Si fa presto a dire british

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Si fa presto a dire british

Parlare l’idioma di Shakespeare vuol dire fare propria una cultura, un certo modo di pensare. Tanto che vocaboli come “fairness” o “reasonable” non trovano traduzioni immediate in altri idiomi. E’ la tesi della linguista Wierzbicka

di Diego Marconi

L’inglese è, nella nostra epoca, la lingua più importante: è usato come prima lingua da almeno 800 milioni di persone (secondo alcune stime, da un miliardo e mezzo), ed è parlato correntemente come seconda lingua da altri 150 milioni almeno (quelli che lo parlano così così sono quattro volte tanto). Inoltre è la lingua ufficiale del sistema internazionale di controllo del traffico aereo e la lingua veicolare della scienza e della tecnologia; e sappiamo tutti che nelle organizzazioni internazionali si parla inglese, nonostante che ufficialmente si renda omaggio anche ad altre lingue. Per questi suoi caratteri di lingua più usata nella comunicazione internazionale, l’inglese di oggi è percepito da molti come una lingua franca,che non riflette più i valori culturali specifici delle comunità nazionali in cui ha avuto origine (inglesi, statunitensi, australiani eccetera) e può essere appreso e praticato senza bisogno di fare propri quei valori: una lingua culturalmente neutrale, o più neutrale di altre.

La linguista polacca Anna Wierzbicka, che da molti anni vive e insegna in Australia, pensa tutto il contrario. Secondo lei, l’inglese è impregnato dei valori culturali che chiama «Anglo»; valori specifici e alternativi a quelli di altre culture, e non può essere acquisito senza aderire, almeno provvisoriamente, a quei valori. Per esempio, l’inglese include la coppia di aggettivi fair/unfair, entrambi molto frequenti nell’uso (i bambini imparano subito a dire «Unfair!» per disapprovare una decisione dei genitori o un comportamento di un compagno di gioco) e che non hanno un vero equivalente in nessun’altra lingua, almeno per quel che ne sa Wierzbicka. Secondo lei, la nozione di fairness rimanda a una certa immagine delle interazioni tra persone, come processi cooperativi governati da regole: l’insistenza sulla fairness dipende dal rilievo morale che si assegna agli aspetti procedurali piuttosto che a quelli sostanziali, al rispetto delle regole più che alla qualità morale intrinseca del risultato dell’azione.

Nella parola, quindi, si condensa un’intera filosofia morale e politica. Altre parole diffusamente analizzate da Wierzbicka sono, ad esempio, reasonable (che non vuol dire esattamente “ragionevole”) e la coppia right/wrong (“giusto/sbagliato”; ma “Stealing is wrong = “Rubare è sbagliato”?).

In generale, gli aspetti culturalmente carichi dell’inglese che Wierzbicka analizza (vien da dire “denuncia”) sono da un punto di vista linguistico, relativamente superficiali: singole parole, come nei casi citati, o regole della conversazione che è naturale considerare come aspetti dell’uso della lingua da parte di certe comunità più che come caratteri della lingua stessa. Ad esempio, l’uso di forme di cortesia anche tra parenti o amici intimi («Please», «Thank you», «Would you please…», «Could you:..»), che pare irriti oltremodo i mediorientali, i quali, parlando a un amico, preferiscono dire «Passami il sale» anziché «Vorresti essere così gentile da passarmi il sale?». Oppure il culto della precisione, per cui non si deve dire “tutti” quando ci si dovrebbe limitare a dire “molti” (il valore della precisione però si porta dietro l’understatement, che induce a dire “molti” anche quando si potrebbe dire “tutti”).O la distinzione tra conoscenze e opinioni: pare che l’intercalare «I think» sia molto più comune dei suoi equivalenti tedeschi e svedesi (35 occorrenze ogni 10 mila parole contro 8,6 per il tedesco e 2,6 per lo svedese). Tutto ciò ci dice qualcosa sulla cultura Anglo, e volendo anche su che cos’è parlare inglese in modo “idiomatico”, a non ci dice poi molto sulla lingua inglese.

Anche le specificità lessicali di cui si diceva prima vanno un po’ sdrammatizzate. Certo, tutti sappiamo che ci sono nell’inglese (come in ogni altra lingua) parole che non hanno un equivalente italiano: non c’è una singola parola italiana che significhi esattamente lo stesso di fair. A seconda dei contesti, air può significare «corretto», «equo», «leale», «onesto»; e ci sono contesti in cui un quivalente preciso risulta alquanto complesso (provate a cercare una definizione di fair hearing). Questo non vuol dire che fair sia “intraducibile” in italiano, ma solo che la sua traduzione non è sempre una singola parola, e quando lo è non è sempre la stessa. Lo sappiamo da molto tempo, e, se ci si pensa, e quello che è ragionevole aspettarsi sarebbe davvero una coincidenza straordinaria se ci fosse una perfetta coincidenza punto a punto tra i mezzi espressivi che le diverse lingue hanno elaborato per esprimere gli infiniti contenuti a cui le lingue naturali sono in grado di dar voce.

Detto questo, è plausibile che le lingue incorporino, nel loro lessico come nelle loro convenzioni di conversazione, esperienze storiche, frammenti di filosofia, «concezioni del mondo» (come pensavano i Romantici); e forse è vero che, come dice Wierzbicka, ci sono oggi nel mondo milioni di persone che vivono in inglese e tuttavia non desiderano vivere secondo gli schemi culturali Anglo. Tutti noi che usiamo spesso l’inglese se non altro nel nostro lavoro ci sorprendiamo a volte a parlare in modi che riflettono atteggiamenti o stili di pensiero che, a ben vedere, non sono proprio nostri. Le culture nazionali non-Anglo che adottano fino in fondo l’inglese come lingua di comunicazione – per esempio Singapore o Porto Rico – finiscono per elaborare specifiche varietà dell’inglese («Singlish», «Pringlish») che, forse, riflettono altri valori culturali. Noi, almeno ora non siamo in quella situazione possiamo pure, ogni tanto, indossare una maschera linguistica, come potremmo indossare un costume tradizionale di un altro Paese per partecipare a una cerimonia. Fa parte dei doveri dell’ospite.

Anna Wierzbicka, “English”, Oxford

University Press, Oxford, pagg. 352.

(Da Il Sole 24 Ore, 16/12/07)

(Fonte esperantisti-italiani@yahoogroups.com).

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