Se una diga si prende la terra di un popolo.

Se una diga si prende la terra di un popolo.

di Claudia Fanti.

La svolta auspicata dai movimenti popolari per il secondo mandato di Dilma Rousseff sembra ormai chiaro che non ci sarà. Al di là della disponibilità mostrata nei cordiali incontri con esponenti del Movimento dei Senza Terra e con un gruppo di teologi della liberazione (v. Adista Notizie n. 44/14), è evidente che la presidente non è interessata a dare alcun segnale concreto di discontinuità: a dimostrarlo sta la scelta dei ministri del suo nuovo governo, a cominciare dalla nomina di Katia Abreu – leader dell’agrobusiness e acerrima nemica del Movimento dei Senza Terra – a capo dell’importante Ministero dell’Agricoltura.
Ma saranno in particolare i popoli indigeni, come sempre, a pagare le scelte di un governo allineato con gli interessi delle grandi imprese, al servizio di cui, dopo aver imposto la diga di Belo Monte – spazzando via la resistenza disperata dei popoli indigeni e dei loro alleati – il governo Dilma concentra ora la sua attenzione sul cosiddetto complesso Tapajós, in Parà: un insieme di sette grandi dighe, la maggiore delle quali, quella di São Luiz do Tapajós, con i suoi 36 metri di altezza e 7 chilometri di estensione, sarà destinata a diventare la terza maggiore del Paese (a cui bisogna aggiungerne altre dodici sul Rio Juruena e quattro sul Rio Teles Pires, affluenti del rio Tapajós in Mato Grosso). Come se non bastassero i veleni scaricati sul fiume dalle miniere d’oro: «Il Tapajós, che un tempo era azzurro e trasparente, oggi è sporco e inquinato», denuncia non a caso il Movimento Tapajós Vivo.
Quanto, su questa strada, il governo – «il più nocivo per i popoli indigeni e per l’Amazzonia dai tempi della dittatura militare», come ha commentato la scrittrice e documentarista Eliane Brum in un articolo pubblicato sul sito desacontecimentos.com (27/11) – sia disposto a spingersi nella sua guerra ai popoli originari, lo ha dimostrato nella maniera più drammatica, ancor prima che iniziasse il secondo mandato della presidente, una riunione dello scorso settembre tra la Funai (la Fondazione Nazionale dell’Indio, l’organo del governo incaricato della questione indigena) e il popolo munduruku, uno dei più numerosi gruppi etnici del Brasile, la cui terra tradizionale è direttamente minacciata dalla costruzione della diga di São Luiz do Tapajós. In un video dell’incontro registrato dai munduruku, l’allora presidente della Funai, Maria Augusta Assirati – la quale ha poi presentato le dimissioni nove giorni dopo la drammatica riunione – tenta di spiegare ai leader indigeni, con evidente affanno, che il decreto di demarcazione della loro terra ancestrale Sawré Muybu, pronto da più di un anno, non è stato ancora pubblicato perché proprio su questa terra – che accoglie il suolo sacro Daje Kapap’ Eipi, considerato il luogo in cui sono nati i primi munduruku – è prevista la costruzione della diga, destinata ad allagare parti significative dell’area: se questa fosse demarcata, il progetto della centrale risulterebbe infatti assai meno praticabile, in quanto l’evacuazione dei munduruku resa necessaria dalla costruzione dell’opera si scontrerebbe con l’articolo 231 della Costituzione, il quale vieta l’allontanamento dei popoli indigeni dalla loro terra se non in caso di catastrofe o epidemia o di difesa della sovranità del Paese e solo fintantoché duri il pericolo.
Il popolo che sa difendersi
I munduruku, tuttavia, non si sono arresi e, stanchi di un’attesa che si annuncia interminabile, hanno provveduto in ottobre a realizzare un’autodemarcazione della loro terra, costruendo una sorta di trincea lungo le coordinate esatte previste dal decreto fermo nei cassetti della Funai, al fine di bloccare l’avanzata dei progetti idroelettrici e minerari. «Questa è la porta di ingresso al nostro territorio», ha spiegato il guerriero e storico indigeno Saw Rexatpu: «Proteggeremo la terra per i nostri figli e nipoti. Per il futuro». E ha aggiunto: «Usciremo da qui solo da morti».
Nel frattempo è andata avanti la guerra giudiziaria, in cui i munduruku possono contare su un importante alleato, il procuratore federale Luís de Camões Lima Boaventura, una delle voci più forti in difesa del popolo indigeno, il quale, però, all’inizio di novembre, ha dovuto trasmettere l’ennesima cattiva notizia: l’ordine trasmesso dalla Giustizia Federale alla Funai perché venisse pubblicato il decreto di demarcazione della terra Sawré Muybu era stato sospeso dall’Advocacia Geral da União a Brasilia. «La notizia – riferisce il lungo e appassionato reportage di Ana Aranha e Jessica Mota, pubblicato dall’Agência Pública e riprodotto dal portale Amazônia (11/12) – è stata riportata in tono grave dal procuratore, mentre il portavoce Roseninho Saw e altri leader sono rimasti in un silenzio attonito. Per lunghi minuti, i munduruku non hanno avuto alcuna reazione. Camões ha tentato di alleggerire il clima: “Non perderai la voce proprio adesso, no?”. Ma Roseninho è riuscito solo a verbalizzare il silenzio: “Non ho più parole”».
E se il ministro Gilberto Carvalho, capo della segreteria generale della presidenza, ha chiarito, con tutta l’arroganza di cui è capace il governo, che, quale che sia il risultato della consultazione con il popolo indigeno prevista dalla legislazione, la diga si costruirà comunque, i munduruku sono decisi a resistere con tutti i mezzi. Non a caso, il nome del movimento di resistenza contro le dighe prende il nome di Ipêreg Ayû, che significa “il popolo che sa difendersi”.
(Fonte comune-info.net, 1/15/2015).

 




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