Se i francesi dicessero no L’Europa andrebbe in crisi

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“Se i francesi dicessero no l’Europa andrebbe in crisi”

Parla Jacques Delors uno dei padri dell’Ue: il referendum sulla Costituzione potrebbe avere effetti gravi


BERLINO – Guai se la Francia rifiuterà la Costituzione europea, nel referendum popolare sul previsto per l'anno prossimo. Se un paese fondatore di tale importanza dirà no al documento, l'Europa precipiterà in una crisi gravissima. Ecco il monito che lacques Delors, ex presidente della Commissione e voce di grande saggio della causa europea, lancia dopo l'intervista dell'ex commissario Mario Montia Repubblica.
Signor Delors, lei ha sempre combattuto contro l'euroscetticismo britannico. Ma oggi nel suo paese e altrove in Europa l'euroscetticismo, sotto forma di no alla Costituzione europea, sembra molto più diffuso: lo condivide anche il suo compagno di partito, l'ex premier socialista Laurent Fabius Questo la preoccupa?
«Il Trattato sulla Costituzioni europea pone chiaramente, in modo vincolante, le future regole del gioco per la futura vita insieme nella Casa comune europea. E lo fa molto meglio del Trattato di Nizza attualmente in vigore. Per questo sarebbe un dramma se la Francia dovesse respingere la Costituzione».
Perché?
«Perché se proprio dalla Francia venisse un no alla Costituzione che ora andiamo a firmare dopo tanti laboriosi negoziati, un no con la forza del responso di un referendum popolare, questo vorrebbe dire contraddire e rinnegare tutto quanto il mio paese, quale membro fondatore dell'attuale Unione europea, ha dato e fatto quanto a impegno per la causa europea da mezzo secolo a questa parte per l'Europa. Un no francese alla Costituzione europea getterebbe l'Europa in una crisi».
Il nuovo presidente della Commissione, José Manuel Barroso, affronta anche la polemica sul suo esecutivo, soprattutto sul caso Buttiglione. Secondo lei le critiche a Buttiglione sono giuste?
«La futura Commissione deve presentarsi all'Europarlamento come un collettivo. Per questo non è proprio che il Parlamento conceda la sua approvazione ad alcuni commissari e la neghi ad altri. Da noi in Francia l'Assemblea nazionale non concede certo il suo gradimento ai singoli ministri del governo. Una simile procedura da noi contraddirebbe lo spirito di lavoro collettivo di un gabinetto. Barroso quindi presenterà la Commissione come un tutto unico e affronterà così il giudizio dell'Europarlamento. Così è giusto che sia».
Ma la polemica sulle posizioni personali di alcuni commissari è il tema giusto per l'Europarlamento nel suo tentativo di darsi più peso politico?
«Tutti coloro che sono portati alla provocazione, da entrambe le parti, hanno colpa per l'inasprimento di questa prova di forza tra Europarlamento e Commissione. La tolleranza umana è messa alla prova in questo caso. Ma non dobbiamo lasciare che questo scontro tra Weltanschauungen diverse ci distolga dai veri compiti prioritari dell'Europa».
Un'altra polemica divide però gli europei: quella della loro rappresentanza al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Lei appoggia la richiesta tedesca di un seggio permanente nazionale al Consiglio, o non ritiene invece preferibile che la Germania accetti un seggio europeo, secondo la soluzione proposta tra l'altro dall'Italia?
«Nel 1989, quando crollò il comunismo, la Germania non aveva un seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu. Eppure, senza ricevere allora una responsabilità al massimo livello alle Nazioni Unite, seppe giocare un ruolo significativo in quel processo storico. Io ritengo comprensibile che potenze come la Germania, e altri grandi paesi, rivendichino un seggio permanente. Sarebbe un errore se l'Europa richiedesse soltanto un suo seggio comune al Consiglio di sicurezza».
Cioè secondo lei tre seggi nazionali- Francia, Regno Unito, Germania- darebbero all'Europa più peso all'Onu di un seggio comune europeo?
«Si, è così. Un simile sviluppo sarebbe molto vantaggioso per il potere e l'influenza dell'Unione europea. Se l'Europa sedesse al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite solo con un seggio europeo comune, questa soluzione sminuirebbe il suo peso e il suo influsso diplomatico e politico».
Domani si terrà a Berlino un difficile vertice francotedesco, allargato nella fase conclusiva al premier turco Erdogan. Il futuro della Turchia divide Francia e Germania: l'una contro, l'altra a favore Lei come si schiera?
«Io non voglio appartenere alla, schiera di coloro i quali decretano che la risposta alla Turchia debba essere un no ».
Ma che argomenti fornisce a cittadini dell'attuale Unione europea per convincerli dei vantaggi di un'adesione IellaTurchia?
«A volte l'Europa deve rispondere a sfide storiche impreviste. Chi di noi ad esempio avrebbe previsto il crollo del comunismo fino a pochi mesi prima dell'89 della caduta del Muro di Berlino? Oggi affrontiamo un'altra situazione molto minacciosa, cui la commistione tra religione e politica ha contribuito. Se quindi domani una posizione aperta della Ue verso la Turchia contribuirà a evitare un 'clash of civilisations’, uno scontro tra civiltà, e un rafforzamento del fondamentalismo, dobbiamo agire in tal senso. E trovare un modo per non dire di no alla Turchia».
Ma non pensa che un ingresso della Turchia danneggi l'approfondimento dell'integrazione politica europea?
«Comunque l'approfondimento dell'Europa politica marcia più lentamente da quando abbiamo accolto la Gran Bretagna. L'ingresso della Gran Bretagna ha avuto più vantaggi che svantaggi, ma sappiamo che Londra si è opposta a un'unificazione politica dell'Europa. A volte brutalmente, a volte in modo sottile come fa oggi. Non possiamo adoperare gli argomenti di ieri nella discussione sul futuro dell'integrazione politica dell'Europa».

Intervista di

Cristoph Von Marschall
Albrecht Meier e Hans Monath

La Repubblica, 25. 10. 2004, p.9


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