SE LA CRISI FA BISTICCIARE I PAESI UE

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Berlino punta i piedi. I tedeschi temono di essere ridotti al ruolo di «tappabuchi» dei debiti della nazioni che hanno i conti fuori posto

SE LA CRISI FA BISTICCIARE I PAESI UE

Come nascono le tensioni tra la Germania «prima della classe» e i Paesi meno virtuosi

di Fabrizio Galimberti

Se tornate con la mente agli Europei di calcio di questa estate, giocati a giugno (beh, la finale fu il 1° luglio, ma quella non la vogliamo ricordare), vi ricorderete che c’era un po’ di tensione nell’aria. Una tensione non calcistica, che si sentiva palpabilmente quando la Germania giocò prima contro la Grecia (vinse) e poi contro l’Italia (perse).
Perché quella tensione? Spieghiamo. Dopo la Grande recessione i vari Paesi dell’Eurozona
si sono trovati con i bilanci pubblici in forte deficit e i debiti pubblici grandemente
aumentati. Questi deficit e debiti vengono finanziati dal mercato: cioè a dire, i vari
Stati – l’Italia, la Francia, la Germania, la Spagna – chiedono soldi ai risparmiatori, soldi
che lo Stato promette di restituire alla scadenza, con gli interessi.
Ma se i risparmiatori vedono che quello Stato non riesce a riportare i conti in ordine possono
rifiutarsi di comperare quei titoli; oppure, se li comprano, vogliono un tasso di interesse
più alto. Un tasso di interesse più alto vuol dire che lo Stato avrà più spese per interessi,
e quindi il deficit aumenterà. Ciò che rischia di preoccupare ancor più i risparmiatori
e così via, peggiorando la situazione.
Quello che è successo in Europa è proprio questo: alcuni Stati – la Grecia, l’Irlanda, il
Portogallo – hanno perso la fiducia dei mercati.
Altri – la Spagna e l’Italia – hanno dovuto aumentare i tassi di interesse pagati sui titoli pubblici per convincere i risparmiatori ad affidar loro i soldi.
Che cosa è successo nel caso della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo? In teoria, se uno
Stato non ha ì soldi necessari a finanziare deficit e rinnovare debiti, può dichiarare bancarotta.
Una brutta soluzione, perché quei Paesi fanno tutti parte dell’euro, e se falliscono rischiano
di dover uscire dall’euro o quantomeno di mettere la moneta unica in crisi: l’euro è
una valuta internazionale, che vive di prestigio e di reputazione. Se gli investitori internazionali
vedono che i Paesi dell’euro cadono come birilli non vorranno scottarsi con quella
moneta. Circa un anno fa, il 4 dicembre, abbiamo parlato dell`euro e spiegato come la
grande avventura della moneta unica non fosse solo una questione monetaria; fosse anche,
e specialmente, una tappa cruciale di quel processo di integrazione europea che ha portato
pace in un continente per secoli dilaniato dalle guerre (avrete sentito che proprio per questo
all`Unione europea è stato assegnato quest’anno il premio Nobel della pace). Allora,
bisogna salvare l’euro.
Cosa fare per Grecia, Irlanda e Portogallo (chiamiamoli GIP)? La soluzione è quella di
aiutarli. Dare prestiti a condizioni migliori di quelle che darebbe il mercato: una specie di
"pronto soccorso" per Paesi malati. Ma perché questo pronto soccorso, questa trasfusione
di "sangue finanziario", non sia una pura beneficenza, bisogna che quei Paesi rimettano
in ordine i propri conti pubblici: io ti aiuto, ma tu la smetti di spendere più di quel che incassi.
Lo scambio sembra ragionevole. Ma chi tira fuori i soldi per gli aiuti?
Li tira fuori chi ce li ha. I Paesi dell’Eurozona hanno creato dei fondi per finanziare i Paesi
in crisi, e chi ha contribuito di più è la Germania, il Paese più grosso e più ricco dell`Eurozona.
La Germania, inoltre, ha un deficit più basso rispetto agli altri Paesi, e soprattutto
ha continuato a crescere, è riuscita a mantenere là disoccupazione bassa; insomma, si è
dimostrata "il primo della classe".
Nel bel romanzo storico di Maria Bellonci, «Rinascimento privato», Isabella d`Este fa dire
al mercante «… che portasse le stoffe in guardaroba e passasse dal mio spenditore».
Ebbene, la Germania teme di essere ridotta al ruolo di "spenditore", di ufficiale pagatore
per i Paesi in crisi. E allora punta i piedi, mette i bastoni fra le ruote in questo complicato processo
di metter su una rete di sicurezza finanziaria per i Paesi in crisi. Non solo i GIP ma
anche Italia e Spagna, che stanno pagando interessi molto più alti di quelli che paga la Germania
(questa differenza è il famoso spread ne abbiamo parlato il 15 aprile di quest`anno),
potrebbero aver bisogno di quegli aiuti.
Questo "mettere i bastoni fra le ruote" diventa in primo luogo un`insistenza ossessiva
sulla austerità (a maggio – il 6 e il 27 – abbiamo parlato sia dell’austerità che della crisi
greca). Ma l’austerità – aumenti di imposte e riduzioni di spesa – indeboliscono un’economia già debole. In Grecia, per esempio, sono state ridotte le pensioni, ridotti i salari dei dipendenti pubblici, licenziati molti statali; in Spagna sono aumentate le tasse; sia in Spagna che in Grecia un
quarto della forza-lavoro è disoccupata.
Avrete visto le notizie relative alle dimostrazioni contro l’austerità: la gente scende in
piazza, la polizia carica, l’atmosfera si infiamma, cartelloni inveiscono contro la Germania
che viene vista come un carnefice o quanto meno – la vignetta è dell’Economist come
un istruttore di nuoto che, al sicuro sul pontile, invece di lanciare un salvagente
a un manipolo di incapaci nuotatori che stanno affogando, fa vedere sulla lavagna i corretti movimenti del crawl.
Capite ora perché in quelle partite di calcio c`era una certa tensione… Come finirà questa
storia? Siamo su un crinale sottile e pericoloso.
Non si può costruire l’Europa sulle animosità e sui risentimenti, se non addirittura sulle avversioni e sui rancori. Questa crisi è una grande occasione per mettere insieme una "nuova
Europa", in cui coesistano solidarietà e risanamento.
Ma è anche una brutta opportunità di far spazio alla disgregazione e rimettere indietro
di decenni l’orologio dell’integrazione europea.
Speriamo che la saggezza prevalga.
(Da Il Sole 24 Ore, 25/11/2012).




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