Scuola mediocre

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Scuola mediocre

Società da rottamare

di Luca Goldoni

Dal rapporto del Censis all’articolo del “New York Times”, alle “pagelle” di vari organismi internazionali, è tutto un tiro al bersaglio sull’Italia: un celenterato ormai incapace di qualsiasi reazione all’infuori di un’attività frenetica: l’inquinamento. Mi limiterò alla bocciatura dell’Ocse secondo la quale gli studenti italiani sono fra i più somari del pianeta e cercherò di ripercorrere alcune tappe fondamentali di quella tragica farsa che è la nostra scuola.

All’indomani del ’68 furoreggiavano le assemblee nelle quali tuttavia si esprimono anche concetti accettabili: per esempio gli studenti vorrebbero destinare un’ora alla settimana a incontri cui partecipino, oltre a insegnanti e genitori, anche elementi esterni (operai in cassa integrazione, assessori del traffico ecc.) per sapere dagli interessati come stanno le cose. La richiesta è già espressa con chiarezza, basterebbe batterla a macchina.

Ma da noi il linguaggio semplice non ha peso specifico. Ecco affermarsi allora la figura dell’“alunno-onorevole”, il quale stila con sicurezza: “Si auspica l’istituzione di un monte ore per organizzare libere aggregazioni gestite dagli operai scolastici ed estese ad apporti pluralistici”. Nelle case di campagna i contadini ricevono l’avviso e dicono alla moglie: Maria c’è la mucca che partorisce e io non posso andare alla libera aggregazione, l’apporto pluralistico portacelo tu. I poveri insegnanti si adeguano al vento che tira, cimentandosi in giudizi ammirevoli per virtuosismo stilistico. Una prof mi mostra un quadernetto riservato in cui annota le osservazioni sui suoi allievi. Di un’alunna svogliata, decisamente mediocre scrive: “Sembra interessata agli argomenti trattati, ma poi si rivela dispersiva”. Sotto c’è un’annotazione: “Posporre”. E infatti ribaltando la frase, si attenua il giudizio con un capolavoro di sfumatura: “Si rivela dispersiva, ma sembra interessata agli argomenti trattati”.

Un altro professore mi mostra un ciclostile molto popolare fra gli insegnanti, una specie di glossario in cui si suggerisce che, invece di “indisciplinato”, è meglio dire “assai vivace”. In luogo di “distratto”, meglio “assorto in pensieri extrascolastici”. Evitare “apatico”, preferendo “discontinuo” e se mai venisse alla penna un “ignorante”, controllarsi e scrivere “carente in preparazione di base”.

Il ciclostile suggerisce poi le improbabili risorse del vocabolo “tuttavia”. Esempio. “Non dispone di idee personali, tuttavia si esprime in modo corretto” oppure (a scelta): “Si esprime in modo scorretto tuttavia dispone di idee personali”.

Poi c’è il “tuttavia” globale. “Scarso in concentrazione e in ritmo di apprendimento, tuttavia adeguatamente stimolato, si aprirà a interessi più profondi”. Alleluia. Neppure i contorcimenti linguistici per mettere d’accordo tutti i partiti di una coalizione sono paragonabili alla miracolosa lubrificazione ottenuta con i “tuttavia”. Qualche candida madre, ricevendo la pagella del figlio commenta con la vicina di casa: è un po’ discontinuo, però per fortuna è abbastanza carente…

Premesso che questo quadro avvilente registra per fortuna eccezioni esemplari fra gli insegnanti e le scolaresche, è facile stabilire una serie di equazioni. Alunno apatico=burocrate incallito. Bullo in classe=delinquente nella vita. Prof titubante=ministro del rinvio. Per finire con l’equazione assoluta: scuola mediocre=società da rottamare.

E in questo caso purtroppo non si può inserire un miracoloso “tuttavia”.

“Post scriptum”

Il “New York Times” ha ironizzato sul provincialismo degli italiani. Giusto. Attendiamo un articolo sull’apertura mentale degli americani, attualmente divisi sul dilemma: le rughe e le zampe di gallina di Hillary Clinton possono o no aspirare alla Casa Bianca?

(Da La Nazione, 23/12/2007).

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