione del Convegno dedicato al tema ''L'Italiano e lo Stato Nazionale'', al Presidente dell'Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio,alla Presidente dell'ASLI, Silvia Morgana.<br />
Il convegno, continua il Capo dello Stato, ''ha quindi il merito di proporre una approfondita riflessione sul nesso tra la storia della lingua italiana e la storia dell'Italia unita attraverso, in primo luogo, l'analisi delle forme di intervento promosse dalle classi dirigenti del Regno d'Italia e della Repubblica italiana per trasformare una lingua elitaria in una lingua scritta e parlata in tutta la penisola. Gli approfondimenti che verranno dalle impegnative relazioni saranno punto di riferimento per l'iniziativa che il Quirinale intende promuovere nel prossimo anno per sottolineare il valore del tema dell'unita' linguistica nell'ambito delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario della fondazione dello Stato nazionale''. <br />
(Fonte ASCA, 2/12/2010).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

[justify]IL PICCOLO FRATELLO<br />
La via linguistica alla disunità d'Italia<br />
La lunga storia della nostra faziosità. Ne parlava già Dante<br />
di Paolo Di Stefano<br />
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Storia linguistica dell'Italia disunita, il nuovo libro dello storico della lingua Pietro Trifone Il Mulino, capovolge il famoso titolo di un saggio di Tullio De Mauro, pubblicato nel 1963, in cui l'Italia era o sembrava ancora unita. Dunque, che cos'è successo, nel frattempo? Probabilmente si sta profilando meglio quel che già aveva intuito Massimo D'Azeglio quando diceva che i più pericolosi nemici degli italiani sono al netto di cerchiobottismi e inciuci già allora sempre possibili gli italiani stessi. Per illustrare la via linguistica verso la disunità d'Italia, Trifone mette in campo le numerose parole e locuzioni che squalificano il Paese, in una fase storica in cui ha molto più successo dichiararsi antitaliani che italofili. Poco importa che si tratti di stereotipi: tipo quelli che vogliono i piemontesi falsi e cortesi, i liguri spilorci, i campani furbi e opportunisti, i toscani caratteracci e superbi, i romani rozzi e spocchiosi, i siciliani omertosi, i sardi testardi eccetera. Qui non si tratta solo di campanilismo, cioè di reciproci insulti locali, di faziosità per così dire etnica. Il filone più interessante è quello dell'autoironia o dell'autodenigrazione rappresentato bene, per esempio, da alterazioni riduttive e malevole come Italietta, italiota, italico, italiesco, oppure da formule come «Italia alle vongole» o dalle espressioni tutt'altro che bonarie «all'italiana»: morale all'italiana, politica all'italiana, giustizia all'italiana, sentenza all'italiana... Venendo alla campionatura regionale dell'autolesionismo e pescando nella tradizione, c'è solo l'imbarazzo della scelta, a partire dalla classica divisione tra polentoni e terroni: significativamente in calo i primi, mentre crescono i secondi con le loro varianti diminutive o peggiorative terroncello, terrunciello, terronaccio e via dicendo donde il patetico orgoglio all'incontrario di Abatantuono: «Io so' milanese al ciento per ciento». Per arrivare a epiteti esplicitamente etnici, come lumbard in romanesco «lombardone» significa ladro!, sudici, veneziani nel gergo calcistico il veneziano è un individualista prezioso quanto inutile, napoletani o napoli, minuscolo, più o meno sinonimo di terùn, genovesi nel senso di taccagni eccetera. Un fuoco incrociato che non risparmia nessuno. E non c'è bisogno di aggiungere i vari buzzurri e burini, coatti, baluba, beduini e zulù estesi ora agli immigrati, cui in alternativa viene appioppato il marchio d'origine in senso dispregiativo: albanese, marocchino eccetera, i cafoni e i pecorai genericamente meridionali, gli attributi che terminano romanescamente in -aro pallonaro, tangentaro, bidonaro, pataccaro eccetera, per cogliere quanto sia linguisticamente contorta e colorita la lunga strada che porta alla disunità italiana. Anzi, lunghissima, se è vero che già Dante individuava nella tendenza tutta italiana alla faziosità, al settarismo, alla partigianeria una delle più gravi patologie del suo tempo. <br />
(Dal Corriere della Sera, 21/12/2010).[/justify]

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Terroni, polentoni, casinari <br />
Le parole dell’Italia divisa<br />
<br />
Anche l’incapacità di Roma di essere una credibile capitale lessicale è un elemento di debolezza. La lingua che ci unì ora è specchio delle nostre lacerazioni<br />
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di Pietro Trifone<br />
(Docente di Storia della lingua italiana nell’Università di Roma Tor Vergata)<br />
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Nella più celebre delle sue invettive Dante si accanisce contro la serva Italia, definendola nave senza nocchiero e addirittura bordello. Si può capire che queste parole infiammassero i cuori dei padri del Risorgimento, perché l’Italia vi appariva non tanto come un’entità geografica, quanto piuttosto come un soggetto politico: solo vagheggiando qualcosa di simile a una nazione, infatti, Dante poteva lamentarsi del fatto che l’Italia fosse sottomessa a vari signori, sprovvista di una guida autorevole, ridotta in un grave stato di disordine civile e di corruzione morale. Sappiamo del resto che proprio dall’audacia di Dante discende la prima unificazione dell’Italia, quella linguistica; ma neppure a lui, che è stato capace di inventare l’italiano (nel senso della lingua), è riuscita l’impresa di inventare gli italiani, se ancora nei decenni successivi all’Unità ebbe tanta fortuna la frase di Massimo D’Azeglio «Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani». Alla quale fece eco presto la significativa riformulazione proposta da Federico De Roberto nel romanzo I Viceré: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri», sintesi graffiante dell’opportunismo e del trasformismo nazionale, che si accorda con la metafora letteraria del «gattopardo» o con la massima popolare «Franza o Spagna, purché se magna».<br />
La lingua, che ha unificato l’Italia molto prima della politica, è al tempo stesso uno specchio fedele della nostra società, con i suoi valori e disvalori. Ecco perché sono così numerose le spie linguistiche della faziosità italiana, ovvero della tendenza nazionale al particolarismo e alla divisione, dall’antica lite tra Guelfi e Ghibellini alle attuali degenerazioni del dibattito politico. Non è un caso che tante rubriche giornalistiche siano intitolate al «contro» e all’«anti»: i controcorrente e gli antitaliani hanno più successo di chi si riconosce moderatamente integrato o italofilo. E se qualcuno cerca di trovare una via d’uscita, un punto d’incontro, rischia di essere accusato di cerchiobottismo, o peggio ancora di «inciucio». Un’accusa che ha inciso negativamente sulla parabola politica di Massimo D’Alema, marchiato dai media come principe degli inciucisti e soprannominato beffardamente «Dalemoni».<br />
Le radici di questa deleteria inclinazione alla litigiosità affondano nelle ferite del tessuto sociale che il tempo non ha cicatrizzato perfettamente, e di cui restano i segni anche nelle forme della lingua, a cominciare dagli aggressivi luoghi comuni usati da italiani contro altri italiani. Che non risparmiano neppure il nome del paese, deriso attraverso alterazioni riduttive come «Italietta » o formule squalificanti come «Italia alle vongole». Gli stessi italiani sono ribattezzati talvolta con l’appellativo tutt’altro che affettuoso di italioti, che fa maliziosamente rima con idioti. Quasi un concentrato di pregiudizi italofobi è poi la locuzione «all’italiana»: che cosa potrebbe esserci di più superficiale, scorretto, inopportuno di un qualsiasi comportamento all’italiana? Evidentemente non ha tutti i torti chi pensa che i peggiori nemici degli italiani siano gli italiani stessi.<br />
Il campionario degli stereotipi campanilistici tradizionalmente offensivi di questa o quella parte del Paese è praticamente infinito, dai genovesi spilorci ai ciociari burini, dai milanesi baùscia ai napoletani troppo esuberanti, dai lumbard ai sudici. Probabilmente i termini contrapposti terrone e polentone sono nati entrambi nelle caserme, in seguito all’incontro e allo scontro di soldati provenienti da ogni parte del paese. Se l’origine rinvia alle tensioni della convivenza in un ambiente comune, oggi la scena è dominata soprattutto dall’ossessiva figura del «terrone», la cui forza simbolica è messa in evidenza non solo dalla frequenza d’uso della parola, ma anche dalla moltiplicazione dei suoi derivati. La parlata terronese o terroniana è una variante meridionale dell’italiano: Diego Abatantuono ne ha lasciato un esempio memorabile, impersonando l’immigrato meridionale che ripeteva «i’ so’ milanese ciento pe’ ciento». L’aggettivo terronistico sfrutta la somiglianza con «terroristico» in locuzioni canzonatorie come «attentato terronistico». Anche se il verbo non compare in nessun dizionario, terronareun’automobile o un motorino equivale a «taroccarli», a truccarne il motore, o ad applicare sulla carrozzeria adesivi vistosi, o a riverniciare tutto con colori sgargianti.<br />
Anche i termini di origine dialettale, in particolare quelli usati con intenti espressivi, mostrano segnali inquietanti delle differenze e divisioni tra le «due Italie»: da una parte il Nord affidabile e operoso dei ghe pensi mì e dei rusconi (sgobboni) magari un po’besughi (tonti); dall’altra parte il Sud arretrato deimangiasapone o delle vajasse, dei pizzini e papellimafiosi, un’irredimibile gomorra pullulante difemminielli (travestiti) e muschilli (bambini che spacciano droga, letteralmente moscerini). Al centro i romani fregaroli e parolacciari, tendenti all’abbiocco e allo sbraco.<br />
In un paese come l’Italia, caratterizzato da una straordinaria varietà di idiomi, l’incapacità della capitale politica di essere anche una credibile capitale linguistica, nella cui voce possa riconoscersi la totalità o almeno la maggioranza dei parlanti, aggiunge un ulteriore elemento di debolezza alla coesione nazionale. La stessa fortuna della terminazione in «aro», fonte inesauribile di nuove parole, è spesso in rapporto con un’immagine sfavorevole di Roma e del romanesco, come si deduce dal carattere ironico o spregiativo della maggior parte dei vocaboli che presentano questo elemento: si pensi per esempio a casinaro, cazzaro, cravattaro (strozzino),palazzinaro, pallonaro (chi racconta frottole, millantatore), pataccaro, sessantottaro. Questa componente negativa del significato di -aro è percepita dagli stessi romani, a giudicare anche da alcuni neologismi di recente diffusione nella capitale, come parafangaro (avvocaticchio di infortunistica) o tangentaro (chi prende compensi illeciti).<br />
Cambiando il punto di vista, non si saprebbe come interpretare la maggiore anglofilia linguistica dell’Italia rispetto alla Francia e alla Spagna se non scorgendovi uno dei tanti aspetti della ridotta resistenza complessiva alle spinte centrifughe, che è a ben vedere un sintomo di insicurezza. Su un campione di 158 anglicismi recenti, l’ottimo dizionario italiano «Zingarelli» ne registra 121, mentre lo spagnolo «Clave» ne ammette 42 e il francese «Petit Robert» appena 34. Generosa nell’accoglienza degli anglicismi, la lessicografia italiana è al tempo stesso più restia a suggerire una plausibile sostituzione. Nel caso di advisor lo Zingarelli non accenna affatto alla forte affinità con «consulente», e alla voce homepage non dà alcuna notizia della possibilità di ricorrere a «pagina iniziale» (versione adottata da Google Italia). La distanza rispetto al Petit Robert e al Clave è abissale: infatti il dizionario francese, con palese volontà di censura, esclude del tutto homepage e menziona solo page d’accueil; mentre l’altro registra homepage, ma aggiunge il suggerimento dell’alternativa spagnola página principal.<br />
L’anglofobia linguistica di tipo pregiudiziale va certamente respinta, ma va anche riconquistato il diritto di critica al provincialismo che alimenta l’anglofilia più sfrenata. In particolare, l’eccessiva riluttanza a sperimentare equivalenti italiani dei termini inglesi è il sintomo di una pigrizia mentale che non giova all’italiano, e che anzi contribuisce a indebolire la sua posizione nell’attuale Europa linguistica. <br />
(Da Corriere.it, 24/12/2010).

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