SE L’AULA PARLA LINGUE SBAGLIATE

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ISTRUZIONE E MONDO DEL LAVORO.

SE L’AULA PARLA LINGUE SBAGLIATE.

La Cina. Un miliardo e quattrocento milioni di persone. Un tasso di sviluppo che, per l’Europa, non parliamo dell’Italia, è inarrivabile da decenni. Cinesi sono il 70% delle fotocopiatrici del pianeta, il 55% dei refrigeratori e delle lavatrici, l’80% degli alberi di natale artificiali, il 60% della componentistica informatica, 6 miliardi di paia di scarpe all’anno. Un grande mercato, quindi. In più, anche uno spazio enorme per «esportare» sensibilità culturali e giuridiche necessarie per il godimento di elementari diritti umani, sindacali e sociali per tutti e non soltanto per qualche privilegiato, visto che un operaio prende 40 centesimi di dollaro all’ora per un orario settimanale che oscilla tra le 60 e le 70 ore. Ovvio, di conseguenza, che la Cina possa costituire una specie di nuova frontiera sia economica, sia, in senso lato, linguistico-culturale. Si spiega in questo quadro il successo del corso extracurricolare di lingua cinese organizzato a Caravaggio, di cui ha ampiamente ragguagliato il giornale. Ma si spiegano in questo quadro anche le iniziative assunte da tempo dall’Università di Bergamo: scambi culturali e accoglienza di studenti cinesi nei vari corsi di laurea, un accordo quadro di alto livello per il trasferimento tecnologico, relazioni di ricerca tra la nostra e altre università cinesi. La classe dirigente cinese, però, parla inglese. L’inglese, bene o male, resta la lingua internazionale più diffusa nelle transazioni scientifiche, tecnologiche, finanziarie ed economiche, oltre che in quelle diplomatiche e politiche. Se è spiegabile, perciò, l’interesse di molti italiani per il cinese è non meno ragionevole che sappiano bene l’inglese. E qui nascono i problemi. Gli esperti di selezione, infatti, quando leggono nel curriculum dei nostri giovani «possesso scolastico» della lingua inglese danno per acquisito che non la sappiano. Eppure dopo 13 anni del suo insegnamento sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di più. Bisogna allora prendere coraggio ed accelerare alcune scelte già possibili ma ancora non frequentate a sufficienza. La prima è valorizzare fortemente l’apprendimento delle lingue in situazioni non formali e informali. Significa, per esempio, ritenere a tutti gli effetti compito della scuola organizzare per i propri studenti tirocini extracurricolari all’estero, della durata fino a 4 mesi l’anno, anche non continuativi, da svolgersi nei giorni di sospensione delle lezioni. Dopo i recenti provvedimenti del governo e della Ue sulla Youth Guarantee , queste esperienze daranno diritto anche ad uno «stipendio» che vale se non altro come rimborso spese. La seconda è distinguere tra possesso strumentale e d’uso di una lingua e suo possesso critico-culturale. Conoscere l’Enrico IV o i problemi glottologici più controversi dell’inglese non significa di per sé anche essere in grado di adoperarlo in una delle transazioni a cui si faceva prima riferimento. La terza è diffondere sempre più negli ultimi anni delle scuole superiori il Clil , ovvero l’insegnamento in inglese di altre discipline scolastiche. In altri termini, trasportare verso il basso quanto l’Università di Bergamo ha già fatto e farà sempre di più con le lauree internazionalizzate in lingua inglese.
(Dal Corriere della Sera, 19/12/2013).

IL PROFESSORE

«All’Università ormai sorpassa anche il russo».

Chi studia la lingua orientale dimostra di volersi avvicinare ad un altro modo di pensare e ad una nuova cultura.

di Cesare Zapperi.

«È una bellissima notizia. I ragazzi di Caravaggio si dimostrano persone particolarmente intelligenti. Voler imparare il cinese significa avvicinarsi ad un altro mondo, ad un’altra logica, ad un altro modo di pensare. Non è solo un’esperienza didattica, ma culturale a tutto tondo». Il professor Maurizio Gotti, direttore del Dipartimento di Lingue dell’Università di Bergamo, allarga il sorriso nell’apprendere dell’iniziativa varata dal liceo Galilei di Caravaggio. «Il successo del corso non mi sorprende. Sono già 4-5 che registriamo un interesse crescente verso le nuove lingue. In particolare, noi abbiamo aggiunto alle 5 che si insegnano da sempre (inglese, francese, tedesco, spagnolo e russo) il cinese, il giapponese e l’arabo». È la prima, in particolare, che attira di più. Su circa 250 studenti interessati, sono un centinaio quelli che vogliono sapere tutti di ideogrammi e dintorni. «Ormai abbiamo già completato i percorsi delle prime lauree triennali – spiega ancora il professor Gotti -. Siamo pronti a partire con le lauree magistrali (5 anni)». Lo studio del cinese va verso la specializzazione. Lo vogliono gli studenti che ambiscono a trovare occupazione ma lo richiedono anche le aziende che fanno dell’export con il colosso asiatico il loro punto di forza. Le iscrizioni all’Università bergamasca sono un termometro perfetto. «Continuano a crescere. Tant’è che il cinese ha ormai scalzato il russo e sta facendo concorrenza al tedesco – continua il direttore del Dipartimento di Lingue -. Finora abbiamo garantito una formazione di carattere generale, di base. La prossima frontiera, resa ancora più efficace dagli scambi diretti con la Cina, è la vera e propria specializzazione. Crediamo che vi siano margini di crescita ulteriore, ma noi puntiamo ad elevare sempre più la qualità».  
(Dal Corriere della Sera, 19/12/2013).

 




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