Se il cibo, di italiano, ha solo il nome

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All’estero falsi tre prodotti alimentari su quattro. Anche la Francia tra i Paesi più colpiti In America il San Daniele diventa «Daniele Prosciutto» e il Parmigiano «Parmesan», simile al «Reggianito» argentino

Se il cibo, di italiano, ha solo il nome

Formaggi, salumi, olio: contraffatti ma con «Italian sounding» Un giro d’affari mondiale che supera i 56 miliardi di euro

Esistono pirati e pirati. Ci sono quelli che assaltano le navi e quelli che scaricano dal web abusivamente musica e film. E poi ci sono quelli che si dedicano al cibo. Il fenomeno si chiama agropirateria e consiste nella contraffazione di un prodotto alimentare tramite lo sfruttamento della reputazione, della notorietà e dei marchi. E l’affare rende: sul solo mercato americano l’italian sounding (prodotti che imitano o fanno riferimento a nomi italiani) vale 17,7 miliardi di dollari. Di questi solo 1,5 miliardi vanno a prodotti realmente italiani. E così si scopre (fonte Fedagri su dati Nomisma) che il 97% della pasta venduta in Nord america è un’imitazione di quella italiana, lo stesso succede per il 94% dei prodotti sott’olio e per il 76% delle conserve di pomodoro.

L’Accademia italiana della cucina ha dedicato un libro ( dal titolo «Il falso in tavola») al fenomeno che in tutto il mondo muove un giro d’affari pari a 56,2 miliardi di euro. I Paesi più attivi nel produrre imitazioni sono Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, lì si annidano i più insidiosi pirati alimentari che si camuffano dietro le sigle più strane e fantasiose: si va dal Parma ham (Usa) all’Asiago del Wisconsin (Usa), dal Tinboonzola (Australia) al Parmesao (Brasile) o al Reggianito (Argentina). Come è evidente, ad essere colpiti maggiormente sono formaggi, salumi e olio d’oliva, un settore che ha un fatturato al consumo di 8,8 miliardi di euro, un export di 1,8 miliardi e impiega più di 300 mila persone. «Il danno per il comparto formaggio è davvero elevato—conferma Stefano Berni, direttore generale consorzio Grana Padano —. Basti pensare al Grana che è il prodotto dop più consumato nel mondo: ne produciamo 1 milione e 100 mila forme da 37 Kg l’una all’anno. Se fossero debellate le imitazioni, l’export raddoppierebbe. Il danno annuale, causato dalla falsificazione, per il Grana Padano si aggira tra i 200 e i 300 milioni di euro. Anche nel cuore dell’Europa esistono formaggi che fanno il verso al nostro nome: il Gradano in Svizzera e il Pardano in Olanda, ma sono marchi registrati e non possiamo farci nulla. Solo con il «Danish Grana» la Corte di giustizia europea qualche anno fa ci ha dato ragione condannando i danesi per imitazione. Però se a livello mondiale ci fosse l’obbligo di indicare in etichetta il Paese d’origine, noi esporteremmo per un valore di circa 1 miliardo di euro.

Invece fuori dall’Europa e negli Usa in particolare, è molto difficile difenderci. Anzi, la beffa diventa doppia perché con la crisi e il protezionismo calano le nostre vendite ma aumenta il consumo di prodotti che ci imitano a buon mercato. Indicod e Nomisma, infatti, hanno calcolato che nel mercato statunitense i prodotti italian sounding rendono quelli realmente italiani quasi fuori mercato collocandoli in una fascia di prezzo decisamente più alta appetibile solo per un pubblico di nicchia. Se quello dei formaggi tipici è il settore più colpito, non mancano casi di imitazione tra i prodotti simbolo della dieta mediterranea come il «Pompeian olive oil» che naturalmente non ha nulla a che vedere con gli scavi della città campana perché viene prodotto nel Maryland. Ma gli Usa sfornano anche le linguine «Ronzoni», il risotto «tuscan» o la polenta, mentre invece dalla Cina arrivano i «pomodorini ciliegini di collina » e dall’Australia la salsa bolognese.

Non sfugge alla pirateria neanche il vino simbolo del made in Italy: il Chianti che viene «clonato » nella Napa Valley della California. Si tratta dunque di una truffa planetaria che dovrebbe tirare in ballo l’Organizzazione mondiale del commercio per un accordo internazionale, perché in Europa invece è riconosciuta la tutela dei prodotti a denominazione d’origine come Dop (Denominazione di origine protetta) o Igp (Indicazione geografica protetta). «In effetti queste due sigle erano nate proprio come marchio di protezione dei prodotti di certe aree, solo successivamente sono diventate due garanti della qualità—spiega Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food —. Grazie a marchi come Dop e Igp, comunque, esiste, soprattutto in Europa, una buona tutela. Molto più difficile ottenerla dove non ci sono accordi bilaterali, in particolare negli Stati Uniti, in Canada e in Australia. L’unico vero sistema risolutivo è la trasparenza e la tracciabilità assoluta, un tema che spesso terrorizza le stesse imprese produttrici. Basti solo pensare al vino: sappiamo dove è stata raccolta l’uva e da chi è stato prodotto ma non sappiamo se ha subito trattamenti, se sono stati aggiunti zuccheri o chiarificanti.

E lo stesso discorso vale con il formaggio: il 10 per cento viene prodotto con il latte in polvere. Sarebbe giusto indicarlo in etichetta. Ma questo è un controllo un po’ troppo rigido anche per gli interessi di certi sistemi produttivi. Inoltre non bisogna dimenticare che in tutta Europa sono solo sei o sette i Paesi veramente interessati alla protezione dei prodotti tipici, Italia e Francia su tutti». Proprio queste, infatti, sono le due nazioni più colpite dall’agropirateria. Nel nostro Paese si realizza, secondo la Confederazione italiana dell’agricoltura, più del 21 per cento dei prodotti a denominazione d’origine registrati a livello comunitario. A questi vanno sommati gli oltre 400 vini Doc, Docg e Igt e i più di quattromila prodotti tradizionali censiti dalle Regioni. Uno sterminato elenco di prodotti che ogni giorno sono a rischio «falso d’autore». Naturalmente il fenomeno non colpisce soltanto la fiducia dei consumatori sul cibo «made in Italy» ma genera anche rilevanti riflessi negativi sul piano economico- sociale: stando ai dati diffusi dall’Alto commissario per la lotta alla contraffazione, all’estero sono falsi tre prodotti alimentari su quattro con le esportazioni dall’Italia che raggiungono il valore di 16,7 miliardi di euro, pari ad appena un terzo del mercato mondiale delle imitazioni dei prodotti alimentari.

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Secondo l’Ice (Istituto per il commercio estero) e la Camera di commercio di Parma, le prede più preziose per l’agropirateria sono i sughi per pasta (falsi nel 97% dei casi) seguiti da: pomodori in scatola (76%), caffè (51%), pasta (28%), olio d’oliva (11%) e mozzarella (7%). Il tutto per un bottino complessivo che supera i 54 miliardi di euro. Un tesoro che mai nessun pirata dei Caraibi avrebbe immaginato di poter trafugare.

Isidoro Trovato


www.corriere.it

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