"Scegliere l’Inglese è scegliere l’esclusione minima" (P. van Parijs)

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Philippe van Parijs, professore : “scegliere l’Inglese, è scegliere l’esclusione minima”

LE MONDE | 16.02.04 | 13h21

Intrattenimento con questo professore all’Università cattolica di Louvain.

Bruxelles del nostro ufficio europeo

Lo sviluppo dell’Inglese condanna, a termine, le altre lingue nazionali?

Tre anni fa, -il presidente della Commissione europea- Romano Prodi ha incontrato gli alunni delle tre scuole europee di Bruxelles e ha spiegato loro che l’Unione intendeva mantenere l’uguaglianza fra le lingue, ivi compreso dopo l’ampliamento. Dall’inizio fino alla fine, gli scambi si sono fatti in inglese. Questo aneddoto mostra l’immenso e necessario contrasto tra ciò che è affermato e ciò che è praticato. Al cuore di tutta la dinamica linguistica si trova l’interazione di due micromeccanismi, che si rinforzano l’un l’altro. Il primo è il principio del “maximin” (“massi/min”, Ndr) o massimizzazione del minimo che concerne le comunicazioni di massa. Ciò significa che allorquando più persone di lingue diverse sono chiamate a comunicare, la lingua scelta è quella per la quale la conoscenza minima di tutti è la migliore. Nelle scuole europee di Bruxelles, la conoscenza media del Francese è certamente maggiore di quella dell’Inglese, ma una parte degli alunni non conosce il francese, mentre tutti conoscono più o meno l’Inglese. Scegliere l’Inglese, è scegliere il principio d’esclusione minima.

Avete parlato di due micromeccanismi, qual è l’altro?

Quello dell’apprendimento differenziale in funzione della probabilità d’uso della lingua. Si tenderà ad investire maggiormente nell’apprendimento d’una lingua se si sa che si potrebbero avere maggiori occasioni di praticarla. I due meccanismi sono collegati da una dinamica esplosiva. Più si ricorre all’Inglese, in virtù del principio del massi/min, più si anticipa questa situazione al momento di scegliere una seconda lingua; e più si sceglie l’Inglese, più esso diviene la lingua del massi/min, poiché tutti finiscono per conoscerla almeno un poco.

In Belgio, secondo un’inchiesta condotta quattro anni or sono, i giovani di 15-34 anni sono 21% a conoscenza della loro seconda lingua nazionale (il Francese per gli olandofoni, l’Olandese per i francofoni) e 36% a conoscenza dell’Inglese. Il che vuol dire che la conoscenza media dell’Inglese da parte dei Giovani Belgi è più forte di quanto non sia mai stata la conoscenza della seconda lingua nazionale. Una volta, quando le università di Leuven (olandofone) e di Louvain (francofone) erano riunite, i due rettori parlavano insieme il francese. Oggi, quando si incontrano, parlano Inglese, la conoscenza del Francese dell’uno e dell’Olandese per l’altro essendo inferiore alla loro conoscenza comune dell’Inglese.

Questa situazione dà vantaggio agli anglofoni. Come lottare contro le ingiustizie che genera?


Distinguo tre tipi di disparità. La prima è la disparità nella competenza linguistica. Coloro che hanno l’Inglese come madrelingua o che l’hanno appreso da giovani per ragioni familiari sono avvantaggiati nel loro lavoro. La mia risposta è: abolite il doppiaggio in televisione. Le statistiche Europee mostrano che più la comunità linguistica è piccola, più la sua conoscenza dell’Inglese è buona. E’ questo il caso per esempio dei Finlandesi o dei Greci. La mia ipotesi è che più la comunità è piccola, più il doppiaggio diviene economicamente impraticabile.
I sottotitoli costando nettamente meno, i bambini Greci e Finlandesi sono molto più esposti all’Inglese orale dei bambini Francesi, Tedeschi o Spagnoli.

La seconda disparità è quella del costo dell’apprendimento. Anche ammesso che l’insegnamento dell’inglese come seconda lingua sia abbastanza efficace perché dei non anglofoni raggiungano un livello di competenza paragonabile a quello degli anglofoni – come in Svezia -, si è creato un bene pubblico il cui costo è supportato esclusivamente da coloro che non hanno l’Inglese come madrelingua. Coloro che ne traggono beneficio gratuitamente dovrebbero dunque pagare una tassa linguistica.

Nello stesso tempo, si accetta l’onnipotenza dell’Inglese…


No, poiché qui interviene la terza disparità, che riguarda il rispetto delle identità collettive legate alle lingue. Bisogna ricordare che nessuna lingua è intrinsecamente superiore ad un’altra. Propongo dunque un principio di territorialità linguistica che impedisca la lingua dominante di imporsi in tutti i contesti.

Alcuni usi pubblici della lingua non devono essere lasciati alla discrezione di coloro che la parlano, nell’amministrazione, la vita politica e l’insegnamento pubblico o pubblicamente sovvenzionato. Coloro che vengono a sistemarsi in modo durevole su una porzione del territorio Europeo avranno l’obbligo d’imparare la lingua del luogo. Questo “diritto di dogana” imposto a coloro che arrivano avrà un costo. Più la lingua è minoritaria, più tale costo sarà percepito come importante. Il rischio è che molte persone molto qualificate preferiscano installarsi in Paesi anglofoni piuttosto che pagare tale costo. Si potrebbero dunque creare, a titolo eccezionale, delle zone franche dove non sarebbe necessario pagare questa “tassa linguistica”.

Si potrà preservare la diversità linguistica delle istituzioni Europee?


Siccome niente sostituisce la comunicazione diretta, senza la pesantezza dei sistemi di traduzione simultanea, a partire dal momento in cui ci saranno più di venti lingue, la convergenza verso una sola di esse, che sarà l’Inglese, sarà inevitabile. Coloro che persisteranno nel voler esprimersi nella loro lingua non saranno intesi.

Propositi raccolti da Thomas Fernczi e Arnaud Leparmentier.
(Traduzione: E. Nardini)

ARTICOLO ORIGINALE EDITO NELL’EDIZIONE DEL 17.02.04
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