“Si dice? Non si dice? Dipende”.

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Non sempre errando si sbaglia.

Si dice? Non si dice? Dipende.
La norma non è tutto: contesto, obiettivo e interlocutori stabiliscono se una certa espressione linguistica sia corretta oppure no. E spesso errori del presente diventano norme nel futuro. Per orientarsi nel “guazzabuglio” della grammatica c’è “Si dice? Non si dice? Dipende”, un saggio di Silverio Novelli sull’evoluzione dell’italiano e sui diversi usi della nostra lingua. Che parla anche della scrittura in rete. L’autore: nel web dimensione ludica e creativa. E sul linguaggio dei politici parla di “paroloidi”, “un modo seducente quanto vago, che non costringe a specificare quello di cui si parla”

di Alessandra Solarino

Un libro che tutti dovremmo leggere almeno una volta, scritto non soltanto per addetti ai lavori, come giornalisti, scrittori ed insegnanti, ma per tutti coloro che a volte si chiedono: “Si dice? Non si dice? Dipende” (Laterza) : la risposta è già nel titolo del saggio di Silverio Novelli, scrittore, giornalista e lessicografo, che da anni lavora per la sezione “Lingua italiana” del portale Treccani.it. L’italiano non è una lingua statica, ma dinamica, “malata” come scrive Novelli, e lessico e norme cambiano in base ai tempi, ai contesti d’uso, agli obiettivi della comunicazione e ai cambiamenti storico-culturali. E così l’accoppiata “ma però” che le maestre a scuola segnerebbero con la matita blu, diventa tollerabile in altri ambiti, come nel parlato o nella scrittura più libera e disinvolta di chat, forum, sms e social network. Una frase come “A lui ci parlo io” non ammessa nella scrittura formale e nell’italiano “scolastico”, è accettata nel parlato e nei social.

Un viaggio attraverso nuove e vecchie parole e modalità espressive, con incursioni nelle parlate regionali, e nei campi di linguaggi specifici come quelli della politica e della rete. Una vera e propria “mappa” per orientarsi nel guazzabuglio dei linguaggi, con una tesi di fondo: “da che punto guardi il mondo tutto dipende”, come recita la canzone di Jarabe De Palo, citata nel testo. Ciò che conta è non confondere gli ambiti, sapere cosa stabilisce la norma e piegarla alle proprie necessità, consapevolmente. Ecco cosa ci ha detto Silverio Novelli.

La scrittura della rete: generatrice di cattive abitudini o “brodo di coltura delle innovazioni”?
Può essere “brodo di coltura delle innovazioni”. In rete c’è una dimensione creativa, ludica. Anche in questo ambito, non esiste un solo italiano, ma tanti. Non c’è la corruzione della lingua, ci sono degli italiani che quando sono in rete si comportano in modo diverso dal solito, e usano grafismi iperespressivi, iperboli, punti esclamativi, tanti puntini di sospensione. Si stenta a credere che nella lettera al condominio o in qualunque altra comunicazione formale adoperino le stesse modalità. Un codice che ha delle sue specificità. In rete ci sono anche scritture professionali, aziendali, pubblicitarie, si vedono competenze linguistiche differenti, una vetrina della ricchezza della lingua. Innovazioni magari effimere, che possono dar luogo a tormentoni che campeggiano nei social.

Rispetto ai grafismi che caratterizzano le scritture del web , le “faccine” ad esempio, viene data anche una spiegazione sociologica
Si tratta di forme che recuperano gli elementi di enfasi della comunicazione interpersonale faccia a faccia, e sopperiscono all’assenza della comunicazione diretta.

Oltre al contesto, che sia internet, o l’Aula del Parlamento, quanto è importante il ruolo di chi parla? Penso ai nostri politici e agli esempi di sciatteria citati nel saggio
Chi parla è importante. Come cittadino mi aspetto che i ceti dirigenti di questo Paese siano consapevoli che la lingua è un elemento di identità non solo personale ma anche sociale, il primo tassello per costruire una cittadinanza basata sul rispetto di sé e dell’altro. Spesso invece per piacere al cittadino, concepito soltanto come elettore, datore di consenso, ci si adegua ad una presunta immagine che va dall’uomo del bar al tifoso ultrà da stadio. E non è un caso che si adoperi un linguaggio aggressivo, violento, in cui domina il turpiloquio, e che si utilizzino sempre di più slogan, parole svuotate di significato, come “crescita”, “ripresa”, “stabilità”. “Paroloidi”, direi, riprendendo Gian Arturo Ferrari che parlava di “libroidi”. Un modo seducente quanto vago, che non costringe a specificare e chiarire quello di cui si parla.

Il ruolo dei giornali e della televisione nella codificazione della lingua. La tv dovrebbe essere ancora un modello come era alle origini?
Non si può più sostenere “l’ha detto il tg” o la Tv, soprattutto da quando a leggere le notizie non c’è più lo speaker, ma il giornalista. La televisione d’altra parte deve essere rappresentativa della lingua reale, certo con dei limiti e specificità, che forse oggi si sente il bisogno di ricontrattare. Spesso la velocità con cui si danno le notizie porta ad una deficienza nel controllo della qualità, nella sintassi della notizia e nella nitidezza dei significati. Per quanto riguarda la stampa, un articolo ben scritto, un editoriale, un fondo, rimane un buon esempio di italiano neo standard.

Nel libro si sostiene che l’errore di oggi possa diventare la norma di domani. Ci sono dei segnali per capire quando uno sbaglio abbia le caratteristiche per diventare norma? E quando invece sia destinato a restare solo un modismo?
Non c’è alcun segnale se pensiamo al lessico, uno dei livelli meno profondi della comunicazione, paragonabile alle onde della superficie marina, esposto a cambiamenti continui. Se pensiamo invece ad un livello più profondo, i fondali della nostra metafora marina, ad esempio all’allargamento dell’uso dell’ausiliare avere rispetto ad essere nei verbi modali e intransitivi, il discorso cambia. “Io ho voluto andare” è sempre più frequente nel parlato ed ha anche alcune testimonianze nello scritto; se nel lungo periodo rimarrà questa abitudine, nulla esclude che possa diventare norma di domani. Pensando invece alle parole nuove, o che si presentano come tali, è probabile che tra trent’anni una parola molto in voga, come spread, termine specialistico prestato dall’economia, entrata nell’uso anche se non sappiamo esattamente cosa significhi, ritorni nel suo segmento settoriale.

Sono citati spesso testi di canzoni, come esempio di correttezza, così come il fumetto
Sì, c’è molto controllo, attenzione, uso dei congiuntivi, una sintassi elaborata. Sono linguaggi più conservativi, in questo meno creativi.

Al centro del saggio c’è il concetto di scelta, in base al contesto in primis, che veicola anche dei significati ulteriori, rivelatori del pensiero di chi scrive o parla. Mi riferisco, ad esempio, alla parte dedicata a ministra, avvocatessa ecc.
I nomi di mestiere femminili possono riflettere una concezione sessista, e porre dei problemi alla grammatica. Il consiglio è di accettare la regolarità, quindi ministra, assessora. Se invece la grammatica ha da tempo deciso diversamente e la parola non è carica di negatività, non inventarsi qualcosa di differente: va bene direttrice, e non direttora.

Cosa pensa dell’uso di “eufemismi” come diversamente abili, non udenti..?
C’è il rischio di esagerare, di essere paternalisti, e dato che che l’eufemismo non corrisponde a un cambio di comportamento o di cultura, la protesta contro questi usi emerge proprio da quelle realtà che si vorrebbe in qualche modo proteggere.

La grammatica, scrive nel suo saggio, non è un Paese per logici e matematici. È un Paese per chi, allora?
Per persone che creano ogni giorno le possibilità della propria esistenza, nel rispetto di un orizzonte condiviso.
(Da rainews.it, 17/3/2014).

 




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