Saper di greco e di latino.

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Scuola: non rimpiango certo i cinque anni di latino.

Caro Sev, mi sembra utile portare un modesto contributo personale all’aspetto della “questione scuola” proposto dal lettore Gianluca Giola (“Se scuola non è un ambiente competitivo, non insegna nulla” – http://bit.ly/1HjJpw1 ). Politecnico di Torino 1986, terzo anno della facoltà di Ingegneria nucleare, corso di Fisica del reattore nucleare. Il prof. Silvio Edoardo Corno in una rara discussione orientativa sugli indirizzi del corso di laurea che noi allievi stavamo per scegliere, col tipico, comprensibile, acritico spirito tifoso dei partiti già presi, ci disse. “Ricordate che un mondo che produce in fretta tecnologia, la brucia altrettanto in fretta. In un mondo così, conviene concentrarsi su quello che non cambia, o che cambia più lentamente, piuttosto che sull’ultimo grido della modernità, già vecchio domani”. Ebbe il sapore di una rivelazione. Oggi del mio Liceo Scientifico non rimpiango certo i cinque anni di latino, tutt’altro che inutili. Rimpiango semmai di non avervi potuto associare almeno i rudimenti del greco. E la profezia del prof. Corno la ritrovo ogni giorno impressa nello squallore intellettuale di tanti colleghi incapaci di scrivere una mail, se non in corretto italiano, almeno in italiano corrente, senza pretese di osare congiuntivi, né tantomeno consecutio temporum. Sicché l’orizzonte professionale, quello che il sig. Giola pretenderebbe di difendere cancellando il latino a favore dell’informatica, per di più confondendo pericolosamente tecnologia e scienza, si comprime in uno scialbo catalogo di frasi fatte in aziendalese, che nulla significando, nulla sono capaci di aggiungere nemmeno alla “techné”. Cordialmente,
Michele Buongiorno, discomic@tiscali.it
(Da italians.corriere.it, 17/5/2015).

Se scuola non è un ambiente competitivo, non insegna nulla.

Caro Beppe, è di questi giorni l’ennesimo scontro ideologico sulla “Buona Scuola” (cito il governo). Da un lato, i sindacati, con insegnanti e studenti al seguito in regolare manifestazione pubblica, dall’altra, il governo che, anche stavolta, cerca di (o annuncia di voler) cambiare quanto di più conservatore esiste in Italia: la scuola pubblica. Il problema della scuola italiana è soprattutto uno: essa non risponde più alle esigenze del mondo del lavoro. Le materie insegnate spesso non sono più richieste (o lo sono sempre meno) dal mondo produttivo. Spesso ciò è dovuto alle lacune degli insegnanti che, formati secondo canoni culturali vetusti, sono rimasti al palo (in termini di aggiornamento personale) grazie ad anni di immobilismo sindacale che ha privilegiato la stabilità del posto rispetto alla loro crescita professionale e devono sottostare al “programma ministeriale” (termine che ricorda più l’Unione Sovietica che un moderno stato liberale). Trovo assurdo, per esempio, che un professore di matematica o di chimica percepisca lo stesso stipendio di un insegnante di educazione fisica o di latino, atteso che è assodato che le materie scientifiche danno più facilmente accesso al mondo del lavoro rispetto a materie meno tecniche (comprese quelle umanistiche). Studiare latino al liceo scientifico per cinque anni è uno spreco di energie assoluto, specie se ciò va a discapito dello sviluppo di competenze più tecniche (scientifiche) quali per esempio l’informatica o la chimica. Tutto il personale docente della scuola dovrebbe inoltre essere in possesso di brevetti di informatica e di lingua inglese, previa partecipazione obbligatoria a corsi formativi qualificanti, ed essere giudicato annualmente tramite test ministeriali. Ciò accrescerebbe la competizione interna: se la scuola non è un ambiente competitivo, a partire dai docenti, non so infatti quale insegnamento possa trasmettere alle nuove generazioni.
Gianluca Giola, lc65@hotmail.it

Vedo un po’ di confusione, caro GG.
Competizione, concorrenza e meritocrazia sono parole che vanno utilizzate con cautela, in ambiente scolastico. Per esempio: d’accordo pagare di più gli insegnanti più bravi, pagare meno quelli meno bravi e cacciare gli inetti e i disonesti. Ma non capisco perché un insegnante di latino debba prendere meno di un bravo insegnante di matematica, francamente.
Per gli studenti, partirei di qui. La parola “insegnante” deriva da “in” e “signo”: chi sta in cattedra ha il compito, e l’onore, di lasciare un segno. La selezione – l’ho scritto in passato, lo ripeto oggi sul “Corriere” – è prerogativa dell’università. Alle elementari e alle medie – inferiori e superiori – bisogna scavare dentro i ragazzi, scovarne le inclinazioni, correggerne le debolezze. Gli insegnanti buoni lo sanno fare: sono infatti buoni insegnanti, minatori di talento e spacciatori d’entusiasmo. Gli insegnanti cattivi, quasi sempre, sono cattivi insegnanti. Pochi se ne ricordano, nessuno li ringrazia: la loro punizione è quella.
(Da italians.corriere.it, 13/5/2015).




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