Severgnini per la lingua italiana (fuori Italia, naturalmente): la fusione IIC-Dante non è realizzabile

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La fusione IIC-Dante non è realizzabile.

Gentilissimo Severgnini, in merito alla Sua appetitosa (per chi?) proposta a proposito della fusione IIC-Dante Alighieri (“IIC: precisazioni, bilanci ed eventuali fusioni” – http://bit.ly/1kJHWlj), dopo il giusto intervento di Iacopo Viciani Capo della Segreteria particolare del Sottosegretario Giro, desidero esprimere la posizione di FILP Affari Esteri sull’ipotetica fusione Istituti-Dante. Gli Istituti Italiani di Cultura, come tu sai, sono uffici pubblici del Ministero Affari Esteri, mentre le Dante Alighieri sono associazioni private operanti nel mercato dei corsi di lingua, in parte sostenute con un contributo statale. Gli enti privati nel campo dell’italiano sono tantissimi, dove le comunità italiane sono numerose (America Latina). Gli Istituti non si limitano ai corsi di lingua ma sono centri di promozione della cultura con programmazione annuale (letteratura, musica, cinema etc.), e offrono servizi pubblici (ad esempio protocolli culturali internazionali, rapporti con le università e istituzioni etc.). Diversamente dalle Dante, gli Istituti sono soggetti agli organi di controllo pubblici. Sulle associazioni private, che gestiscono anche fondi pubblici, il controllo è difficile e ha generato contenziosi giudiziari. Dato che gli Istituti incassano più dei contributi, sono autosufficienti e non pesano sul bilancio dello Stato. Vari Isti tuti hanno migliaia di alunni, piccole università all’estero. Sono strutture molto leggere con pochissimo personale. È evidente che la fusione Istituti-Dante non è realizzabile, ma razionalizzare si può, sotto due aspetti: l’efficacia della promozione della lingua e la distribuzione della rete. Gli Istituti potrebbero controllare i corsi di lingua sul territorio e coordinare le Dante Alighieri con poteri di indirizzo. La rete Dante Alighieri come quella degli istituti è superata dalla globalizzazione. Si possono chiudere in Europa strutture che non svolgono più una funzione determinante, e aprirne invece in Asia, Paesi del Golfo, Africa, laddove esistono interessi nazionali non coperti nel campo culturale. Molti Paesi studiano il modello degli Istituti Italiani. Si capisce che strutture finanziariamente sane con immobili demaniali facciano gola a molti a vario titolo. Di qui l’appetitosa proposta. Perché consegnare benefici pubblici a mani private? C’è una brutta letteratura che non vorremmo si arricchisca con il capitolo Istituti-Dante. Nel campo culturale è bene mantenere la pluralità, come per il mercato dei beni, rispettando le competenze e rafforzando la collaborazione.
Eraldo Fedeli – FILP Affari Esteri, eraldo.fedeli@gmail.com
(Da Italians.corriere.it, 16/12/2013).

 




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