Severgnini e la necessità di sottolineare il ruolo dell’inglese come lingua del potere.

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Miti che cambiano.

“Financial Times”, la grande forza dei numeri (e dell’inglese).

di Beppe Severgnini.

La cessione del “Financial Times” dal gruppo inglese Pearson al gruppo giapponese Nikkei, per 844 milioni di sterline, insegna due cose: i buoni prodotti editoriali hanno mercato; i buoni prodotti editoriali in lingua inglese hanno un grande mercato. La cessione del Ft non somiglia a quella del Washington Post, rilevato da Jeff Bezos, fondatore di Amazon. Il “Financial Times” non vende perché è nei guai; vende perché va bene. Oggi ha 500 giornalisti in 50 sedi nel mondo. La circolazione è arrivata a 737mila copie, sette su dieci digitali. Registra utili significativi. In altre parole, la transizione che tanto angustia i media il Ft l’ha compiuta con successo. Il capo di Pearson, John Fallon, ha detto che il quotidiano aveva raggiunto un «inflection point», un «punto di flesso» (per una curva o funzione è un punto in cui si manifesta un cambiamento di curvatura o convessità). «Nel nuovo ambiente creato dalla crescita esplosiva della mobilità e dei social – ha spiegato – è necessario far parte di una global digital news company ». In altre parole: più di così non possiamo fare, sotto qualcun altro.
Che questo qualcun altro parli una lingua diversa dall’inglese non è un caso. Il “Financial Times” (Londra), insieme al Wall Street Journal (New York), è la più influente fonte d’informazione economico-finanziaria del pianeta. Due testate, due capitali, una lingua. L’inglese resta, nella comunicazione, una risorsa insostituibile. Mercati asiatici e ministri greci, cantanti pop e fanatici islamisti: chi vuole avere un ascolto mondiale, deve parlare la lingua del mondo.
Non è una coincidenza che il concorrente di Nikkei fosse il gruppo tedesco Axel Springer. Un altro colosso desideroso di «piantare una bandiera nel panorama dei media in lingua inglese» (lo stesso Ft , ieri). Una bandiera di carta color salmone, con cui la City di Londra si presenta ai governi, alle imprese, agli investitori . E continuerà a farlo, se il Regno Unito non farà la follia di lasciare l’Unione Europea.
Un’ultima considerazione. La cessione di una testata come il “Financial Times” (1888) dimostra come gli inglesi credano al mercato. Non conta la nazionalità degli acquirenti: basta che abbiano i soldi e rispettino le regole. Dopo aver ceduto le auto ai tedeschi, l’abbigliamento agli italiani, il calcio ai russi, Mayfair agli arabi e i taxi di Londra ai cinesi, lasciano l’informazione finanziaria ai giapponesi. La Casa Reale può stare tranquilla, ma non si sa per quanto.
(Da corriere.it, 24/7/2015).

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