‘Slangopedia’ giovanile.

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Il linguaggio dei giovani e l’italiano (che cambia): “Lo slang aiuta a diventare adulti”.

In principio era il verbo, poi arrivò ‘scialla’. Una lingua nasce, cambia, si rinnova. E lo fa anche (o soprattutto) grazie ai neologismi inventati dai giovani o portati nel linguaggio comune dai grandi cambiamenti, come quello innescato da Internet.
Dopo la creazione, arriva la diffusione. Nel caso di ‘scialla’ (che vuol dire ‘stai tranquillo, rilassati’), probabilmente è stato grazie al film del 2011 di Francesco Bruni – tratto dall’omonimo romanzo di Giacomo Bendotti – che la parola ha raggiunto un gran numero di persone, molto al di là della cerchia dei più giovani.
Ma perché nascono i neologismi? “Il motivo più semplice è: perché servono”. Non ha dubbi Vera Gheno, Twitter manager e collaboratrice dell’Accademia della Crusca, che all’Adnkronos dice: “Abbiamo un nuovo significato, come dice il linguista svizzero Saussure, ovvero un concetto, una cosa, un oggetto, qualcosa insomma che prima non c’era e che quindi ha bisogno di un nome, ovvero, per dirla sempre alla Saussure, un significante”.
“Si possono creare parole nuove per gioco – prosegue – per voglia di fare esperimenti con la lingua. Non a caso i linguaggi giovanili e i linguaggi telematici, particolarmente ‘giocosi’, sono terreno fertile per la creazione di neologismi”.
Sono infatti loro, i ragazzi, che continuano ad usare la gran parte di espressioni ‘in codice’ per capirsi senza troppe giri di parole. Così se due amici si dicono ‘quella è una busta’, i loro coetanei sanno che stanno parlando di una ‘cozza’ o ‘ciste’, ‘scaldabagno’, ‘lavatrice’, ‘scallapizzette’. Ovvero, una ragazza non bella.
Una vera e propria ‘Slangopedia’, come la chiama Maria Simonetti nel suo ‘Dizionario dei gerghi giovanili’ edito da Stampa Alternativa. Nel libro, sul versante delle parole mutuate dagli animali, ci sono tra le altre ‘mi cangura’ (per indicare che una questione ‘non mi riguarda’) e ‘inscimmiarsi’ (per chi si concentra su una sola cosa e la ripete in modo ossessivo).
E, ancora, chiamare ‘limone’ chi si circonda di ‘cozze’, ‘rimastino’ chi alle feste non balla, ‘rimastone’ l’over 40 che si veste e si comporta da giovane (ma il giovane dei suoi tempi) oppure ‘sdraiona’ per una ragazza molto emancipata e ‘dentiera’ per riferirsi alla prof o – in senso lato e un po’ perfido – agli anziani.
A questi si accompagnano i più storici ‘trescare’ (avere un flirt), ‘camomillarsi’ (calmarsi), ‘tranqua’ (tranquillo), ‘sbalconato’ (essere fuori di testa), ‘incicognarsi’ (restare incinta) e ‘citofonarsi’ (chiamare qualcuno per cognome).
Tutte queste espressioni come si diffondono? “In generale – aggiunge Vera Gheno – un neologismo inizia a circolare se è utile, o se piace, oppure se viene usato da qualcuno che ammiriamo: oggi si potrebbe parlare di ‘influencer’, ovvero personaggi che in qualche modo sono in grado di influenzare i gusti delle persone. Sicuramente, un neologismo può venire veicolato da un film, da un libro o da un social network, ma contano moltissimo le persone, in questo processo”.
Dalle persone al web, il passo è breve. Non si può negare che anche Internet abbia cambiato il modo di comunicare, non solo nella realtà di quali modi vengono usati per ‘parlare’ (applicazioni, chat, social network) ma anche nelle espressioni mutuate dal mondo dell’on line.
Del resto, se dieci anni fa qualcuno avesse detto “mi whatsappi la foto che hai twittato così la posto su Facebook?”, molti – forse chi era over ‘una certa età’ – avrebbero alzato un sopracciglio perplessi. Oggi, probabilmente, no.
Tanto che del linguaggio mutuato dal mondo dell’Information and Communication Technology e da quello dell’informatica fanno parte anche parole come bannare (bloccare l’accesso, escludere), loggarsi (effettuare un accesso), cliccare (parola onomatopeica per indicare di premere un pulsante), crackare (aggirare le protezioni di un programma), scrollare (scorrere la rotella del mouse per leggere una pagina sul web) o zippare (comprimere file in una cartella per occupare meno spazio).
“Certamente – sottolinea Vera Gheno – i nuovi media hanno velocizzato la circolazione di notizie, parole, espressioni; basti pensare alla facilità con cui tutto oggi può diventare virale, o magari un meme: i vecchi tormentoni oggi si chiamano così”. Una sorta di contenuto intergenerazionale, compreso e condiviso sui social da figli e genitori allo stesso tempo.
Esistono naturalmente differenze di ‘linguaggio’ tra generazioni ma “anche all’interno della stessa generazione – afferma – possono cambiare letteralmente da gruppo a gruppo, da compagnia a compagnia e la nascita e morte di parole nuove è sempre stata velocissima, forse oggi ancora di più, semplicemente perché si può arrivare prima alla fase del tramonto, del non poterne più”.
Veloce, ma anche utile? Ovvero, lo slang arricchisce la lingua? “I linguaggi giovanili – dice la Twitter manager e collaboratrice dell’Accademia della Crusca – sono delle varietà particolari perché sono di transizione tra la fase dell’infanzia e la fase della maturità. Servono moltissimo per costruire il sé crescendo e tale autodefinizione deve per forza passare da una fase di rottura con le generazioni precedenti”.
Quindi, afferma, “questi slang appariranno sempre strani e ‘brutti’ ai ‘vecchi’ ma normale che sia così. Poi si cresce e in teoria si abbandonano i giovanilismi, anche se questo non sempre avviene”. Crescendo, infatti, “si dovrebbe ridurre l’uso di stilemi del linguaggio giovanile” anche se, ammette la Twitter manager e collaboratrice dell’Accademia della Crusca, “la pervasività dei nuovi media ha allargato la forbice anagrafica” di chi li usa.
Tanto che potremmo trovare un 40enne che sui social usa le stesse espressioni dei 20enni, entrando da ‘fuoriquota’ in gruppi anagraficamente lontani da lui, considerando che “il linguaggio giovanile e quello dei nuovi media, spesso, si sovrappongono”.
Inoltre, “nella comunicazione giovanile è implicita una funzione tribale”, afferma Vera Gheno, una sorta di “codice per riconoscersi fra simili ed escludere gli altri dalla comunicazione del gruppo”, all’interno del quale “il lessico permette l’identificazione, anche attraverso epiteti o soprannomi a volte crudeli”. Ci si rende conto che certi nomignoli possono ferire la sensibilità delle persone? “Non sempre. La coscienza dell’offesa viene dallo sviluppo”.
Offese a parte, però, lo slang rimane insomma una ‘risorsa’ per l’autodefinizione e finisce per conquistare anche chi giovane non è più: “A volte – conclude Gheno – succede anche che elementi di questi linguaggi finiscano nel parlato di tutti i giorni. Con la loro velocità, i linguaggi giovanili rappresentano una formidabile fucina di idee linguistiche, alcune assolutamente transitorie, altre destinate a rimanere”.
(Da adnkronos.com, 28/4/2015).




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