Soros, l’esperanto smuove le montagne

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Il padre del finanziere era un fautore entusiasta della lingua franca, che utilizzò per raccontare la sua vita avventurosa: tradotti in italiano due libri

Chi s’è ritrovato più volte a giocare con la morte, beffando carnefici e imprevisti, sa che l’impossibile diventa possibile se sfidato con ottimismo. E Tivadar Soros di coraggio idealista ne profuse a iosa per traversare indenne gli scempi del Secolo breve. Figlio dell’impero austro-ungarico, ebreo, brillante, colto, sagace, ambizioso, partì per la prima guerra mondiale quando Francesco Giuseppe chiamò riluttante i suoi popoli alla guerra. Prigioniero dei russi per sette anni, fuggì attraverso la Siberia e la rivoluzione; scampò all’Olocausto, salvando la famiglia e aiutando altri perseguitati con la stella gialla; infine scappò dall’Ungheria nel ’56 bucando la cortina di ferro.

A questo curriculum da giocoliere delle tragedie umane, s’aggiunge un dettaglio curioso: fu entusiasta propagandista dell’esperanto, convinto fosse utilissimo per chiacchierare di pace nell’Europa centrale dove le lingue diverse erano scusa per reciproco odio. Fondò una rivista, la animò. Ci trasse, incredibile, anche dei guadagni, perché dagli abbonamenti esteri affluiva valuta preziosissima rispetto al pengö, che si sbriciolava nell’inflazione. Ma soprattutto vi pubblicò a puntate la cronaca della sua anabasi, Robinson in Siberia, nel 1923. Nel ’65 fece poi uscire a sue spese un’altra opera notevole, Ballo in maschera a Budapest. Scherzando con la morte, candidandosi a vate tra i maggiori dell’esperantismo. I due libri escono ora per l’editore Gaspari tradotti da Humphrey Tonkin, che nelle prefazioni, oltre a illustrare la personalità spumeggiante di Soros, sbozza alcuni tratti fascinosi di quella sconosciutissima letteratura.

Come ultimo tassello di una sorte davvero singolare, Soros padre mise al mondo, allevò e educò, due figlioletti, uno dei quali è il finanziere George Soros, che ha studiato Popper e ha fatto per primo capire al mondo dei borsini quale spaventoso esperanto finanziario fosse nato con i derivati nella speculazione globale e sregolata; dall’altro lato, per convinzione profonda, ha convertito parte dei miliardi in fondazioni per la «società aperta», appoggio ai dissidenti dell’Est comunista o della dittatura birmana. Ora, l’ottantenne Soros junior è filantropo a tempo pieno, fustigatore dell’attuale anarchia finanziaria. Ma se non ci fosse stato in famiglia l’uzzolo dell’idioma universale, forse sarebbe rimasto Gyuri, come si chiamava in ungherese, e non George, il primo temuto speculatore globale. Invece, dodicenne, fece parte con il padre della delegazione ungherese che nel ’47 andò in Svizzera al congresso mondiale degli esperantisti (ne parlò anche Márai), poi rimase in Inghilterra a studiare economia anziché tornare nell’Ungheria che stava per finire sotto la dittatura comunista.

Il primo libro, Modernaj Robinzoj, è il rocambolesco diario della fuga di gruppo. Con il piglio vivace dei grandi inviati globetrotter anni Trenta, Soros racconta di sé stesso, avvocato idealista cui la guerra ha rubato la giovinezza, come un novello Robinson, che trasforma le disgrazie della Storia in affascinanti avventure tra nazioni che non esistono più, eserciti invasori, amici che mutano bandiera, cosacchi sanguinari. Se si tratta di fingersi austriaco per uscire da un prigione, impara da un baedeker a memoria quel che bisogna sapere di Linz, e passa l’esame per la libertà. Se c’è da traversare un fiume impossibile, abbatte tronchi, tirandosi appresso persino un burocrate con doti di poeta. E in ogni avversità sprona i disperati a tirare innanzi: «Come sempre succede nella vita, andare avanti è un processo lento», «sia pure a costo di tremendi sforzi è possibile smuovere le montagne», avverte il lettore con sottotitoli dei capitoli quasi pedagogizzanti.

Soros è anche testimone attento degli usi umani. Tramanda, per diretta esperienza, che in situazioni estreme la gente riesce sempre a trovare un linguaggio universale. Dove non c’è più civiltà, resta per esempio il baratto, che assegna strani valori d’uso agli oggetti. Un minatore offre qualche grammo d’oro per tre miseri fiammiferi; e un granello di sale compra varie renne. Simili proposte di scambio, dette sul serio, provocherebbero come minimo cazzotti. Ma là dove gli uomini sono indifesi al cospetto dei ghiacci, spesso preferiscono accordarsi nel dialogo ragionevole, piuttosto che farsi del male vicendevolmente. Incontrando gli Oroci, buoni selvaggi nomadi e ospitali della Siberia sconosciuta, si trova facilmente un corredo essenziale di segni per mangiare insieme accanto al falò. Dimostrazioni sul campo di quanto sarebbe utile un esperanto universale.

Quarantadue anni dopo, ormai esule in America, e bello di ulteriori sventure, il «Robinson» Soros non ha cambiato verve nell’incipit del Ballo in maschera a Budapest: «La vita è bella e varia, ma anche la fortuna è importante». E come se fosse un’altra avventura di sfida alla morte, racconta stavolta d’aver beffato l’Olocausto. Era figlio dell’ebraismo budapestino uscito felice dalla duplice monarchia. Faceva l’avvocato, ma teneva solo tre clienti, non ne ambiva altri, vendeva ogni tanto un immobile per vivere agiatamente, preferiva giocare a tennis e andare sui pattini come nelle commedie cinematografiche che vennero di moda, di Vaszary o Török (i telefoni bianchi).
Nonostante Horthy, le leggi razziali, l’orrore becero del nazismo magiaro, seppe essere un magnifico padre, capace di rendere la vita bella e infondere coraggio ai suoi figlioletti in tempi mostruosi. Si finse cristiano, inventandosi una nuova identità come Lelek Szabó, e riuscì a vivere nascosto, a ingannare la perfidia ottusa, a recapitare messaggi, affittare stanze, regalare sigarette e speranza. Perché chi crede nell’esperanto, e si inzucca pure a studiarlo e a propagandarlo, non è tipo che si lascia intimorire dalla follia, neppure se è sanguinaria.

Bruno Ventavoli
La Stampa

03/04/2012




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