Se l’idea di un Papa americano spaventa i cardinali americani

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C'è chi caldeggia l'ipotesi e chi teme che alimenterebbe l'odio anti-yankee. Ma tutti i porporati Usa avrebbero già comprato il biglietto di ritorno.

Quando giunsero a Roma 50 anni fa, per il Concilio Ecumenico Vaticano II, i vescovi americani posero la questione della libertà religiosa.
Ma non furono capiti fino in fondo. Solo più tardi ci si accorse di quanto quel tema fosse (e sia ancora) attuale anche per il Vecchio Continente. Suona più o meno così il ricordo che Benedetto XVI ha consegnato 15 giorni fa ai parroci della capitale. I porporati d'oltreoceano sono già a Roma e sono la delegazione più numerosa dopo l'italiana. Molti credono – o attendono o temono – che tra loro ci sia il nuovo Papa. Ci si chiede se la Chiesa sia pronta. Ma era pronta 35 anni fa al Papa dell'Est? Ratzinger ha iniziato la battaglia dell'alleanza tra fede e ragione, contro la dittatura del relativismo. Può continuarla un americano? Del resto il suo primo successore alla Congregazione per la dottrina della fede fu il cardinale «made in Usa» William J. Levada.
Gli interessati si schermiscono, avrebbero tutti comprato il biglietto di ritorno, ma non nascondono che vedrebbero bene un Papa americano. E potrebbero trovare molti alleati. Anche se non mancano scettici tra le loro fila, come Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, per cui questa scelta «non sarebbe saggia». Un Pontefice «proveniente dalla superpotenza americana incontrerebbe molti ostacoli nel presentare un messaggio spirituale al resto del mondo» e «all'America stessa». Già, perché la situazione interna è tutt'altro che semplice da gestire, e in questi anni di presidenza Obama il tema della libertà religiosa è tornato di attualità nella società che ha fatto della libertà la sua bandiera e ne ha posto il simbolo all'ingresso del Paese. I vescovi Usa sono in prima linea nelle battaglie pro-life e nella difesa dell'obiezione di coscienza, a fronte di provvedimenti che vogliono imporre l'aborto anche alle cliniche cattoliche o al dilagare dei matrimoni omosessuali.
I cardinali americani arrivano a Roma per la prima volta all'uscita del tunnel degli abusi sessuali. Era il 2002 quando il caso scoppiò negli Usa. E poco importa che sui giornali torni ad allungarsi l'ombra della pedofilia, come nel caso del cardinale Roger Mahony. Dieci anni dopo, e milioni di dollari dopo, c'è una nuova squadra di porporati voluti da Benedetto XVI alla guida di diocesi problematiche, che con lui e dopo di lui sono pronti a continuarne l'opera. Due su tutti Sean O' Malley e Timothy Dolan. Il primo è stato inviato a Boston dopo che il cardinale Law era stato travolto dallo scandalo. Cappuccino, di carattere deciso e gioviale, ha sanato molte ferite. C'era lui con le vittime della pedofilia che Benedetto XVI ha incontrato nel viaggio in Usa nel 2008. In pole c'è Dolan. E si dice che riempia la cattedrale, che sia vicino alla gente.
Tra i detrattori del Papa americano, c'è chi teme un progetto di decentramento della Curia, che prevede un peso maggiore delle conferenze episcopali con il rischio di snaturare la figura del Papa e di trattare la Chiesa come una sorta di agenzia internazionale. Un rischio su cui Benedetto XVI ha detto parole chiare fino all'ultimo giorno: «La Chiesa non è un'istituzione escogitata e costruita a tavolino… ma una realtà vivente» e «la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è Sua».

(di Marinella Bandini, Il Giornale, 01/03/2013)




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