Se l’Europa non si muove si ammalano tutti i paesi

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La crisi dell'euro è in standby. I mercati restano sostanzialmente alla finestra nonostante i segnali negativi non cessino di accumularsi dentro e fuori dal club della moneta unica.
Il rigore a senso unico, lo confermano anche le ultime previsioni di Bruxelles, non produce i risultati sperati ma, come si è visto ieri in ben 23 Paesi dell'Unione su 27, crescenti disordini e tensioni sociali: perché esaspera recessione e disoccupazione vanificando gli sforzi per un durevole e solido risanamento dei conti pubblici, mentre il recupero di competitività rimane tutto di là da venire. Per questo, condannata alle fatiche di Sisifo la Grecia, cui si continuano a far sospirare gli aiuti, resta per i partner un fattore di rischio e di instabilità permanente.
I negoziati sulla sorveglianza bancaria unica da affidare alla Bce, snodo fondamentale per sbloccare gli aiuti Esm a banche e Stati rompendo il legame perverso tra debiti sovrani e bancari, si trascinano in alto mare. Dopo l'ultimo Ecofim, nessuno si illude più sul raggiungimento di un accordo a fine anno. Insieme a un pugno di Paesi, la Germania si è messa di traverso. Ci vorranno altri mesi. Forse bisognerà aspettare l'esito delle elezioni tedesche del settembre 2013. Se nel frattempo la Spagna o altri batteranno cassa, dovranno anche rassegnarsi a veder lievitare ancora il proprio debito. Con tutte le controindicazioni del caso.
Mancano i fondi per finanziare alcune politiche correnti ma anche le trattative sul bilancio Ue 2012 e 2013 sono in panne. Il vertice europeo straordinario, convocato la settimana prossima a Bruxelles per trovare l'intesa sul finanziamento pluriennale dell'Unione (2014-20), potrebbe concludersi con un altro rinvio, ancor prima che con ambizioni comuni ridotte sotto i minimi termini. Tanto che ieri l'Italia ha respinto ad alta voce l'ultima proposta di compromesso, densa di tagli di spesa troppo punitivi.
E come se disagio e malanimi intra-europei non fossero già abbastanza scatenati, ora dentro l'eurozona rischia di saltare senza più ritegno l'asse franco-tedesco sulla questione francese, cioè sul problema del rapido declino economico-industriale della seconda economia dell'area.
Non a caso l'altro ieri, in margine all'Ecofin, si è precipitosamente celebrata la conferenza stampa congiunta Schäuble-Moscovici. Non a caso oggi il premier Jean Marc Ayrault vola a Berlino. «Mi rifiuto di chiamare la Francia il malato d'Europa. Abbiamo fiducia nel Paese» ha cercato di tagliare corto Wolfgang Schäuble a Bruxelles. Più facile da dire che da fare dopo le reprimende di Ocse e Fmi e dopo che nei giorni scorsi in Germania ”Die Welt” si interrogava su «il presidente François Hollande senza bussola» e la popolare ”Bild” titolava in prima pagina «Sarà la Francia la nuova Grecia?».
Risparmiata a lungo dagli assalti dei mercati grazie alla garanzia implicita di “Merkozy”, la Francia socialista di Hollande, che con il cancelliere tedesco non è mai entrata in gran sintonia, si ritrova improvvisamente nuda: un Paese come gli altri, dai conti pubblici disastrati e in forte perdita di competitività. Quindi richiamato all'ordine come tutti per il bene dell'euro. Anche perché ormai privo della comoda "copertura" di Spagna e Italia convertite alla disciplina. «La Francia parla il linguaggio del Nord ma attua politiche del Sud. Da 10 anni la Germania si riforma, la Francia no. Negli ultimi 20 anni i tedeschi hanno dimezzato i funzionari pubblici, i francesi li hanno aumentati del 35%. Con il cancelliere
Schröder i tedeschi accettarono di lavorare di più a salari bloccati, la Francia scelse le 35 ore. Risultato, oggi i francesi lavorano 8 settimane meno dei tedeschi» denunciava tempo fa l'eurodeputato francese (Ump) Alain Lamassoure.
Nella scala della competitività del World Economic Forum la Germania è al 6° posto, la Francia al 21°. Oggi esporta meno dell'Olanda che ha poco più di un quarto della sua popolazione. Accusa un buco da 70 miliardi (dati 2011) nella bilancia commerciale contro un surplus tedesco da 160 miliardi. Con la disoccupazione al 10,3% contro il 5,5% della Germania, 3 milioni di senza lavoro, il record dal 1999, Parigi appare sempre più lontana da Berlino anche se si guarda al livello di spesa pubblica (56,3% del Pil contro il 45,2%), di deficit (4,5% contro lo 0,2%) e di debito pubblico (90% e in crescita contro 81,7% ma in discesa).
Il lento divorzio economico-finanziario tra i due Grandi dell'euro non è una faccenda bilaterale ma, in prospettiva, un'autentica emergenza collettiva. Che tocca direttamente anche la tenuta della moneta unica. E non per i mai rimpianti direttorii che furono. Ma per il venir meno della dialettica e delle mediazioni necessarie a tenere insieme la variegata famiglia europea. Del resto il regolare sfilacciamento degli accordi presi, arroccamenti sugli interessi nazionali, la vista sempre più corta dei Governi sono tutti espressione del malessere diffuso, di una convivenza sempre più difficile.
«La France c'est l'Europe»: la politica europea di Francois Mitterrand, l'altro presidente socialista, era chiarissima. Non si capisce ancora, invece, quale sia quella di Hollande. Anche se è chiaro che, nell'inazione francese, a Germania resterà sola a fare l'Europa senza ammortizzatori. O almeno a provarci, esasperando dovunque i sentimenti anti-europei. E non solo nelle piazze.

Adriana Cerretelli
Il Sole 24 Ore 15/11/2012




1 Commenti

E.R.A.
E.R.A.

[justify]Produzione industriale, prodotto interno lordo, deficit e debito dello stato: tutti i dati vanno nella stessa direzione. Nemmeno il “nocciolo duro”, dell'Europa unita, l'asse franco-tedesco, è più al sicuro dai colpi della crisi. La Francia è “au bord de la récession”, sull'orlo della recessione, come titolava con enfasi l'edizione domenicale del Figaro; la Germania lo sa e si innervosisce all'idea di veder scivolare il suo storico alleato. Il mercato teutonico sarebbe anch'esso travolto, per non parlare della legittimità di una leadership continentale che – cadesse la Francia – rischierebbe di apparire quantomai solitaria e autoritaria. Per questo il ministro delle Finanze di Berlino, Wolfgang Schäuble, ha detto di respingere anche la sola idea che si possa parlare di Parigi come della “malata d'Europa”. <br />
I numeri però hanno la testa dura. L'Eurostat ieri ha certificato che la produzione industriale dell'Eurozona è calata del 2,5 per cento lo scorso settembre rispetto ad agosto (mentre rispetto al settembre dello scorso anno è diminuita del 2,3 per cento). È la variazione mensile peggiore dal gennaio 2009. In Italia la flessione è dell'1,5 per cento a settembre rispetto ad agosto (e del 4,8 in un anno). La Francia per una volta fa peggio: a settembre la produzione industriale è scesa dei 2,7 per cento rispetto ad agosto (meno 2,4 in un anno). Il governo transalpino ieri ha comunque confermato l'impegno a ridurre il deficit pubblico al 4,5 per cento del pil quest'anno. Salvo riconoscere un attimo dopo che l'obiettivo di risanamento fiscale potrebbe essere messo a rischio dall'impatto della ricapitalizzazione dell'istituto di credito Dexia. Certo, Parigi continua ad avvantaggiarsi dei rendimenti contenuti del suo debito pubblico, tanto che il costo complessivo degli interessi dovrebbe ammontare quest'anno a 46,4 miliardi, quasi la metà prevista dal Tesoro italiano. Ma gli investitori internazionali, come noto, in questi mesi guardano più alla tenuta complessiva dell'architettura europea che ai fondamentali dei singoli paesi. E se ha ragione la Banca centrale francese, che prevede crescita negativa nel paese per gli ultimi due trimestri del 2012, la recessione di Parigi sarà ufficiale. A quel punto i mercati si potrebbero convincere che la stampella teutonica non basti più, e allora Lady Spread inizierà – da un giorno all'altro – a parlare anche francese.[/justify]<br />
<br />
Il Foglio<br />
15/11/2012

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