Sanremo leghista

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Una piccola svolta (ma rivoluzionaria) nelle norme approvate per l’edizione 2010

Sanremo sdogana le canzoni in dialetto

di Andrea Laffranchi

Ul Festival de Sanrèm, per dirla alla lombarda. ‘O Festivàl (attenzione all’accento) ‘e Sanrem’, in napoletano. Da adesso ognuno lo può chiamare nel proprio dialetto. Altro che canzone italiana! Crolla dopo 60 anni il tabù dell’ortodossia tricolore dei brani sanremesi. Lo prevede l’articolo 6 del nuovo regolamento. Quello che stabilisce i requisiti delle opere in gara. Il comma a) impone la «lingua italiana». Poi precisa che «si considerano appartenenti alla lingua italiana, quali espressioni di cultura popolare, canzoni in lingua dialettale italiana». Un passo avanti verso il federalismo canzonettaro rispetto alle norme che prevedevano che la «presenza nel testo letterario di parole e/o locuzioni in lingua dialettale italiana» non snaturasse il requisito patriottico. Fino all’ultimo Sanremo di Paolo Bonolis i vernacoli erano pareggiati alle lingue estere: erano ammessi una parola, una strofa o un ritornello al massimo. Con Antonella Clerici rimarrà il blocco allo straniero, ma si potranno cantare brani interi in foggiano o furlan. In gara potremmo vedere il Woody Guthrie del lago di Como Davide Van de Sfroos, due principi della canzone napoletana come Anzo Avitabile e Peppe Barra, i sardi Tazenda (ci andarono nel 1991 cantando «Spunta la luna dal monte» principalmente in italiano con Bertoli), il mito della taranta salentina Uccio Aloisi. Un’apertura che risente delle pressioni politiche della Lega che da anni, anche all’interno del Comune di Sanremo, chiede il riconoscimento delle lingue locali…
(Dal Corriere della Sera, 14/11/2009).
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Per la prima volta sarà possibile partecipare al Festival anche con testi non in italiano

Sanremo leghista, si canterà in dialetto

di Michele Serra

C’è stato un tempo (dal dopoguerra ai Settanta) che la canzone dialettale era tenuta in grande considerazione dal variegato mondo intellettuale e artistico che si preoccupava di dare spazio alla voce del popolo. Cantautori, ricercatori, antropologi, etnomusicologi.
Erano gli anni del Duo di Piadina e di Otello Profazio, di Giovanna Daffini, Rosa Balistreri, Matteo Salvatore, gli anni dei Dischi del Sole e delle ricerche sul campo di Giovanna Marini, Gualtiero Bertelli e Ivan Della Mea. Molti di questi nomi oggi dicono qualcosa solo agli specialisti o a chi conserva memoria storica di una stagione importante della cultura popolare e della cultura politica di questo paese.
Oggi, a sentire che il Festival di Sanremo "apre" alla canzone dialettale, vengono in mente piuttosto, per inevitabile riflesso condizionato, il kitsch di miss Padania oppure – peggio – il notevole lavorio clientelare dei leghisti nella televisione pubblica. Ma non è colpa della Lega, che fa solo il suo lavoro, e lo fa come può e come sa. La responsabilità è piuttosto di chi il suo lavoro ha cessato di farlo, abbandonando al suo destino un patrimonio di ricerche, di esperienze artistiche, di cultura semplicemente unico, quasi che il retaggio di un’identità popolare
forte e importante fosse zavorra.
Da molti anni, e sempre a Sanremo, il benemerito club Tenco assegna un premio per il miglior disco in dialetto (quest’anno ha vinto Enzo Avitabile), pescando in una tradizione miracolosamente tenace e viva, e a volte rinvigorita da artisti giovani e curiosi delle proprie radici, e di come "suona" la voce della memoria. Ma sono, quelle, le ultime sacche di resistenza di una cultura musicale che difende a denti stretti il vincolo tra popolare e culturale, tra "basso" e "alto". Al contrario, nel loro lungo e non sempre intelligente distacco dalla propria storia, gli stati maggiori della cultura di sinistra, che pure hanno avuto a disposizione formidabili circuiti di spettacolo popolare, hanno nel frattempo perduto molti dei loro vincoli di popolo, e sono stati fisicamente smarriti archivi, e dimenticati o sperperati patrimoni fonografici che del dialetto e delle sue espressioni artistiche documentavano, se non tutto, quasi.
Il timore che la categoria del"federalpopolare", tradotta in sanremese, rischi di essere una parodia post-moderna delle matrici autentiche di quella cultura, è quasi una certezza, ahimè. Per altro, chi quel campo culturale l’ ha difeso per anni, per poi abbandonarlo al suo destino di omologazione e sradicamento, non può lamentarsi se "arrivano i barbari" ad occuparlo.
(Da La Repubblica, 14/11/2009).
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Il nuovo regolamento La Lega esulta, molti approvano ma qualcuno storce il naso. Dario Fo: bene così

Dialetto a Sanremo, c’ è chi è pronto

Il gioco: e se Modugno avesse cantato «Dint”o blu pittato co’ blu»?

di Andrea Laffranchi

Il dialetto a Sanremo divide. Non è solo la politica, i partiti litigano pur approvando, ma anche artisti e addetti ai lavori si schierano pro e contro la decisione di aprire alle canzoni in dialetto il prossimo Festival. I primi a esultare sono i leghisti. «In barba alle cornacchie e agli elegantoni della lingua, il Festival si apre alle lingue materne, rompendo un tabù vecchio di 60 anni», dice il ministro Luca Zaia. «Dalla Lega propaganda fine a se stessa. È da tempo che le lingue territoriali fanno parte della nostra musica», ribatte Jacopo Venier del Pdci. Applaude invece Dario Fo: «Siamo una società multietnica e ricordiamo che anche i latini usavano i dialetti». Mentre Little Tony stronca: «Sanremo in dialetto? Ormai siamo alla frutta». Con gli artisti proviamo però a fare un gioco. Come suonerebbero alcuni classici festivalieri rivisti nelle parlate locali? Modugno era barese, ma chiediamo a Gigi D’ Alessio di pensare a «Nel blu dipinto di blu» in napoletano. «"Dint’ ‘o blu pittato co’ blu", forse andrebbe sistemata. Scherzi a parte, un testo andrebbe scritto direttamente nella lingua in cui lo si canta. Questa del festival è un’opportunità per non perdere i dialetti». Antonello Venditti si sottrae al rifacimento («Tremendo»), ma aggiunge: «In un momento in cui una forza politica cavalca l’uso del dialetto direi che sapere bene l’italiano dovrebbe essere la condizione prima di accesso. Piuttosto, visto che siamo in Europa, aprirei alle lingue del continente». Difficile ricantare «Uomini soli» in trevigiano. «Le parlate venete non sono molto musicali – spiega Red Canzian dei Pooh -. E poi noi avremmo dovuto unire anche il bergamasco per Facchinetti, il bolognese per Battaglia e il romano per D’Orazio. Uso spesso il dialetto quando parlo, ma credo che portarlo in gara aumenti il campanilismo». Felice Andrea Mingardi: «"Da ‘ na lacrima in vatta a la faza" non è come "Da una lacrima sul viso", ma Dino Sarti fece un ottimo lavoro portando Brassens in bolognese. Spero non la buttino in politica». Per il comasco Davide Van de Sfroos «è il crollo di una diga culturale che spero stimoli anche i big. I Tazenda si fecero accompagnare a Sanremo da Bertoli quasi fosse una colpa cantare in dialetto». «Si rischia di trasformare tutto in parodia – sbotta Al Bano -. Pensate a "Ci sarà" che diventa "E vene dopu" nel mio salentino. Se Sanremo ha bisogno di rinverdirsi va bene, ma a condizione che sia rappresentata tutta l’Italia». Opinioni diverse fra gli operatori. La Fimi, Confindustria dei discografici, boccia la svolta: «I politici dovrebbero favorire l’esportazione della musica italiana nel mondo invece di trasformare Sanremo in una festa di paese». Bene invece per Giordano Sangiorgi, organizzatore del Mei (Meeting etichette indipendenti): «Finalmente una finestra tv capace di contrastare l’omologazione della musica globale».
(Dal Corriere della Sera, 15/11/2009).
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Regolamento

Sanremo: il Pdl boccia in Comune la novità-dialetto per il Festival

di Andrea Laffranchi

Sanremo si ribella al dialetto. La decisione della Rai di ammettere per la prima volta le canzoni in dialetto al Festival ha spaccato la maggioranza di centrodestra che guida il comune ligure. L’estate scorsa era stata la Lega a lanciare per prima l’idea e ora, dopo l’ufficializzazione del nuovo regolamento, undici consiglieri del Pdl hanno presentato un ordine del giorno contro il dialetto. Spiega Paolo Pippione, capogruppo del Pdl in consiglio comunale: «Invitiamo il sindaco Maurizio Zoccarato, alla luce delle recenti notizie sulla Rai che vuole dare spazio ai dialetti nel Festival, di attivarsi con la televisione di Stato per creare, eventualmente, un festival per le canzoni in dialetto, ma quello della Canzone italiana deve rimanere tale. La forza del dialetto all’interno del Festival ci pare inopportuna per quel tipo di manifestazione. Non ci sembra, dunque, opportuno mischiare, come si dice, la lana con la seta». Il documento, presentato lunedì scorso, verrà messo all’ordine del giorno nella seduta di lunedì prossimo. La maggioranza conta 19 consiglieri, 2 leghisti e 17 del Pdl. Con l’appoggio di una decina di altri colleghi fra maggioranza e opposizione l’ordine del giorno passerebbe. Nessun obbligo della Rai ad ascoltare le eventuali rimostranze del primo cittadino, ma la tensione potrebbe creare qualche intoppo alla macchina organizzativa della 60esima edizione del festival che si svolgerà dal 16 al 20 febbraio. Interviene anche Giorgio Giuffra, presidente di SanremoLab, il concorso che porta due cantanti tra i giovani: «Non trovo nulla di scandaloso nella partecipazione di artisti che cantano in dialetto, purché siano di comprovata esperienza professionale. Anche il film Baarìa di Tornatore, recitato tutto in dialetto, parteciperà agli Oscar. No alla sagra di paese, ma se il dialetto è supportato dalla cultura va bene». Parola al direttore artistico di Sanremo, Gianmarco Mazzi: «Mi spiace che una proposta culturale finisca per essere letta in chiave politica. La preclusione al dialetto poteva portare all’esclusione di una canzone meravigliosa». La polemica sulla rappresentanza di diverse culture si allarga: «Sarebbe bellissimo se Antonella Clerici aprisse le porte anche a cantanti italiani di origine musulmana o a superospiti arabi. Tra l’altro nei Paesi arabi il festival è un vero cult e la gente si ricorda ancora oggi dei Ricchi e Poveri, di Albano, di Toto Cutugno e Anna Oxa», dice Elzir Ezzedine, portavoce dell’Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia (Ucoii). Qui il regolamento non pone alcun limite. Anzi, c’ è stata un’ulteriore apertura. La nazionalità resta un requisito per gli interpreti, ma autori e compositori possono anche non essere cittadini italiani.
(Dal Corriere della Sera, 18/11/2009).
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Continuano le polemiche

Sanremo, l’idea Pdl: pre-festival dialettale

Un festival della canzone dialettale che anticipi quello della canzone italiana e il cui vincitore possa esibirsi nella più nota kermesse canora. Questa, in estrema sintesi, è la proposta fatta dal Pdl di Sanremo a parziale riforma dell’ordine del giorno che ieri l’altro bocciava, di fatto, l’apertura del festival anche alle canzoni in dialetto. Il Pdl precisa inoltre che i cantanti che si esibiranno dovranno essere «di chiara fama». Marco Lupi, presidente leghista del consiglio comunale, commenta così: «Ho sentito che potrebbe esibirsi al festival anche il principe Emanuele Filiberto, d’accordo purché canti in piemontese».
(Dal Corriere della Sera, 19/11/2009).
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Sanremo La questione dialetto finisce sul tavolo del Cda Rai

Il regolamento di Sanremo 2010 “non subirà modifiche “, ha detto il direttore artistico del festival Gianmarco Mazzi, dopo l’approvazione da parte del consiglio comunale di Sanremo di un ordine del giorno contro l’introduzione di brani in dialetto nella gara in programma dal 16 al 20 febbraio. Intanto, il caso finisce sul tavolo del consiglio di amministrazione della Rai. La questione è infatti all’attenzione del presidente Paolo Garimberti e sarà affrontata oggi. Dopo le polemiche dei giorni scorsi, il consiglio comunale di Sanremo ha approvato l’altro ieri, con i voti della maggioranza del Pdl e il no della Lega Nord, un ordine del giorno che boccia l’inserimento delle canzoni in dialetto, a favore di un Festival della canzone italiana…
(Da La Nazione, 1/12/2009).
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Sanremo La questione dialetto finisce sul tavolo del Cda Rai

Il regolamento di Sanremo 2010 “non subirà modifiche “, ha detto il direttore artistico del festival Gianmarco Mazzi, dopo l’approvazione da parte del consiglio comunale di Sanremo di un ordine del giorno contro l’introduzione di brani in dialetto nella gara in programma dal 16 al 20 febbraio. Intanto, il caso finisce sul tavolo del consiglio di amministrazione della Rai. La questione è infatti all’attenzione del presidente Paolo Garimberti e sarà affrontata oggi. Dopo le polemiche dei giorni scorsi, il consiglio comunale di Sanremo ha approvato l’altro ieri, con i voti della maggioranza del Pdl e il no della Lega Nord, un ordine del giorno che boccia l’inserimento delle canzoni in dialetto, a favore di un Festival della canzone italiana…
(Da La Nazione, 1/12/2009).
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Intanto il direttore artistico Gianmarco Mazza lavora nell’ombra. Deve innanzitutto piazzare due o tre cose in dialetto: uno del nord, uno del Centro e uno del Sud. Sembra facile, ma la pressione politica sale. Al Nord se ne fregano i più, come dice Bossi, e comunque c’è pronto Van Der Sfroos. Al Centro basterebbe Barbarossa, un ex amico della nazionale cantanti. Al Sud bisogna stare molto attenti: un siciliano sì e un calabrese no? Un napoletano e non un pugliese? La vedo al peperoncino, che accomuna tutte le lingue suddette e passo oltre. Segnalando che ieri il Cda Rai ha chiuso il caso – dialetto, ascoltando sull’argomento il direttore di Raduno, Mauro Mazza, e decidendo che l’articolo 6 del regolamento del Festival di cui si è tanto discusso in questi giorni resta così…
(Da “Sanremo Sarà una sfida tra giovani e Talent”, di Marco Mangiarotti, La Nazione, 11/12/2009).
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… Unica canzone in dialetto “Jammo ja” di Nino D’Angelo, che l’aveva già fatto all’Ariston e aveva chiesto il miracolo a San Gennaro…
(Da “Sanremo Veterani, principi e talenti”, La Nazione, 19/12/2009).
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“Meridionale, simmo voce ‘e miez’o mare ca nisciuno vo sentì”. Bastano poche strofe intercalate da un ritmo afro sporcato di pizzica per avere chiaro all’orecchio che quello che Nino D’Angelo porta a Sanremo è un pezzo sofferto. Duettato con Maria Nazionale per raccontare un Sud abbandonato a se stesso in cui “’a fatica è nu regalo” e “’a speranza è partì”…
“Visto che sono il solo concorrente a cantare in dialetto, nella serata del venerdì riservata alle collaborazioni, provo a portare sul palco dell’Ariston tutti i suoni e gli idiomi del Meridione, grazie ad Ambrogio Sparagna ma anche a uno stuolo di interpreti che va dal siciliano Mario Incudine alla pugliese Alessia Tondo, al calabrese Danilo Montenegro”…
“Si è molto parlato della introduzione del dialetto a Sanremo, ma in realtà c’è sempre stato. Nessuno parla, invece, di quando fu soppresso. Avvenne nel 2006 ma poi, a cast già deciso, fu reintrodotto con una modifica del regolamento “ad personam” per far partecipare il pezzo scritto da Mogol e D’Alessio per Gigi Finizio e i Ragazzi di Scampia”. “Jammo jà” (che in tv potrebbe essere sottotitolata) chiude un ciclo… “… Il prossimo disco, infatti, me lo immagino nuovamente pop, con una prevalenza della parola sul suono, anche se spruzzato qua e là con quel jazz che al momento assorbe buona parte dei miei interessi musicali…”…
(Da “Nino: ‘Non i re, o i principi Canto i guaglioni e la fatica’”, di Andrea Spinelli, La Nazione, 2/2/2010).
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…Dialetti. Al festival sentiremo solo la canzone di Nino D’Angelo, Mci e Audiocoop hanno pubblicato l’interessante antologia degli indipendenti “Aie d’Italia”. Warner fa uscire in questi giorni “Dialetti d’Italia”, 46 canzoni in due Cd in cui rifà, nella biodiversità culturale, l’Unità d’Italia. Dalle Alpi al Ponte di Messina, nessuna regione esclusa, isole comprese. Interpreti insospettabili: Rabagliati, Boni e Latilla, Lauzi, Casadei, Villa, Modugno, Califano, Rondinella, Gigliola Cinquetti, Farassino, Ranieri, Taranto, Spadaro, Ornella Vanoni, il Quartetto Cetra, Rascel. Totò (“’A livella”) e Gilberto Govi (Ma se ghe pensu”).
(Da “Alicia e Belen Le sexy sorprese di Sanremo” di Marco Mangiarotti, La Nazione, 10/2/2010).
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SANREMO: D’ANGELO, COM’E’ CHE IN ROMANIA MI CAPISCONO E QUI NO?

"Ma non è un po’ strano che in Romania mi capiscono e qui no? Lì senza giacca e cravatta mi capiscono e a Sanremo no? Eppure lì non è che l’ hanno tradotta la mia canzone, eppure ha avuto successo…".
Schietto, senza giri di parole, Nino D’Angelo in conferenza stampa cerca di spiegare e spiegarsi il perché della bocciatura ieri sera da parte della giuria demoscopica dell’Ariston del suo brano "Jammo jà", tutto in dialetto napoletano ed eseguito con Maria Nazionale (anche attrice, ha fatto parte del cast di ‘Gomorra’, oltre che essere una cantante, ndr). L’artista napoletano – che per agevolare le cose ai giornalisti ha fatto distribuire in sala stampa una versione in lingua italiana del suo brano in gara – ha aggiunto che "forse ieri ci ha penalizzato una piccola dichiarazione fatta dalla Clerici prima che io cantassi, e cioè quando ha parlato di ‘claque’ perché il pubblico mi applaudiva. Mi ha fatto un po’ male quella dichiarazione, perché io penso di aver contribuito con una piccola storia alla musica e alla canzone, e non penso che servisse questo. E poi perché dovevano essere per forza napoletani? Ma che solo i napoletani applaudono? Non so, magari la Clerici l’ ha detto in buonafede..". Nino D’Angelo, con orgoglio, ha poi bocciato nettamente l’ipotesi di far scorrere i sottotitoli al brano in dialetto: "non è coerente". Ed ha aggiunto "abbiamo accettato il regolamento e sapevamo che rischiavamo l’eliminazione, però non ci credo quando dicono che questo è stato frutto di uno svecchiamento del pubblico. Non penso sia così, io ho tanti sostenitori molto giovani". E comunque "la risposta la dà il popolo. Chi vota a Sanremo non è tutto il popolo, 300 persone (i componenti della giuria demoscopica, ndr) non è che possono rappresentare tutta l’Italia. Poi ci sarà il voto dell’Orchestra del Festival. Ma dovrebbe essere il popolo a dare la risposta. L’Italia vive altri momenti storici, comunque aspettiamo il televoto, possiamo essere ripescati". E a sua volta Maria Nazionale ha sottolineato "la musica non ha tempo, anche se e’ bene che ci siano i giovani. Nino ha scritto una bella canzone, l’esibizione di ieri è stata bella, l’abbiamo rivista, e i risultati si vedranno, ne sono sicura". E siccome il tema di fondo è il dialetto, domani sera Nino D’Angelo promette scintille con il duetto con Ambrogio Sparagna, che dirigerà l’orchestra: i dialetti saranno tutti quelli del sud, "neanche una parola in italiano, domani ci vorrà davvero il vocabolario. La mia vera lingua straniera e’ l’italiano". E "se ci ripescano, siccome con Maria abbiamo intenzione di fare un gruppo etnico, lo chiameremo ‘I ripescati’". Infine un ricordo di Mino Reitano: "E’ questo che mi manca rispetto alle altre edizioni del Festival cui ho preso parte, mi manca la sua allegria".
(Fonte AGI, 17/2/2010).
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Puntata di “Blob” dedicata ai tanti, illustri ospiti stranieri che, nel passato, hanno partecipato al Festival di Sanremo: colpiva che cantassero in italiano, magari con l’aiuto della lettura del testo… Ancora: tanto si è parlato di regolamento prima dell’inizio del Festival quanto si è infranto durante lo svolgimento…
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Le “piccate” dichiarazioni del ministro Luca Zaia sulla presenza di una canzone napoletana al Festival di San Remo.

Quote riservate a canzoni dialettali, nel rispetto della par condicio fra regioni per dire basta alla corsia preferenziale per il napoletano, offerta anche quest’ anno – con Nino D’Angelo – dal festival della canzone italiana di Sanremo. Lo dice il ministro Luca Zaia (intervistato da Klaus Davi) che chiede l’introduzione «di una quota obbligatoria di canzoni in dialetto».«Mi auguro che il prossimo anno il regolamento preveda già nella giuria di selezione una sezione dedicata alla canzoni interpretate in italiano, ipotizziamo l`80%, ed una sezione ad hoc destinata alle canzoni in lingua locale. Sanremo è un grande evento nazionale, è una bandiera – dice il Ministro – ma se non garantiamo la presenza di tutti i dialetti allora si facciano concorrere solo canzoni in italiano».«Mi appello ad Antonella Clerici e a mamma Rai affinché il prossimo anno valutino l`opportunità di introdurre una par condicio per i dialetti e una sezione speciale del Festival dedicata agli idiomi di tutta la penisola».

La cosa grottesca, che non tutti ricordano, è che proprio la Lega aveva chiesto e gioito dell’apertura del festival ai dialetti, credendo che ciò avrebbe portato alla esecuzione di brani dialettali padani sul palco sanremese. (da “Il Secolo XIX” del 14/11/2009)

Dopo che se ne è tanto parlato, il Festival di Sanremo apre ufficialmente alle canzoni in dialetto, come chiesto da anni dalla Lega Nord.Secondo indiscrezioni, a prevederlo sarebbe l’articolo 6 del regolamento dell’edizione 2010 – in scena dal 16 al 20 febbraio – che stabilisce i requisiti delle opere in gara: il comma A impo­ne la «lingua italiana», ma pre­cisa che «si considerano appar­tenenti alla lingua italiana, qua­li espressioni di cultura popola­re, canzoni in lingua dialettale italiana».La Lega Nord: «merito nostro».«È un fatto molto positivo, risultato dei ripetuti contatti che ho avuto in questi mesi con Gianmarco Mazzi e credo che finalmente sia stata sottolineata l’importanza delle lingue territoriali»: con queste parole, Marco Lupi (Lega Nord), presidente del consiglio Comunale di Sanremo, ha commentato la notizia dell’apertura alle canzoni in dialetto nel regolamento della prossima edizione del Festival di Sanremo.«L’importanza delle lingue territoriali – ha aggiunto Lupi – è stata sottolineata anche da artisti di fama nazionale e lo si è visto anche in alcuni recenti film che testimoniano questa peculiarità che in una rassegna canora nazionalpopolare, come è il Festival, sarà capace di creare senza dubbio interesse, aumentando il livello culturale e artistico dell’evento, con la partecipazione di quelle realtà sino a oggi tenute da parte». Ma le recenti dichiarazioni del ministro leghista Luca Zaia sull’anomala presenza di una canzone in lingua napoletana a San Remo, dimostrano, oltre al livello grottesco e fanatico raggiunto da questi pretesi rappresentanti del governo padano che, purtroppo, amministrano l’intero Paese, anche il notevole disappunto leghista sul fatto che sia stato il napoletano ad approfittare delle loro battaglie.Chiedere la par condicio anche per i dialetti, magari per quello veneto, in una competizione musicale nazionale, ripropone la cultura da barzelletta che, ormai, caratterizza gli attuali alfieri della politica del nord. La canzone napoletana ha una storia secolare e rappresenta un importante fenomeno culturale che, pur partendo dal Sud, si è diffuso in tutto il mondo, diventando veicolo d’identità positiva che caratterizza tutta l’Italia. Forse l’ingenuo ministro non sa che dalla canzone napoletana nasce quella italiana e che canzoni come ‘O sole mio sono tra le più famose al mondo, a tal punto da essere considerate a tutti gli effetti, in alcuni paesi, l’inno italiano. E’ per questo motivo che San Remo dedica un piccolo spazio a questo fenomeno culturale mondiale che ha milioni di appassionati, cui hanno reso omaggio i più grandi interpreti della lirica. Paragonare questa grande tradizione musicale e culturale a delle canzonette da balera sa di demenziale e di incolto. Sarebbe più opportuno che questi notabili leghisti rivolgessero la loro attenzione al degrado morale che, come nella Prima Repubblica, vede la Padania gran protagonista.

http://comitatiduesicilie.org/index.php … &Itemid=79
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E per le voci nuove ecco Sanremo Doc, con le canzoni in dialetto”,

di Carlo Mandelli

SanremoLab lascia, anzi raddoppia… Il marchio SanremoLab, il concorso che prima ancora rispondeva al nome di Accademia Musicale di Sanremo, non va proprio in pensione, anzi. Il nuovo Area Sanremo sarà infatti formato da due sezioni: da una parte SanremoLab, presieduto da Paolo Limiti e Elenoire Casalegno e dedicato ai brani inediti in lingua italiana, mentre dall’altra ci sarà Sanremo doc, diretto da Platinette, al secolo Maurizio Coruzzi, con Davide Van de Sfroos e Giordano Sangiorgi in arrivo dall’Associazione Etichette Indipendenti, alle prese con brani inediti in dialetto, quello che tanto ha fatto discutere lo scorso anno e che oggi riparte direttamente dagli emergenti.
Sul dialetto, gli organizzatori puntano molto anche per aumentare il numero degli iscritti che lo scorso anno sono stati (solo) 321. Per i partecipanti la quota di iscrizione è stata fissata a 350 euro per i singoli, 400 per chi si esibisce in duetto e 450 per i gruppi. Alla fine della selezione, il 25 per cento dei finalisti, recita il regolamento, e quindi indicativamente due partecipanti, avranno accesso garantito all’Ariston…
(Da La Nazione, 28/7/2010).




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