Speriamo che l’italiano non diventi archeologia

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Le tendenze regionalistiche e i rischi per la lingua nazionale

di Francesco De Palo Il dialetto ha la faccia scura è il titolo di un interessante libretto scritto da Giovanni Ruffino, linguista dell’università di Palermo, che prende spunto da una frase pronunciata da una bambina veneta di dieci anni. E vuol significare molto di più di una semplice battuta, magari dettata dall’ingenuità infantile. Ha precise implicazioni perché rappresenta il termometro di quel corto circuito, sintomo di pregiudizi, che si è pericolosamente innescato anche nel mondo della scuola. Un pregiudizio linguistico in chiave etnica.

Gli esempi e le espressioni presenti nel volume, che spaziano dalla Valtellina a Lampedusa, in modo leggero ma esemplificativo, pongono sullo stesso piano lingua ed etnia. Un campanello d’allarme per gli addetti ai lavori in primo luogo perché i dialetti in Italia sono circa diecimila – si pensi che nel resto del mondo l’Unesco ne riconosce in totale settemila – e poi perché essi sono prezioso punto di riferimento di identità storiche e culturali, ma proprio per questo non debbono in alcun caso minare il valore primario dell’unità nazionale linguistica e culturale che hanno contribuito ciascuno a comporre.

Concetto che sarebbe così semplice, non solo da apprendere ma anche da metabolizzare all’interno di un ragionamento, se solo fosse condotto con il metro della logica, spogliata di quel populismo localistico che tre mesi fa ha innescato uno stucchevole dibattito su proposte fuori luogo intorno alle bandiere regionali, a diversi inni nazionali e – ultima non per importanza, ma prima per demenzialità- quella dell’insegnamento dei dialetti nelle scuole. Il tema, se chi vi si approccia si premurasse di osservare dati e numeri, scivolerebbe in una elementare conseguenza: ovvero, che è improponibile. Quei dati e quei numeri dicono che innanzitutto la nostra lingua si è impoverita. Grazie all’uso di un vocabolario ristretto, a un analfabetismo di ritorno, alla prevalenza della lingua parlata rispetto a quella scritta e, soprattutto, all’impeto del linguaggio pubblicitario.

«Poniamo un freno a questo imbarbarimento», riflette Umberto Croppi, assessore alla Cultura del Comune di Roma, dal momento che in Italia abbiamo avuto una nostra letteratura in lingua ben prima di una strutturazione politica dello Stato. In secondo luogo, quella proposta andrebbe derubricata a semplice idea strampalata perché il dialetto va incontro a una fortissima variabilità: si pensi che in Friuli ci sono venti differenti modi per chiamare l’arcobaleno. Quale dovrebbe essere preferito allora in un ipotetico sussidiario dei dialetti da adottare come testo scolastico? E con quali criteri preferire l’uno all’altro senza suscitare risentimenti in una provincia o in un comune? Sarebbe evidentemente il caos.

È ovvio che, a voler leggere la questione con un minimo di cognizione storica e letteraria, non sarebbe complesso passare oltre per concentrare riflessioni e proposte, invece, su come coniugare la risorsa delle identità culturali italiane all’interno dello spirito nazionale e unitario, che sta alla base delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Tema sul quale si è soffermato un seminario promosso dalla Società Dante Alighieri, dal titolo “Lingua e dialetti: l’italiano tra federalismo e Unità d’Italia”. Proprio centocinquant’anni fa Carlo Cattaneo sosteneva che le nostre città «sono il centro delle comunicazioni ed il cuore del sistema». Mentre, da un decreto siciliano del 1951, si evinceva che «i valori della tradizione regionale fini a se stessi sarebbero inutili e diseducativi. Una scuola deve essere regionale e nazionale». Due citazioni che affrontano a chiare lettere il significato dei dialetti e il loro riflesso opportuno all’interno di una visione di insieme.

Non esiste un unico binario tra locale e nazionale, semplicemente perché, nel rispetto delle singole identità storico-culturali, non è proponibile una conseguente mortificazione dell’ambito nazionale, presente da Bolzano a Lampedusa in egual misura. Sarebbe poco saggio porre sul medesimo piano regione e nazione, dal momento che appartengono a due livelli diversi. E come tali vanno considerati. Il fatto di avere sul territorio nazionale quasi duecento città, ritenute complessivamente molto rilevanti e non due o tre come accade in altri paesi del mondo, non deve innescare la logica campanilistica della mia lingua, o della mia storia o delle gesta del mio eroe regionale. Piuttosto dovrebbe essere visto come un prezioso elemento che favorisce l’integrazione all’interno di un tessuto più ampio, che non si limiti di fatto a pochi agglomerati urbani. E un altro errore macroscopico potrebbe essere riscontrabile nell’insegnare la lingua dialettale senza la cultura dialettale, che è espressione di quella lingua. «Faremmo solo dell’imperialismo», secondo Ugo Vignuzzi, linguista dell’università La Sapienza di Roma.

E, allora, ci si dovrebbe interrogare, più che su dialetti, bandierine o inni regionalizzati, su cosa significhi utilizzare la lingua italiana, su come implementarne la promozione socio-culturale, al fine di incrementare la parificazione degli individui. Quarant’anni fa mai avremmo pensato che oggi uno dei più grandi motori di ricerca del mondo sarebbe arrivato a scannerizzare le biblioteche italiane, «offrendo sì un servizio globale, ma anche conducendo in California le nostre proprietà intellettuali», come ha sottolineato Paolo Peluffo, vicepresidente della Società Dante Alighieri.

L’auspicio è che, non solo si proceda alla strutturazione di una multicittadinanza europea riflettendo sulle lingue mondiali – e quindi osservando la questione in modo arioso – ma soprattutto che si eviti l’impoverimento della cifra nazionale a causa di assurdi centralismi regionali. Perché non pensare a che ne sarà della lingua italiana nel 2061, quando si celebrerà il bicentenario dell’Unità d’Italia? Speriamo non sarà ridotta ad archeologia linguistica.

12 novembre 2009

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