Salviamo le lingue d’Europa

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Salviamo le lingue d’Europa

di Andrea Bonanni

Babele Europa. Con 23 lingue ufficiali, tre alfabeti oltre ad una sessantina di altri idiomi parlati quotidianamente, l’Unione Europea è oggi certamente la comunità linguisticamente più complessa del Pianeta. Come gestire un simile patrimonio, fonte di ricchezza culturale ma anche di problemi e tensioni potenzialmente esplosivi? Difficile rispondere, tanto più che in base al diritto europeo le lingue non sono materia di competenza della Comunità ma degli stati nazionali e spesso addirittura delle regioni e delle autonomie locali.

Si può aspirare ad una maggiore integrazione senza una lingua comune? E d’altra parte una lingua comune non rischia di uccidere e soffocare le identità culturali che costituiscono la ricchezza del continente?

Una prima risposta è venuta dal vertice Europeo di Barcellona, nel 2002, quando i capi di governo dell’Ue si misero d’accordo per suggerire (visto che decisioni vincolanti in materia non si possono prendere) che in tutte le scuole gli studenti apprendano almeno due lingue straniere. Ora però il commissario europeo al multilinguismo, il romeno Leonard Orban, ha deciso di fare un passo ulteriore e nel giugno scorso ha incaricato un gruppo di intellettuali, guidato dallo scrittore franco-libanese Amin Maalouf, di fornire une serie di idee su come affrontare e gestire il fenomeno del multìlinguismo. Il responso che è venuto dal lavoro del gruppo, di cui in queste pagine anticipiamo una sintesi del documento che sarà presentato oggi a Bruxelles. È abbastanza sorprendente. In sostanza Maalouf suggerisce che tutti gli europei, accanto ad una lingua veicolare che verosimilmente è destinata ad essere un inglese semplificato, scelgano una «lingua adottiva» che dovrebbero arrivare a padroneggiare come una seconda lingua madre, approfondendo quindi anche i contenuti della cultura che questa lingua esprime. La gente. dice il rapporto, dovrebbe avere la possibilità di accedere allo studio di qualsiasi delle molte lingue parlate in Europa, comprese anche le lingue non europee, dall’arabo all’indi, dal turco all’urdu, che sono gli idiomi di importanti comunità di cittadini immigrati.

Il senso del rapporto è che la competizione ancora in corso tra un ristretto numero di lingue «forti» (francese, tedesco, spagnolo) per fare concorrenza all’inglese come lingua franca non ha molto senso. Meglio invece, anche da un punto di vista economico e della produttività, una molteplicità di capacità linguistiche sviluppate accanto all’inglese per favorire la mobilità, la comprensione reciproca e l’approfondimento delle altre culture.

Il commissario Orban e Maalouf presenteranno il rapporto alla conferenza informale dei ministri della cultura europei che si riuniranno a Bruxelles il 15 febbraio.

L’obiettivo è quello di ottenere il consenso di massima in vista della definizione di una strategia comune sul multilinguismo.che Orban dovrà mettere a punto entro settembre. Ma anche di sensibilizzare i governi per aumentare i fondi che già la Commissione destina sia al servizio interno di interpretariato e traduzione, sia al finanziamento dei corsi extrascolastici di lingue (tutte, compreso il latino e l’esperanto) integrati nel programma «lifelong learning». «In Europa il 44 per cento della popolazione parla una sola lingua ed ha il sacrosanto diritto di poter interagire con le istituzioni europee nella sua lingua madre—spiega Orban — D’altra parte viviamo in una società sempre più interculturale e interetnica». Il costo per finanziare i servizi di interpretariato e traduzione di Bruxelles si aggira intorno all’1 percento del bilancio dell’Unione: poco più di due euro e mezzo all’anno per ogni cittadino europeo. «Ma la lingua è un diritto, e questo è il costo della democrazia», spiega Orban. Che fa anche notare come le lingue ufficiali dell’unione siano più che raddoppiate passando da 11 nel 2004 a 23 nel 2007, mentre il bilancio dei servizi di interpretazione e traduzione è aumentato solo del venti per cento. E il numero di idiomi ufficiali potrebbe aumentare ancora. In dirittura di arrivo ci sono il croato e il turco, se Cipro Nord verrà integrata nell’Unione Europea. Troppe? A Bruxelles fanno notare che solo le lingue ufficialmente in uso in Italia, e iscritte nella nostra Costituzione, sono più di una decina. Come dire che la babele linguistica comincia proprio in casa nostra.

(Da La Repubblica, 31/1/2008).

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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Salviamo le lingue d’Europa<br /><br />
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di Andrea Bonanni<br /><br />
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Babele Europa. Con 23 lingue ufficiali, tre alfabeti oltre ad una sessantina di altri idiomi parlati quotidianamente, l'Unione Europea è oggi certamente la comunità linguisticamente più complessa del Pianeta. Come gestire un simile patrimonio, fonte di ricchezza culturale ma anche di problemi e tensioni potenzialmente esplosivi? Difficile rispondere, tanto più che in base al diritto europeo le lingue non sono materia di competenza della Comunità ma degli stati nazionali e spesso addirittura delle regioni e delle autonomie locali.<br /><br />
Si può aspirare ad una maggiore integrazione senza una lingua comune? E d'altra parte una lingua comune non rischia di uccidere e soffocare le identità culturali che costituiscono la ricchezza del continente?<br /><br />
Una prima risposta è venuta dal vertice Europeo di Barcellona, nel 2002, quando i capi di governo dell'Ue si misero d'accordo per suggerire (visto che decisioni vincolanti in materia non si possono prendere) che in tutte le scuole gli studenti apprendano almeno due lingue straniere. Ora però il commissario europeo al multilinguismo, il romeno Leonard Orban, ha deciso di fare un passo ulteriore e nel giugno scorso ha incaricato un gruppo di intellettuali, guidato dallo scrittore franco-libanese Amin Maalouf, di fornire une serie di idee su come affrontare e gestire il fenomeno del multìlinguismo. Il responso che è venuto dal lavoro del gruppo, di cui in queste pagine anticipiamo una sintesi del documento che sarà presentato oggi a Bruxelles. È abbastanza sorprendente. In sostanza Maalouf suggerisce che tutti gli europei, accanto ad una lingua veicolare che verosimilmente è destinata ad essere un inglese semplificato, scelgano una «lingua adottiva» che dovrebbero arrivare a padroneggiare come una seconda lingua madre, approfondendo quindi anche i contenuti della cultura che questa lingua esprime. La gente. dice il rapporto, dovrebbe avere la possibilità di accedere allo studio di qualsiasi delle molte lingue parlate in Europa, comprese anche le lingue non europee, dall'arabo all'indi, dal turco all'urdu, che sono gli idiomi di importanti comunità di cittadini immigrati.<br /><br />
Il senso del rapporto è che la competizione ancora in corso tra un ristretto numero di lingue «forti» (francese, tedesco, spagnolo) per fare concorrenza all'inglese come lingua franca non ha molto senso. Meglio invece, anche da un punto di vista economico e della produttività, una molteplicità di capacità linguistiche sviluppate accanto all'inglese per favorire la mobilità, la comprensione reciproca e l'approfondimento delle altre culture.<br /><br />
Il commissario Orban e Maalouf presenteranno il rapporto alla conferenza informale dei ministri della cultura europei che si riuniranno a Bruxelles il 15 febbraio. <br /><br />
L'obiettivo è quello di ottenere il consenso di massima in vista della definizione di una strategia comune sul multilinguismo.che Orban dovrà mettere a punto entro settembre. Ma anche di sensibilizzare i governi per aumentare i fondi che già la Commissione destina sia al servizio interno di interpretariato e traduzione, sia al finanziamento dei corsi extrascolastici di lingue (tutte, compreso il latino e l'esperanto) integrati nel programma «lifelong learning». «In Europa il 44 per cento della popolazione parla una sola lingua ed ha il sacrosanto diritto di poter interagire con le istituzioni europee nella sua lingua madre—spiega Orban — D'altra parte viviamo in una società sempre più interculturale e interetnica». Il costo per finanziare i servizi di interpretariato e traduzione di Bruxelles si aggira intorno all'1 percento del bilancio dell'Unione: poco più di due euro e mezzo all'anno per ogni cittadino europeo. «Ma la lingua è un diritto, e questo è il costo della democrazia», spiega Orban. Che fa anche notare come le lingue ufficiali dell'unione siano più che raddoppiate passando da 11 nel 2004 a 23 nel 2007, mentre il bilancio dei servizi di interpretazione e traduzione è aumentato solo del venti per cento. E il numero di idiomi ufficiali potrebbe aumentare ancora. In dirittura di arrivo ci sono il croato e il turco, se Cipro Nord verrà integrata nell'Unione Europea. Troppe? A Bruxelles fanno notare che solo le lingue ufficialmente in uso in Italia, e iscritte nella nostra Costituzione, sono più di una decina. Come dire che la babele linguistica comincia proprio in casa nostra. <br /><br />
(Da La Repubblica, 31/1/2008).<br /><br />
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Daniela Giglioli
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Babele Europa. Con 23 lingue ufficiali, tre alfabeti oltre ad una sessantina di altri idiomi parlati quotidianamente, l'Unione Europea è oggi certamente la comunità linguisticamente più complessa del Pianeta. Come gestire un simile patrimonio, fonte di ricchezza culturale ma anche di problemi e tensioni potenzialmente esplosivi? Difficile rispondere, tanto più che in base al diritto europeo le lingue non sono materia di competenza della Comunità ma degli stati nazionali e spesso addirittura delle regioni e delle autonomie locali.<br /><br />
Si può aspirare ad una maggiore integrazione senza una lingua comune? E d'altra parte una lingua comune non rischia di uccidere e soffocare le identità culturali che costituiscono la ricchezza del continente?<br /><br />
Una prima risposta è venuta dal vertice Europeo di Barcellona, nel 2002, quando i capi di governo dell'Ue si misero d'accordo per suggerire (visto che decisioni vincolanti in materia non si possono prendere) che in tutte le scuole gli studenti apprendano almeno due lingue straniere. Ora però il commissario europeo al multilinguismo, il romeno Leonard Orban, ha deciso di fare un passo ulteriore e nel giugno scorso ha incaricato un gruppo di intellettuali, guidato dallo scrittore franco-libanese Amin Maalouf, di fornire une serie di idee su come affrontare e gestire il fenomeno del multìlinguismo. Il responso che è venuto dal lavoro del gruppo, di cui in queste pagine anticipiamo una sintesi del documento che sarà presentato oggi a Bruxelles. È abbastanza sorprendente. In sostanza Maalouf suggerisce che tutti gli europei, accanto ad una lingua veicolare che verosimilmente è destinata ad essere un inglese semplificato, scelgano una «lingua adottiva» che dovrebbero arrivare a padroneggiare come una seconda lingua madre, approfondendo quindi anche i contenuti della cultura che questa lingua esprime. La gente. dice il rapporto, dovrebbe avere la possibilità di accedere allo studio di qualsiasi delle molte lingue parlate in Europa, comprese anche le lingue non europee, dall'arabo all'indi, dal turco all'urdu, che sono gli idiomi di importanti comunità di cittadini immigrati.<br /><br />
Il senso del rapporto è che la competizione ancora in corso tra un ristretto numero di lingue «forti» (francese, tedesco, spagnolo) per fare concorrenza all'inglese come lingua franca non ha molto senso. Meglio invece, anche da un punto di vista economico e della produttività, una molteplicità di capacità linguistiche sviluppate accanto all'inglese per favorire la mobilità, la comprensione reciproca e l'approfondimento delle altre culture.<br /><br />
Il commissario Orban e Maalouf presenteranno il rapporto alla conferenza informale dei ministri della cultura europei che si riuniranno a Bruxelles il 15 febbraio. <br /><br />
L'obiettivo è quello di ottenere il consenso di massima in vista della definizione di una strategia comune sul multilinguismo.che Orban dovrà mettere a punto entro settembre. Ma anche di sensibilizzare i governi per aumentare i fondi che già la Commissione destina sia al servizio interno di interpretariato e traduzione, sia al finanziamento dei corsi extrascolastici di lingue (tutte, compreso il latino e l'esperanto) integrati nel programma «lifelong learning». «In Europa il 44 per cento della popolazione parla una sola lingua ed ha il sacrosanto diritto di poter interagire con le istituzioni europee nella sua lingua madre—spiega Orban — D'altra parte viviamo in una società sempre più interculturale e interetnica». Il costo per finanziare i servizi di interpretariato e traduzione di Bruxelles si aggira intorno all'1 percento del bilancio dell'Unione: poco più di due euro e mezzo all'anno per ogni cittadino europeo. «Ma la lingua è un diritto, e questo è il costo della democrazia», spiega Orban. Che fa anche notare come le lingue ufficiali dell'unione siano più che raddoppiate passando da 11 nel 2004 a 23 nel 2007, mentre il bilancio dei servizi di interpretazione e traduzione è aumentato solo del venti per cento. E il numero di idiomi ufficiali potrebbe aumentare ancora. In dirittura di arrivo ci sono il croato e il turco, se Cipro Nord verrà integrata nell'Unione Europea. Troppe? A Bruxelles fanno notare che solo le lingue ufficialmente in uso in Italia, e iscritte nella nostra Costituzione, sono più di una decina. Come dire che la babele linguistica comincia proprio in casa nostra. <br /><br />
(Da La Repubblica, 31/1/2008).<br /><br />
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Babele Europa. Con 23 lingue ufficiali, tre alfabeti oltre ad una sessantina di altri idiomi parlati quotidianamente, l'Unione Europea è oggi certamente la comunità linguisticamente più complessa del Pianeta. Come gestire un simile patrimonio, fonte di ricchezza culturale ma anche di problemi e tensioni potenzialmente esplosivi? Difficile rispondere, tanto più che in base al diritto europeo le lingue non sono materia di competenza della Comunità ma degli stati nazionali e spesso addirittura delle regioni e delle autonomie locali.<br /><br />
Si può aspirare ad una maggiore integrazione senza una lingua comune? E d'altra parte una lingua comune non rischia di uccidere e soffocare le identità culturali che costituiscono la ricchezza del continente?<br /><br />
Una prima risposta è venuta dal vertice Europeo di Barcellona, nel 2002, quando i capi di governo dell'Ue si misero d'accordo per suggerire (visto che decisioni vincolanti in materia non si possono prendere) che in tutte le scuole gli studenti apprendano almeno due lingue straniere. Ora però il commissario europeo al multilinguismo, il romeno Leonard Orban, ha deciso di fare un passo ulteriore e nel giugno scorso ha incaricato un gruppo di intellettuali, guidato dallo scrittore franco-libanese Amin Maalouf, di fornire une serie di idee su come affrontare e gestire il fenomeno del multìlinguismo. Il responso che è venuto dal lavoro del gruppo, di cui in queste pagine anticipiamo una sintesi del documento che sarà presentato oggi a Bruxelles. È abbastanza sorprendente. In sostanza Maalouf suggerisce che tutti gli europei, accanto ad una lingua veicolare che verosimilmente è destinata ad essere un inglese semplificato, scelgano una «lingua adottiva» che dovrebbero arrivare a padroneggiare come una seconda lingua madre, approfondendo quindi anche i contenuti della cultura che questa lingua esprime. La gente. dice il rapporto, dovrebbe avere la possibilità di accedere allo studio di qualsiasi delle molte lingue parlate in Europa, comprese anche le lingue non europee, dall'arabo all'indi, dal turco all'urdu, che sono gli idiomi di importanti comunità di cittadini immigrati.<br /><br />
Il senso del rapporto è che la competizione ancora in corso tra un ristretto numero di lingue «forti» (francese, tedesco, spagnolo) per fare concorrenza all'inglese come lingua franca non ha molto senso. Meglio invece, anche da un punto di vista economico e della produttività, una molteplicità di capacità linguistiche sviluppate accanto all'inglese per favorire la mobilità, la comprensione reciproca e l'approfondimento delle altre culture.<br /><br />
Il commissario Orban e Maalouf presenteranno il rapporto alla conferenza informale dei ministri della cultura europei che si riuniranno a Bruxelles il 15 febbraio. <br /><br />
L'obiettivo è quello di ottenere il consenso di massima in vista della definizione di una strategia comune sul multilinguismo.che Orban dovrà mettere a punto entro settembre. Ma anche di sensibilizzare i governi per aumentare i fondi che già la Commissione destina sia al servizio interno di interpretariato e traduzione, sia al finanziamento dei corsi extrascolastici di lingue (tutte, compreso il latino e l'esperanto) integrati nel programma «lifelong learning». «In Europa il 44 per cento della popolazione parla una sola lingua ed ha il sacrosanto diritto di poter interagire con le istituzioni europee nella sua lingua madre—spiega Orban — D'altra parte viviamo in una società sempre più interculturale e interetnica». Il costo per finanziare i servizi di interpretariato e traduzione di Bruxelles si aggira intorno all'1 percento del bilancio dell'Unione: poco più di due euro e mezzo all'anno per ogni cittadino europeo. «Ma la lingua è un diritto, e questo è il costo della democrazia», spiega Orban. Che fa anche notare come le lingue ufficiali dell'unione siano più che raddoppiate passando da 11 nel 2004 a 23 nel 2007, mentre il bilancio dei servizi di interpretazione e traduzione è aumentato solo del venti per cento. E il numero di idiomi ufficiali potrebbe aumentare ancora. In dirittura di arrivo ci sono il croato e il turco, se Cipro Nord verrà integrata nell'Unione Europea. Troppe? A Bruxelles fanno notare che solo le lingue ufficialmente in uso in Italia, e iscritte nella nostra Costituzione, sono più di una decina. Come dire che la babele linguistica comincia proprio in casa nostra. <br /><br />
(Da La Repubblica, 31/1/2008).<br /><br />
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