Sfida ai Pellerossa del football «Nome razzista, boicottiamoli»

Washington
I «Pellerossa» dello sport accusati di razzismo

Sfida ai Pellerossa del football «Nome razzista, boicottiamoli»

Qualche giorno fa, tra uno schiaffone mediatico e l’altro ricevuto per il lancio fantozziano del sito (inutilizzabile) che sta facendo
naufragare la sua riforma sanitaria, Obama ha spostato il discorso sul football americano, prendendo posizione in modo
inedito per un presidente e dicendo che se fosse lui il proprietario dei Washington Redskins (la squadra di football americano
professionistico della capitale), rifletterebbe seriamente sulla proposta di cambiarne il nome.
E un tema delicatissimo, perché lo sport professionistico americano da più di un secolo subisce il fascino – ben comprensibile
a tutti coloro che tra cowboy e indiani facevano il tifo per i secondi – dell’immagine fiera e coraggiosa del guerriero nativo
americano: ecco così oltre ai Washington Redskins anche i Cleveland Indians (baseball) con il dentuto cartoon del «capo
Wahoo» come mascotte, gli Atlanta Braves (ancora baseball) con il tomahawk come logo e il capo indiano come mascotte, i Chicago Blackhawks (hockey) con un altro guerriero nativo americano (ma almeno è un bel profilo, niente incisivi oversize come
Wahoo) nel logo.
Il placcaggio, duro e inaspettato, di Obama ha dato forza ai rottamatori di nome e logo dei Redskins, i più attaccati tra tutte le
squadre il cui nome evoca i nativi americani perché sono i più importanti, quelli con il fatturato più grande di tutti: costringere loro a cambiare il nome metterebbe nell’angolo anche i meno ricchi Indians, Braves e Blackhawks. Così i rottamatori dei Redskins
hanno comprato un (costoso) spazio pubblicitario durante la diretta della partita di ieri contro i Philadelphia Eagles,
dicendo no a quello che considerano razzismo e chiedendo una riforma politically correct.
Il proprietario dei Redskins ha sempre risposto agli attacchi confermando il suo orgoglio per nome, logo e mascotte, ripetendo
che non si tratta di un’offesa ma di un omaggio al coraggio dei guerrieri nativi americani, e facendo sventolare ai suoi portavoce
i sondaggi che danno a nome e simbolo un gradimento monstre dell’80% non tra i tifosi della squadra (tra i quali non c`è
pressoché dibattito) ma tra la popolazione americana.
Ma i boicottaggi li fanno da sempre le minoranze, e a volte funzionano, ripetono i sostenitori della riforma che hanno un capo
agguerrito e, giustamente, nativo americano.
Che ieri è finito in prima pagina sul Washington Post: Ray Halbritter, rappresentante della nazione Oneida (una delle
nazioni della lega irochese dello Stato di New York), ex metalmeccanico laureato a Harvard che sfida la Nfl, la lega del football
americano professionistico, a abbandonare quello che lui vede come un retaggio razzista che sarebbe improponibile, dice, nel
nome e nel logo di ipotetiche squadre come gli «ebrei di Washington o i cinesi di Washington: allora perché i pellerossa di
Washington dovrebbe essere accettabile, nel 2013?».
Halbritter da bravo avvocato di Harvard sa come costruire un’arringa – nei suoi discorsi cita aneddoti allucinanti, come la
volta che gli Oneida chiamarono i pompieri nella loro riserva e quelli si rifiutarono di aiutarli lasciando bruciare tutto
– ed è ben finanziato dai soldi che la nazione Oneida incassa grazie al suo casinò (i nativi americani hanno ricevuto
come risarcimento per secoli di persecuzioni governative leggi speciali sul gioco d’azzardo). E, forse, un punto debole
nel solidissimo pacchetto difensivo dei Redskins, Halbritter l’ha trovato: un boicottaggio su scala nazionale, non soltanto tra i
numericamente esigui nativi americani ma tra tutti gli americani favorevoli al cambiamento di nome, contro la Federal Express, il
cui presidente è azionista della squadra. Sarà molto difficile arrivare in meta – il nome e il logo dei Redskins sono popolari e
molto, molto redditizi – ma non impossibile, ora che anche Obama si è schierato.
Non come Bill Clinton, al solito il più scaltro di tutti. Lui, aveva dribblato l’ostacolo in scioltezza quasi vent’anni fa: nel
1994, chiamato a lanciare la prima palla del campionato di baseball e a inaugurare il nuovo stadio di Cleveland, si presentò con
il berretto della squadra locale, gli Indians. Ma quello alternativo e poco utilizzato, con la «C» rossa, non la mascotte ufficiale degli Indians, il «capo Wahoo» con i dentoni. Matteo Persivale
(Dal Corriere della Sera, 18/11/2013).

 




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