Se per gli editori italiani contano solo gli Usa

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LETTERE AL CORRIERE IL PICCOLO FRATELLO

Se per gli editori italiani contano solo gli Usa

di Paolo Di Stefano

Se qualcuno vi dice che un libro è «brillante, potente, in una parola: memorabile», che fate? Correte a comperarlo? No di certo, non subito, almeno. E se ve lo dice il New York Times? Ci pensate giusto quell’attimo utile per decidere di muovervi a passo svelto verso la prima libreria. Se qualcuno vi assicura che un certo romanzo «avvince» e che il suo autore «ha un talento particolare per il dettaglio e la comicità pungente», come reagite? Correte, andate al piccolo trotto, a passi lenti, oppure restate immobili nell’indifferenza? Immobili. E se ve lo dice il Times? Vi precipitate sullo scaffale più vicino, ovvio, a costo di farvi del male. Se il Daily Mail, nientepopodimeno, vi assicura che siete di fronte a una «scintillante commedia tragica»? Vi lascerete abbagliare, non c’ è dubbio. E che fate di fronte all’entusiasmo del Chicago Sun-Times qualora vi rivelasse che i libri di un autore «inducono a un parallelo istintivo con l’opera di Graham Greene»? Mica una testatina da niente, sia ben chiaro: il Chicago Sun-Times! Naturalmente non è così: nessuno corre, nessuno si agita, nessuno va in estasi per una citazione del Daily Mail. Eppure gli editori italiani la pensano diversamente: considerano il loro potenziale lettore un inguaribile provinciale che, in attesa di avventurarsi pericolosamente nella famosa «gita a Chiasso» di arbasiniana memoria, si lascia catturare da ogni patacca che gli venga spacciata in lingua inglese, quasi fossimo ancora tanti ridicoli Nando Mericoni anni 50, cui Alberto Sordi faceva dire a ogni passo «o’ right, o’ right» e «awanagana». Avete notato? Le quarte di copertina dei romanzi stranieri sono piene di pillole «critiche» tratte da quotidiani e periodici americani o inglesi: non si tratta solo della autorevole (mai citarla senza dire che è «autorevole») New York Times Book Review o di Publishers Weekly, ma di testate non necessariamente qualificate sul piano critico: Boston Globe, Daily Telegraph, San Francisco Chronicle. Infatti, ci imbattiamo in aggettivi logori dentro frasette piuttosto insignificanti, da grigia routine recensoria o meglio similpubblicitaria. Tipo: «un romanzo ambizioso», «i lettori ne resteranno affascinati», «umorismo irresistibile», «magnifico romanzo», «storia indimenticabile», «narrazione avvincente». Se poi da Sacramento a Filadelfia passando per Kansas City non si trovasse neanche uno straccio di testata a stelle e strisce che abbia buttato là una parolina meno che esaltata sul capolavoro in questione, non sarà difficile andare a pescare sul web un peana anonimo e senza impegno. E così, come giustamente faceva notare qualche giorno fa Filippo La Porta sul Corriere, ecco arrivare nei risvolti dei grandi editori i pensierini vergati per Amazon.com da lettori senza nome pronti a dichiarare «marvellous», «exciting», «delicious», «fantastic», «delicate», «remarkable», «sexy», «beautiful», «wonderful» qualunque porcheria. O’ right, awanagana, orait.
(Dal Corriere della Sera, 2/8/2012).




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