Se l’Europa affida all’America la propria sicurezza

Posted on in Europa e oltre 11 vedi

13/09/2004, Il Giornale, pag.14

SE L’EUROPA AFFIDA ALL’AMERICA LA PROPRIA SICUREZZA

Di Federico Guiglia
Tra le non poche differenze che riguardano la politica americana e quella europea forse la più vistosa è il rapporto che esse hanno maturato col proprio passato recente. Tre
anni dopo 1'11 settembre niente è cambiato per chi, da allora, si sente sotto assedio. Negli Stati Uniti i controlli agli aeroporti continuano ad essere ferrei, l'allarme arancione, la prevenzione a volte ossessiva e a tutti i livelli: difficilmente un'auto parcheggiata nel posto sbagliato resterà nel posto sbagliato senza che un carro-attrezzi la rimuova, nel dubbio. Persino nella più problematica politica estera entrambi i candidati alla Casa Bianca, l'uscente George W. Bush e l'aspirante John Keny, assicurano che a nulla rinunceranno, se in ballo ci sarà la sicurezza dell'America. E aggiungono che i soldati a stelle e strisce rimarranno in Iraq fino a «missione compiuta», insomma non meno di quattro anni, secondo le loro più ottimistiche previsioni. Gli Stati Uniti, dunque, non hanno minimamente «abbassato la guardia».
E lecito, anzi, doveroso discutere su come quel grande Paese abbia reagito e stia reagendo, specialmente in campo internazionale, alla barbarie delle Torri abbattute; però è indubbio che stia reagendo, e che qualsiasi futuro inquilino della Casa Bianca continuerà a muoversi secondo una strategia d'azione sottoposta all'esame dell'elettorato, e dunque condivisa dalla maggioranza di quell'elettorato.
In Europa sta avvenendo esattamente il contrario. Pur prevedendo, la nuova Costituzione, che l'Unione abbia competenza per definire e attuare una, “politica estera di sicurezza comune”, e che tra i poteri concorrenti tra Unione e Stati membri figurino proprio “la sicurezza e la giustizia”, poco o nulla è stato realizzato per affrontare l'emergenza fondamentalista. Con l'aggravante che anche noi abbiamo avuto un 11 settembre, il terribile 11 marzo di Madrid, già dimenticato; con l'aggravante che anche noi europei siamo vittime del fanatismo religioso in ogni parte del globo e non soltanto in Iraq, che si partecipi o no alla missione di pace post-bellica; che pure noi abbiamo subito minacce, rapimenti e omicidi d'ogni genere. Contro tutto ciò soltanto un fiume europeo di parole. Dal punto di vista politico-legislativo non una sola e nuova e forte iniziativa comune è stata adottata per fronteggiare il terrorismo. Neppure sull'altro versanti, il versante dell'integrazione possibile e necessaria dcll'Islam “occidentalizzato” o “moderato” come dir si voglia, esistono iniziative comuni. Si pensi, per esempio, alla nota e discutibile decisione della Francia, che ha vietato il velo a scuola, a differenza di tutti gli altri ventiquattro Paesi dell'Unione: ma non sarebbe stato e non sarebbe più efficace agire tutti d'intesa in un modo o nell'altro? Non sarebbe forse utile un grande dibattito europeo al più alto livello istituzionale per tendere la mano all'«Islam europeo», da una pane, e per fronteggiare, dall'altra, i delitti contro l'umanità di cui si sta macchiando il fondamentalismo armato? Invece gli europei si muovono in ordine sparso, ognuno pensando per sé, come se la strage di Madrid fosse stata soltanto una strage spagnola; e già sbiadisce perfino il ricordo del corteo di solidarietà guidato dai principali leader politici del Vecchio Continente poche ore dopo l'attentato…
Eppure anche gli ultimi drammatici avvenimenti in Iraq, che coinvolgono tutti – Paesi interventisti o neutralisti – dovrebbero aver insegnato che l'Europa non può mantenere un «basso profilo» in questa crisi sempre più internazionale. Non può lasciare soltanto all'America ferita il compito di garantire la convivenza e la sicurezza nel mondo.

Questo messaggio è stato modificato da: martina.zeppieri, 14 Set 2004 – 19:53 [addsig]




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.