Sovranità limitata

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Sovranità limitata

I processi d’integrazione sono l’unico rimedio alla decadenza degli Stati

Fra le parole più usate degli ultimi tempi vi sono «commissario» e «commissariare». Quando il governo italiano ha ricevuto una lettera firmata da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, allora rispettivamente presidente della Banca centrale europea e governatore della Banca d’Italia, abbiamo letto che l’Italia era stata commissariata. Quando il presidente francese Nicolas Sarkozy e il cancelliere tedesco Angela Merkel hanno costretto il premier greco George Papandreou ad abbandonare il progetto di un referendum popolare sul programma di risanamento chiesto al suo Paese dalla commissione di Bruxelles, dalla Bce di Francoforte e dal Fondo monetario internazionale, i greci hanno rabbiosamente sostenuto di essere stati commissariati. Altrettanto commissariati sarebbero ormai l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna. Sarebbe sfuggita al commissariamento invece l’Islanda, il Paese di 360 mila abitanti che ha detto no con un referendum dello scorso aprile al piano predisposto dal governo per il rimborso dell’equivalente di 5 miliardi di dollari dovuti ai cittadini della Gran Bretagna e dei Paesi Bassi.

Ogni qualvolta un Paese non riesce a pagare i propri debiti e viene sottoposto a libertà vigilata dai suoi creditori, il termine più comunemente usato per definirlo è «commissariato». Stiamo parlando di fenomeni temporanei, già accaduti in passato, come nel caso della Turchia ottomana prima della Grande guerra? O di situazioni nuove, collegate al fenomeno della globalizzazione, in cui il concetto di sovranità nazionale è destinato a svuotarsi del suo contenuto originale?

Le decolonizzazione, la morte del comunismo e le nuove tecnologie hanno creato un mondo in cui il denaro, le persone, le merci e, incidentalmente, anche i criminali, possono passare più o meno facilmente da un Paese all’altro. Accade così, tanto per fare un esempio, che la Cina abbia 900 miliardi di dollari nei suoi forzieri e sia il maggiore creditore degli Stati Uniti, che il benessere dell’America Latina in questi ultimi anni dipenda in larga parte dagli acquisti cinesi di materie prime nel continente latinoamericano, che il debito pubblico italiano sia diventato una frazione del debito pubblico europeo, che la crescita della Germania dipenda quasi interamente dalle sue esportazioni, che i guai di un Paese possano rapidamente contagiare gli altri e che la televisione sia diventata un teatro globale che riversa nelle nostre case ogni sera, in diretta, tutte le catastrofi del pianeta, dal terremoto turco all’inondazione di Bangkok.

In questa situazione i rimbrotti reciproci sono inevitabili. Gli italiani hanno parlato molto, per ragioni di politica interna, di quelli riservati all’Italia, sgradevoli e meritati. Ma abbiamo dimenticato quelli della Cina agli Stati Uniti verso la fine di luglio e quelli di Obama a Sarkozy e Merkel nelle scorse settimane. Non basta. La violazione dei diritti umani in un qualsiasi Paese — i preti pedofili in alcuni Stati della cristianità, uno scandalo finanziario a Londra, una esecuzione capitale negli Stati Uniti, un disastro ecologico nel Golfo del Messico, la condanna di un ex primo ministro in Ucraina, una repressione poliziesca in Medio Oriente, il rischio nucleare causato da uno tsunami in Giappone — non sono più problemi nazionali o regionali. Sono problemi globali che offendono la sensibilità di molti Paesi, aumentano il sentimento di insicurezza in ogni parte del mondo e provocano spesso un processo internazionale al Paese incriminato.

Risposte regionali
A questa globalizzazione del pianeta sono state date sinora alcune incomplete risposte regionali: l’Unione economica emonetaria in Europa, il Nafta in America del Nord, il Mercosur in America Latina, il progetto di una Unione euro-asiatica in Russia e in Asia centrale, l’Asia-Pacific Economic Cooperation Forum e la Trans-Pacific Partnership di cui Obama ha parlato con i leader di alcuni Paesi asiatici a Honolulu negli scorsi giorni. Sono risposte giuste e opportune. Ma nessuna di esse, nemmeno quella più potenzialmente federalista come l’Unione Europea, ha soppresso gli Stati che ne sono membri. La democrazia ha ancora una dimensione nazionale e le classe dirigenti sono tali perché hanno avuto il voto dei loro connazionali. Quando vanno alle urne e votano per i loro parlamenti, i cittadini credono di avere scelto il governo da cui dipenderà la soluzione dei loro problemi. Ma i poteri dei loro rappresentanti, nel frattempo, si sono progressivamente ristretti e, verosimilmente, continueranno a restringersi.

Il risultato è una frustrazione diffusa, che diventa in molte circostanze rabbia e protesta. Si torna alle urne nella speranza che il nuovo governo corregga gli errori del precedente. Ma la speranza viene quasi sempre delusa. Non basta. Le nuove tecnologie hanno dato ai cittadini il diritto di votare ogni giorno con gli sms, sui blog, con le lettere ai giornali, con gli interventi nei dibattiti radiofonici e televisivi. Si è creata così una pericolosa discrasia fra la capacità di protestare, straordinariamente aumentata, e i risultati della protesta. I greci potrebbero certamente, prima o dopo, abbattere il loro nuovo governo formato da Lucas Papademos. Ma con quali effetti, se i mali della Grecia sono strettamente intrecciati con quelli di altri Paesi? Con quali effetti se il potere da cui dipendono le sorti della Grecia non è più ad Atene ma è sparpagliato fra una mezza dozzina di città, da Bruxelles a Strasburgo, da Francoforte a New York, da Pechino a Washington?

Esistono altri fenomeni non meno interessanti. Viene denunciato un «deficit di democrazia»,ma i popoli chiedono soprattutto eguaglianza e giustizia. Le due domande sono strettamente intrecciate. Nella prima non vi è soltanto il desiderio di una maggiore parità dei diritti di fronte alla legge. Vi è anche una rancorosa invidia, accompagnata da sospetti e denunce, per la ricchezza della classe dirigente che ha tratto maggiori vantaggi dalle sue cariche e professioni. Nella seconda vi è il desiderio di raddrizzare questi torti con punizioni esemplari. Poiché il governo è composto da questa classe dirigente e non può dare piena soddisfazione, i destinatari di queste domande divengono i giudici. Quasi ovunque le magistrature sono molto più potenti di quanto fossero venti o trent’anni fa.

Sul piano internazionale questa domanda di giustizia in un mondo globalizzato ha provocato una proliferazione di magistrature internazionali. In un piccolo libro intitolato I tribunali di Babele (ne abbiamo parlato sul «Corriere» del 18 luglio 2009), Sabino Cassese, giudice costituzionale e docente di diritto amministrativo globale, ha spiegato che gli Stati non sono più in grado di esercitare, all’interno del loro territorio, il monopolio del diritto e che la loro sovranità giudiziaria si sta progressivamente rimpicciolendo. Esiste ormai nel mondo una pluralità di corti globali, regionali o supernazionali, da quelle più note dell’Aja, Strasburgo e Lussemburgo, alle numerose camere arbitrali previste dalle convenzioni internazionali. Una «Babele», come sembra suggerire il titolo del libro? Cassese riconosce che in questo nuovo ordine giuridico internazionale non vi è una gerarchia di potere e che ogni giudice, in teoria, può dire quello che gli sembra più giusto. Ma la novità, sempre secondo Cassese, è che tutte queste bocche del diritto si parlano, si rispettano, tengono conto delle rispettive opinioni e stanno instancabilmente delineando, con uno straordinario sforzo collettivo, le grandi linee di un ordine giuridico globale.

I tribunali costituzionali, in particolare, sono continuamente impegnati a costruire ponti e passerelle fra il diritto nazionale e quello delle più larghe comunità a cui ogni Stato appartiene. Dopo la stagione dei rapporti interstatali, con il loro seguito di guerre e trattati, starebbe nascendo, quindi, l’era delle toghe. Ma chi nomina i giudici? A chi rispondono delle loro decisioni? È giusto che il controllo di poteri democraticamente eletti possa essere esercitato da chi non ha alcun mandato popolare? Vi è il rischio che le democrazie divengano, di questo passo, jurecrazie? Cassese risponde che la elezione dei giudici è un «falso problema» e ha probabilmente ragione, ma il suo libro solleva questioni che concernono il futuro delle democrazie e a cui soltanto il tempo darà risposta.

Dietro la crisi dell’economia e della finanza, si profila quindi un’altra crisi, forse più grave: quella della democrazia rappresentativa nelle forme che sono state gradualmente elaborate in Europa negli ultimi due secoli. I cittadini votano, ma constatano sempre più frequentemente che il loro voto serve ogni giorno di meno. Le reazioni sono due, spesso congiunte. In primo luogo i cittadini frustrati rifiutano la globalizzazione, su cui non possono esercitare alcuna presa, e pensano che la soluzione consista nel ritirarsi all’interno di una cittadella: il proprio Stato, la propria regione, il proprio comune, il proprio campanile, la propria valle. Stiamo assistendo a una serie di rigurgiti nazionalistici, da quello delle piccole patrie europee all’isolazionismo americano. Questo nazionalismo non è, come nell’Ottocento e in parte del Novecento, aggressivo, espansivo, conquistatore. È un nazionalismo difensivo, accidioso, gretto, miope e xenofobo.

La seconda reazione è l’indignazione: violenta, come nel caso dei no global e dei black bloc, o pacifica, come nel caso dei giovani che si accampano a Puerta del Sol a Madrid, di fronte alla cattedrale di Saint Paul a Londra o nel Zuccotti Park di New York. Ma nessuna di queste due reazioni è in grado di indicare un programma alternativo. Come abbiamo constatato nelle rivolte arabe degli scorsi mesi, gli sms servono a riempire rapidamente le piazze, ma non producono idee e programmi di governo.


Non spariamo sull’Europa

Esistono formule per guidare questa evoluzione o stiamo assistendo a una mutazione globale, simile a quella dei grandi cicli climatici, che produrrà lungo la strada situazioni difficilmente prevedibili? Temo che la seconda ipotesi sia più realistica della prima. Stiamo navigando a vista e nessuno ha un portolanomagico con cui tracciare la rotta. Ma piuttosto che resistere al progressivo logoramento delle vecchie sovranità nazionali, ci converrà assecondarlo nell’ambito di quella più grande comunità regionale a cui ogni Stato appartiene. Il governo mondiale, come l’esperanto, è un obiettivo troppo lontano e per ora del tutto improbabile. Molto più vicina e realizzabile, invece, per quanto ci concerne, è l’unità dell’Europa.

Dobbiamo continuare a lavorare perché la crisi del debito sovrano venga superata con la creazione di un debito europeo, amministrato da un governo dell’Unione. Sparare contro l’Europa, come fanno gli euroscettici, sarebbe come sparare sul pianista in un saloon di quel Far West che è ormai il mondo d’oggi. È meglio non farlo. È il solo che abbiamo.

Sergio Romano

Corriere delle Sera – inserto "La Lettura" pag 2/3
4/12/11




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