Scontro finale sul voto in Catalogna.

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Scontro finale sul voto in Catalogna. Questa volta la Catalogna non ci sta, fa finta di non sentire e tira dritto verso il voto del 9 novembre. Madrid ha deciso per la seconda volta di vietare l’appuntamento indipendentista? Barcellona risponde con uno strappo. Non sarà un Rubicone, ma ci assomiglia molto. I quattro giorni che mancano al voto di domenica saranno uno più elettrico dell’altro. Il separatismo catalano è a una svolta. Per la prima volta, la dirigenza politica della Regione esce dall’ambito del dibattito teorico e della frizione istituzionale per affrontare la sua prima azione di rivolta o, per usare le parole dei suoi ideologi, di disobbedienza civile alla maniera di Gandhi o Martin Luther King. Nei palazzi di Madrid, è evidente, la stessa ribellione è etichettata come spregio delle regole democratiche e oltraggio alla Costituzione. Anche se la violenza sembra, per fortuna, poter restare fuori dal palcoscenico, gli scenari che si aprono sono foschi. Difficile immaginare che domenica qualcuno mandi la Guardia Civil a proibire fisicamente il voto o a sequestrare le schede sulle Ramblas. A Barcellona ci sono centinaia di migliaia di volontari pro voto. L’aspettativa è di fiumi di catalani alla ricerca di un «seggio» dove esprimere la propria opinione (non vincolante) sul futuro della Catalogna: Stato federato o Stato indipendente? Il tricorno degli agenti avrebbe un sapore assolutamente fuori luogo. Madrid però potrebbe comunque decidere di andare sino in fondo nella difesa delle formalità legali con denunce e quindi inabilitazioni, processi e persino arresti per il presidente catalano Artur Mas e i suoi collaboratori. A quel punto la reazione della piazza è difficile da immaginare. E le valanghe iniziate sono difficili da contenere. La crisi catalana ha davvero pochi precedenti nell’Europa democratica. Ieri i giudici hanno, all’unanimità, dichiarato illegittimo anche il «processo di partecipazione popolare» che aveva ufficialmente sostituito la «consulta popolare» a sua volta bocciata a settembre. Il tribunale non ha accettato la maschera nominale che Barcellona ha sovrapposto al voto nel tentativo di renderlo potabile. Se la «consulta» era stata considerata illegittima, la «partecipazione popolare» con lo stesso quesito, le stesse schede e le stesse urne ha subito la stessa sorte. Tutti, in realtà, se l’aspettavano. Difficile ora è capire dove e quando si fermeranno i duellanti. E soprattutto chi lo farà per primo. «Che sia cristallino come l’acqua – ha detto ieri il portavoce della Generalitat Francese Homs – il “processo partecipativo” va avanti. Ce ne assumiamo tutte le conseguenze». Fino alla settimana scorsa Mas e i suoi dicevano che non avrebbero mai operato al di fuori della legalità, ma ieri l’accento si era spostato: «Non faremo mai nulla contro la libertà di espressione e la libertà di pensiero dei cittadini catalani». Homs ha annunciato ricorso al Tribunale costituzionale, ma anche una denuncia contro il governo centrale di Mariano Rajoy per aver «attentato al diritto di partecipazione, alla libertà di espressione e di opinione». Significativa la reazione a caldo della pasionaria dell’indipendentismo, quella Carme Forcadell che, restando nell’ombra della «società civile», ha un peso decisivo sulla mobilitazione di milioni di catalani: «Lo Stato spagnolo non ci ha deluso nemmeno stavolta. Con l’ennesimo “no”, ha dato un’altra ragione all’indipendentismo». Andrea Nicastro (Dal Corriere della Sera, 5/11/2014).




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