Severgnini risponde a Lorenzo Tomasin.

Posted on 13 febbraio 2018 in Politica e lingue 30 vedi

L’ingegnere del XXI secolo deve saper lavorare in inglese.

risponde Beppe Severgnini.

Caro dr. Ferrera, caro dr. Severgnini, ho letto i vostri interventi sul rigetto da parte del Consiglio di Stato della sentenza del Tar che vieta al Politecnico di Milano di tenere interamente in inglese i corsi di laurea magistrale e di dottorato (“Il discutibile «divieto» ai corsi in inglese nelle nostre università”, http://bit.ly/2C2VMik ), (“Il Politecnico, l’inglese e i Retromarcisti”, http://bit.ly/2nO8hJr ). Vi scrivo perché apprezzo sinceramente e vivamente il vostro lavoro e la vostra intelligenza, e proprio per questo sono rimasto perplesso nel constatare che anche voi, come vari colleghi di altri giornali italiani, sembrate non aver colto un aspetto fondamentale della vicenda: questa sentenza non vieta i corsi in inglese, che sono sempre esistiti e sempre esisteranno – in tutto il mondo, anche fuori dall’anglofonia e dal Commonwealth, e anche in Italia, in decine di università. Questa sentenza si oppone semplicemente all’idea che l’inglese possa e debba interamente sostituire le altre lingue (in questo caso l’italiano, ma lo stesso varrebbe per lo spagnolo, il francese, il tedesco…) nel panorama dell’insegnamento avanzato e della ricerca scientifica. Se ciò è avvenuto in alcuni campi (non in tutti: ed è curioso che anche a quelli tradizionalmente plurilingui, come quello in cui lavoro io, si chieda sempre più di conformarsi alle abitudini di quelli che hanno imposto il globish come lingua unica), ciò può essere stato dettato da esigenze pratiche e da una spinta inerziale. È un dato di fatto, ma non è una dinamica necessariamente sana, e non è forse un meccanismo da incoraggiare. Anzi, ci sono forti elementi per supporre che i danni, alla lunga, siano più dei vantaggi. Ve lo dice un italiano all’estero che fa lezione in due lingue, ha contatti quotidiani in almeno quattro lingue con colleghi e amici, e che ha lottato (finché era in Italia) per l’internazionalizzazione del suo ateneo. Vi prego, caro dr. Severgnini e caro dr. Ferrara: non incoraggiate la sostituzione del vecchio provincialismo dei monolingui italiani con l’altro nuovo provincialismo, non meno pericoloso, degli ingegneri che credono di parlare inglese e non san più parlare neanche del loro lavoro in quel che dovrebbe essere la loro lingua materna. A me ricordano l’Alberto Sordi dell'”Americano a Roma”: sono anche loro a ridicolizzare il nostro Paese in giro per il mondo. Un saluto molto cordiale,
Lorenzo Tomasin , lorenzo.tomasin@unil.ch

Dissento, caro Tomasin, con passione e convinzione. L’ingegnere del XXI secolo – come il pilota d’aereo, il genetista o il computer scientist – deve saper lavorare in inglese. Tradurre tutto – libri di testo, riviste e pubblicazioni, conferenze, incontri e convegni, corrispondenza – è letteralmente impossibile. Duplicare quanto sopra in italiano – come voi Retromarcisti proponete, giusto? – sarebbe grottesco.

Ecco perché bisogna cominciare dall’università. Perché lì si formano gli ingegneri di domani (che poi è oggi). Se non studiano in inglese – master e dottorati, ricordiamolo – partono svantaggiati. Perché una buona università come il Politecnico dovrebbe tagliarsi fuori dal circuito internazionale di docenti e studenti (che dopo l’istituzione dei corsi in inglese sono arrivati in gran numero)? Me lo dica.

Lei è un filologo, gentile e polemico Tomasin, dovrebbe saperlo: la lingua italiana si difende in altro modo. L’ho fatto anch’io, come forse sa. Non serve combattere battaglie di retroguardia, magari per riflesso condizionato (credo sia il caso della Accademia della Crusca, in questa occasione). Fantaticare sulla possibilità che l’italiano diventi la lingua internazionale della scienza e della tecnica nel XXI secolo, affiancando
l’inglese, è velleitario. Anzi, ingenuo. E lei non è certamente un ingenuo.

Credo che Maurizio Ferrera sarà d’accordo con me (e non perché siamo stati compagni di liceo classico a Crema!). Lei è un Retromarcista convinto, professor Tomasin, e in qualche modo la ammiro. Ma – ripeto – è fuori strada. Chieda ai colleghi di Losanna: le diranno che ho ragione.

Grazie anche dell’elvetica puntigliosità su Twitter: ho visto che s’è impegnato a fondo! E ora – come dicono i giovani ingegneri qui a Milano (perché sanno anche il latino!) – de hoc satis.

italians.corriere.it | 13.2.2018




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