Se l’Europa importa l’ultimo muro

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AVVENIRE,23.04.2004,p. 2

CIPRO, DUE REFERENDUM STRATEGICI

Se l'Europa importa l'ultimo Muro


Tempi duri per chi scommette sulla rapida composizione dei conflitti e punta, comunque, all'apertura di un dialogo costruttivo fra etnìe diverse. Anche a Cipro, nell'imminenza dei referendum -simultanei, ma distinti-che domani decideranno la sorte dell'isola, la ragionevolezza sembra perdente: sondaggi dell'ultima ora, ufficialmente impubblicabili ma attendibili, stimano che almeno il 53 per cento degli elettori greco-ciprioti diranno «no» alla nascita della Repubblica unita di Cipro, mentre la maggioranza dei turco-ciprioti diranno «sì» a questa nascita, che determinerebbe l'integrazione dell'intera isola, e non soltanto della parte greco cipriota, nell'Unione
europea. Insomma, con citato e opposto esito dei referendum, abbastanza paradossalmente, la parte turca del Nord resterebbe quella che è, un fantasma di Repubblica senza credito internazionale; mentre nell'Unione, il prossimo Primo Maggio, entrerebbe comunque la parte del Sud, greca. Ovvero, l'unica ad aver concordato l'ingresso con Bruxelles. Se, a dispetto delle forti pressioni sui greco-ciprioti e su Atene (perché convinca i primi) dell'Unione europea, degli Stati Uniti, del Consiglio d'Europa, del segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan – patrocinatore accanito e sfortunato di un compromesso preventivo sulla nascita della Repubblica cipriota – se a dispetto di queste pressioni, dicevamo, trionfasse il partito del «no» ispirato a mezza voce dal presidente greco-cipriota Tassos Papadopulos e violentemente, sul fronte turco-cipriota, dal leader storico Rauf Denktash, l'Unione europea dal Primo Maggio patirebbe, al suo interno, il disonore di un muro. E il cosiddetto «Muro di Nicosia», lo sgradevole reperto conseguente a quell'invasione turca di Cipro (1974), che ha determinato la proclamazione unilaterale della Repubblica del Nord (1983), tagliato in due 1'isola, e provocato uno stato di guerra fra le parti che almeno formalmente dura ancora.
I turchi (della madrepatria e dell’isola) hanno dunque i loro torti storici, ma non possono dirsi immacolati nemmeno i greco-ciprioti, responsabili o corresponsabili di nefandezze durante.i tentativi di «pulizia etnica» (anche se allora non si chiamava così) negli anni Sessanta e ora, in molti casi, soddisfatti dal calcolo che l'esito dei referendum sarà per loro comunque vantaggioso, e che sarà particolarmente vantaggioso se contribuirà a sbarrare alla Turchia la strada dell'ingresso nell'Unione. Si tratta di un calcolo meschino, dettato da un nazionalismo esasperato e oltretutto capace di rivelarsi autolesionistico con l'andare del tempo. Con il «piano referendario» le Nazioni Unite, già occupate a tener buone le parti con i «caschi blu», contano di trasformare l'isola in una sorta di Svizzera con due cantoni. Ma hanno agito in ritardo, e non tenendo nel dovuto conto tutte le ragioni dei greco-ciprioti, compresa quella della libera circolazione delle persone una volta che avvenisse l'unificazione in una sola Repubblica. Non è impeccabile nemmeno ll comportamento dell'Unione europea, che è apparsa andare a rimorchio delle Nazioni Unite in una questione di sua stretta, e per molti aspetti vitale competenza: crisi di Cipro vuol dire infatti crisi delle relazioni fra Grecia e Turchia, con incalcolabili e in ogni caso negative conseguenze non soltanto sull'Egeo. Molti osservatori ritengono che l'Unione abbia preso – senza valutarlo a dovere – il rischio di ereditare il Primo Maggio un contenzioso dirompente, per giunta acceso fra islamici e cristiani. Si spera che i sondaggi elettorali, una volta di più, abbiano torto

ELIO MARAONE


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