Se Bruxelles fa un regalo agli Stati Uniti.

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Se Bruxelles fa un regalo agli Stati Uniti.

di Giulio Sapelli.

Siamo veramente certi che la vera questione europea sia l’affannosa ricerca della
flessibilità e dello sforamento contrattato dei limiti fissati dai regolamenti europei sul
deficit e sul debito? A leggere le dichiarazioni un po’ schizofreniche che quotidianamente
vengono proposte sul tema, qualche dubbio sorge. Per esempio, mentre il premier
Matteo Renzi solleva il tema della crescita tout court, il ministro Pier Carlo Padoan si dichiara
d’accordo con il collega tedesco Wolfgang Schauble che bacchetta l’improvvido che dimentica che la vera priorità è il rigore, alias l’austerità che con la crescita proprio nulla ha da spartire. Personalmente sono convinto che la partita sia quella della crescita, così come Renzi la pone.
Ma sono anche convinto che per vincere la battaglia bisogna negoziare sul tema più rilevante che si è aperto in Europa e nel mondo: sì, soprattutto nel mondo. L’Europa deve smettere di comportarsi come fosse un malato di autismo che guarda solo in se stesso, perché nel mondo è in corso un mutamento di potenza che fa venire alla mente la citazione che Henry Kissinger fa in Diplomacy del memorandum che Eyre Crove, eminenza grigia della politica estera inglese all’inizio del 1900, scrisse preconizzando l’inevitabilità della guerra a causa dell’aumento crescente della potenza navale tedesca. Essa, secondo Crove, non poteva che rompere non il circuito dei traffici navali britannici, ma condurre, per sua intima dinamica, a una guerra d’aggressione.
Il bombardamento austro-ungarico di Sarajevo dopo l’attentato del luglio 1914 fece il resto, accese cioè la miccia. Oggi sento la stessa aria. Ma il problema è ben diverso, per nostra fortuna. E tuttavia non meno grave: ne va del futuro secolare sia dell’Europa sia degli Stati Uniti. Esaminiamo gli eventi. Nel corso della sua visita di una settimana in Cina, dinanzi a grandi dignitari dell’Impero di Mezzo, la cancelliere Angela Merkel attacca frontalmente gli Stati Uniti sui temi della sicurezza delle comunicazioni riservate e in generale delle relazioni interstatuali tedesco-nord americane. Sconcerto dei diplomatici occidentali e gradimento di quelli cinesi. Va però precisato che tanta schiettezza non è insolita nella cultura tedesca, tanto che in Germania si arrestano con grande clamore spie che altrove verrebbero rinchiuse in gran silenzio. E d’altro canto il loro più radicale interprete, ossia il presidente della Bundesbank, non solo critica astrattamente le cicale, ma le chiama per nome e tira le orecchie a Renzi come fosse un discolo. Questi, giustamente, risponde a tono e l’imbarazzo invade per qualche ora le cancellerie, mentre tutto fa presagire un peggioramento anche dei rapporti fra Stati Uniti e Germania, che peraltro il ministro Schauble ineffabilmente teorizza.
Insomma: che cosa sta accadendo? La risposta la dà lo stesso Schauble, la più lucida mente
dell’establishment tedesco e nordico. Egli solleva la questione del conflitto Stati Uniti-Germania in
merito al Ttip, il famoso patto transatlantico che l’America sino ad ora aveva annunciato ma non
discusso. Ebbene, se si va a leggerne il monumentale testo, vediamo che questo possibile nuovo
trattato di libero commercio lo è in gran parte in una sola direzione, ossia favorisce gli Stati Uniti
in moltissimi punti strategici. Per esempio, sulle questioni dei controlli alimentari e su molte questioni relative alla sicurezza dei macchinari nonché sulle norme tecniche di unificazione dei materiali su cui in Europa e in Italia si è molto lavorato.
Si aggiunga poi che il recente avvenimento sanzionatorio della potente banca francese Bnp Paribas in merito alla violazione delle sanzioni Usa allorché si fanno affari necessariamente in dollari con i Paesi sanzionati, non fa che accrescere le preoccupazioni di trattamento ineguale nel commercio mondiale. Dunque, molte regole previste dal Ttip vanno riviste sin d’ora.
Insomma, gli Stati Uniti, se vogliono il patto transatlantico, devono cedere potenza,
cioè condividere con l’Europa ogni mutamento del sistema commerciale mondiale e non imporlo
unitariamente. Ma la giusta richiesta di cambiamento, vista la crudezza delle imposizioni a favore
dell’America nel commercio mondiale che quel trattato contiene, deve essere calzata non solo
sul piedone tedesco ma anche sul piedino europeo. In altre parole, mentre la deflazione incalza, la crisi da economica sta diventando anche diplomatica.
Dinanzi a tutto ciò, la forward guidance del governatore Mario Draghi lascia un po’ perplessi per inadeguatezza: certo, creare un corridoio monetario di sicurezza relativa con bassi tassi d’interesse e abbondante liquidità per alcuni anni è meglio di nulla. Ma se a ciò aggiungi la notizia che verranno acquistati anche asset backed Securities – ossia titoli sostenuti da credito del settore privato non finanziario rivenienti dalle cosiddette darle pool o shadow bank tanto rivalutate ma zeppe di rischi – il mutamento di potenza che dovrebbe riequilibrare l’Europa a svantaggio degli Stati Uniti rischia di essere un pericoloso azzardo. Soprattutto se in Europa si procede in ordine sparso. Detta altrimenti, l’economia e la politica economica da sole non bastano più. Deve entrare in campo la grande diplomazia da cui tutto, anche la crescita, discende.
(Da Il Mattino, 9/7/2014).

 




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