Sardegna, 11 piccoli indipendentisti ripartono con il sogno Catalogna.

Posted on in Politica e lingue 14 vedi

Il 44 per cento vorrebbe separarsi dall’Italia. E i capi delle formazioni più battagliere si riuniscono a Bauladu, paese simbolo dell’antica autonomia.

Sardegna, 11 piccoli indipendentisti ripartono con il sogno Catalogna.

Paolo Berizi.

Il sogno della Catalogna d’Italia abita qui, tra file di sughere e olivastri, le sorgenti della piana campidanese e la facciata color crema della reggia giudicale degli Arborea a Oristano: nel 1872 lo Stato italiano l’ha trasformata in un carcere. Gli indipendentisti vogliono riprendersela. Strade piene di curve, paesini spopolati, pale eoliche conficcate sul dorso delle colline, nuraghi. Ti dicono che è proprio dall’architettura delle costruzioni degli antichi sardi che devi incominciare se vuoi conoscere le corde che vibrano sotto questa terra. «Forme arrotondate, niente spigoli né punte. La Sardegna è sempre stata contro la verticalità. La rotondità dei nuraghe è il segno della nostra democrazia orizzontale, il contrario della democrazia piramidale italiana. Io sono sicuro che l’indipendentismo lo vedrò. Ci affrancheremo dalla schiavitù!». Gavino Sale disegna delle linee su un foglio. Il cerchio è la Sardegna, la piramide è l’Italia, la Catalogna è un cerchio ancora più largo. «Sono tornato sabato da Barcellona. Ero ospite a casa di due compagni del CUP ( Candidatura di unità popolare). C’erano anche i fratelli corsi. I catalani ci hanno insegnato che la libertà e l’autodeterminazione si possono conquistare senza violenza». Sale è quello con la barba grigia che nel 2005 guidò l’incursione di 100 indipendentisti nel parco di villa Certosa: una protesta contro l’invasore Berlusconi ( all’epoca premier) e per affermare il diritto alla sovranità dei sardi sulle proprie terre. In curriculum, oltre a un anno e mezzo da consigliere regionale («sto meglio ora» ), ci sono anche il muro eretto di fronte all’ingresso della sede del Banco di Sardegna di Sassari e il blitz in una rampa di lancio missilistica nel poligono militare di Quirra. «È l’ora della maturità», sospira il leader storico di Irs (Indipendentzia Repubrica de Sardigna). Uno dei tanti satelliti che compongono la galassia dei movimenti indipendentisti sardi. Un fronte politico che, se unito, potrebbe valere oltre il 30% dei consensi, visto che la popolazione, per il 44% – lo dice una ricerca delle università di Cagliari e di Edimburgo – vorrebbe separarsi dall’Italia. Ieri pomeriggio, dunque. Mentre si surriscaldava il braccio di ferro tra Madrid e Barcellona, i capi delle sigle più radicali si sono riuniti a Bauladu, 685 abitanti. Non è infrequente qui vedere così tanti commensali intorno a “tavolo politico unitario”: Progres, Irs, Sardigna Natzione, Fronte Indipendentista Unidu, Gentes, Sardigna Libera, Rosso Mori, Liberu, Sardigna Libera, Comunidades, Sardos. Undici formazioni. Si perde il conto ma quel che interessa, ed è il cuore del problema, è la capacità di non spaccarsi. E la costruzione del consenso. Dice la scrittrice
Michela Murgia, già candidata indipendentista come presidente alle elezioni regionali del 2014 ( “Sardegna Possibile”, terza con il 10%): «Anche la realtà catalana ha molti soggetti: non è un segno di debolezza politica. Il punto è un altro. La loro specificità sta nell’avere avuto l’Assemblea catalana. Prima di arrivare al voto ci vogliono 20 anni di consenso: questa è la prima lezione che abbiamo imparato dalla Catalogna». Murgia usa una metafora musicale: «Loro sono Mozart, noi siamo Povia». Dopodichè a “Povia”, ascoltando Mozart, è venuta voglia di rimettere le mani sul pianoforte del separatismo. Un passato in Irs, Franciscu Sedda oggi è segretario del Partito dei Sardi che sostiene la giunta di Francesco Pigliaru ( cinque consiglieri). «La strada maestra? È la riforma dello Statuto autonomo della Sardegna. Dobbiamo riscriverlo noi, non andare a Roma a trattare». Si respira un clima iper contagioso sull’isola. Tutti alla rincorsa della estelada, la bandiera della Catalogna. Il fermento genera spunti. E come se – per la serie: «o ora o mai più» – nella testa di ognuno frullasse un’idea, una soluzione. Poi però scattano divisioni e personalismi. Alle otto di sera le undici formazioni dell’ala “movimentista”di Bauladu fanno sapere di avere dato vita a un “terzo polo” ( alternativo a centrosinistra e centrodestra): un cartello unito, chissà fino a quando. Bisogna risalire al 1982 per aver contezza di solidità: Mario Melis presidente, la Sardegna governata da quel Partito sardo d’azione che coi suoi 14 consiglieri regionali esprimeva un’identità forte. Mai andati oltre l’idea di autonomia, però. Oggi hanno il 2,5% e stanno all’opposizione con il centrodestra. Grande è la confusione sotto il cielo sardo. «Dobbiamo ripensarci da zero», dice Franciscu Pala, uno dei fondatori di Irs. A Barcellona a sostenere la causa catalana c’era pure Simone Maulu dell’associazione “Governo provvisorio”. «Gli obbiettivi sono: sovranità fiscale, energetica e alimentare». Sul davanzale di un edificio all’ingresso del centro storico di Alghero sventola l’ “estelada”. Eccolo, al civico 4 di via Colombano, accanto al municipio, l’ufficio dell` “ambasciata” della Catalogna. È la sede della delegazione del governo. «Siamo qui dal 2009 – dice il “console” Joan Adell -. Collaboriamo per il turismo, lo scambio economico e culturale». I casi assurdi della storia. In città si parla ancora la lingua catalana. Fu l’esercito catalano, nel 1409 (battaglia di Sanluri ), a sconfiggere dopo 100 anni di conflitti il popolo sardo. «Oggi la città è solidale con le nostre vicende. Che hanno risvegliato l’orgoglio dell’isola». Già. Manca “solo” un Puigdemont locale. E, paradossalmente, anche un Rajoy. «È il nemico che ogni indipendentista sogna» , ragiona Michela Murgia. «Magari, avercelo avuto!».
(Da La Repubblica, 10/10/2017).

{donate}




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.