Sopravvissuti al 2012

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Sopravvissuti al 2012

José Ignacio Torreblanca

“Dimenticatevi del calendario Maya. È a Berlino che Cassandra sarà smentita o avrà la sua vendetta”. Con queste parole concludevo l'ultima rubrica dell'anno scorso. Sembrava un pronostico ma in realtà non lo era, perché ipotizzava due finali completamente opposti. E poi in fondo non diceva niente che già non sapessimo, perché da tempo eravamo consapevoli che tutte le strade portavano a Berlino (con fermata obbligatoria a Francoforte, sede della Banca centrale europea). Se recuperare quel mio articolo ha un senso, è quello di ricordare quanto siamo stati vicini all'abisso e capire meglio dove ci troviamo adesso.

Durante il 2011 una combinazione letale di indecisioni, pregiudizi, mancanza di leadership, divisioni tra paesi ed esasperante lentezza istituzionale è riuscita a trasformare una profonda crisi economica in una crisi esistenziale che ha messo a repentaglio la sopravvivenza dell'euro. In extremis la Banca centrale europea ha inondato il mercato di liquidità, arginando temporaneamente i problemi senza però risolverli definitivamente.

A novembre la cancelliera tedesca Angela Merkel, cosciente della gravità della situazione, aveva dichiarato pubblicamente che “se cade l'euro cade anche l'Europa”, ma le sue decisioni non hanno convinto nessuno della sua reale volontà di elevare questa retorica fino alle estreme conseguenze. Per questo motivo nel primo semestre di quest'anno alcuni operatori finanziari hanno smesso di speculare sulla sopravvivenza dell'euro e hanno fatto un ulteriore passo avanti, cominciando a prevederne il collasso.

La percezione che i mercati finanziari stavano cominciando a ricalibrare i debiti in euro ricorrendo alle monete nazionali, prefigurando in questo modo il day after del crollo della moneta unica, è stata la linea rossa di cui la Banca centrale europea aveva bisogno per mettersi in moto e l'argomento che il governo tedesco aspettava per vincere la resistenza di chi in Germania pensava ancora che Spagna e Italia avrebbero dovuto cavarsela da sole o uscire dall'euro.

Con le dichiarazioni rilasciate nel mese di giugno Mario Draghi ha lanciato un messaggio chiaro: “farò quello che devo fare, e credetemi, basterà”. A settembre il presidente della Banca centrale europea ha doppiato il colpo preparando un piano di acquisto di debito, e si è guadagnato con merito il titolo di uomo dell'anno [assegnato dal Financial Times]. Da allora qualunque operatore finanziario che intenda speculare sul crollo dell'euro sa che la scommessa è persa in partenza.

Come si dice spesso, però, dietro un uomo intelligente si nasconde una donna (in disparte e sorpresa). Angela Merkel, dopo aver trascinato i piedi per mesi e aver alimentato lo scetticismo nel suo paese con improvvide dichiarazioni sul sud dell'Europa, ha deciso di affrontare la Bundesbank (che aveva votato contro alcune iniziative) e ignorare i falchi del suo partito, ostili a qualsiasi tipo di compromesso sul debito pubblico o privato.

Da quel momento Merkel ha avallato il salvataggio bancario della Spagna e l'intervento della Bce per alleggerire la pressione sullo spread spagnolo e italiano, e successivamente ha accettato di cominciare a parlare di unione bancaria. In questo modo, tra giugno e settembre del 2012, è stato salvato l'euro. E questa è la buona notizia dell'anno.

Di nuovo nel bozzolo

La cattiva notizia è che nonostante l'euro sia stato salvato insieme ai suoi costituenti – persino l'uscita di scena della Grecia sembra ormai remota dopo mesi di speculazioni – il cammino che resta da percorrere è ancora estremamente complicato. Come dimostra il progetto di unione bancaria – rivisto al ribasso, rinviato e spezzettato nel corso di vari summit – una volta sparita la grande angoscia la politica europea è tornata quella di sempre.

E dunque sono tornate l'esasperante lentezza, la miopia e la mancanza di coraggio politico. Oggi sappiamo tutti cosa bisogna fare, ma è difficile spiegare come mai non lo stiamo facendo. Nel frattempo Merkel, che per qualche giorno si era comportata da vera leader, è tornata alla sua agenda nazionale dominata dalle prossime elezioni, come a ricordarci che le farfalle passano la maggior parte del loro tempo come brutte e insignificanti crisalidi, e soltanto una piccola parte meravigliandoci con il loro volo e i loro colori.

Il 2013 sarà un anno di transizione, dominato da due sensazioni contraddittorie: da un lato quella di essersi lasciati alle spalle l'abisso (visibile nel rilassamento dello spread e nella decisione del governo spagnolo di non chiedere un aiuto esterno) e dall'altro quella che le politiche di aggiustamento continuano a non funzionare, e non ci saranno stimoli esterni in grado di far crescere l'economia e creare posti di lavoro. Siamo vivi, ma in mezzo al deserto e con poca acqua.

(Da presseurop.eu, 21/12/2012)

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