Salviamo la lingua italiana dall’invasione inglese!

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Condividere non solamente ma anche combattere i barbarismi che infestano il glorioso
Nostro idioma – La velocità attuale ci può tuttavia far scegliere tra nostrani termini –

Par che nessuno voglia combattere: tutti sembrano arrendersi all’evidenza. Anche i governi, per bocca dei primi ministri (pardon, Premier…!), invitano al peccato… Qui si disserta dell’uso, sempre più smodato, della lingua inglese in luogo e surrogato della nostra italica favella. Sgomberiamo ab initio il campo da ogni equivoco: niun preconcetto si nutre da parte nostra contro l’idioma di Pope e di Whitman, anzi lo si ammira poiché, pur essendo povero grammaticalmente e contenutisticamente, proprio per ciò ha con forza contribuito a cementare quel che fu, ed ancora in gran parte è, l’Impero Britannico. E tuttavia, l’invasione è invasione: la si chiami con altri nomi, ma tale è. Se non si alza forte e chiara la voce, da parte di quei personaggi che decenni fa erano chiamati le autorità del mondo della cultura (o anime di Ungaretti, di Montale e di Quasimodo, senza epigoni, almeno dopo la morte non lontana di Luzi e di Davide Turoldo…), tutto pare vano, tutto sfuma nell’indistinto. O come potranno avere delle direttive i nostri giovini –non si fa nemmeno conto degli adulti, i quali corrotti da par loro dall’ultimo trentennio di libertarismo, sono praticamente irrecuperabili- se i vecchi, o coloro i quali un tempo univano l’età alla saggezza, non si inalberano per difendere il sacrosanto vessillo del nostro idioma?
E’ una battaglia che dalle nostre parti (Catania è, per dire di un mòtto di città settecentesca, "litteris armatur, armis decoratur") si dovrebbe ben conoscere, prima di affrontarla. Senza donchisciottismi inutili, ma anche con coraggio e lealtà. Alcuni, e son molti, sostengono che perseguire scientemente, a petto dell’imbarbarimento del linguaggio italico, non già una purità di stile (‘ché purità invero non vi fu mai), ma un corretto uso dei nostri vocaboli di contro agli stranieri, sia bieco nazionalismo, anticaglie di tristo passato: peggio, non sia ‘alla moda’. Ciànce, chiacchiere dei nemici della lingua. E se financo l’Accademia della Crusca, cioè l’istituzione prima che dovrebbe difendere e propugnare il giusto uso dell’idioma d’Italia, l’unico (forse…) che può serbare, in tempi di federalismo politico (il quale anticipa, affermano taluni, se non la secessione de jure, quella de facto), il senso etico della unità dei diversi popoli che la Patria nostra compongono e nel tricolore si riconoscono, dichiara la sconfitta effettiva (è assaj triste, come accade, udire l’attuale suo Presidente, in barba alle istanze del fu predecessore Giovanni Nencioni, asserire la commistione con l’inglese una necessità inevitabile…), i privati debbono svolgere la loro parte.
Non invocheremo le ombre del Tommasèo e del Fanfani, del Rigutini e del Biagi, né i maestri della lessicografia italiana del primo novecento, da Zingarelli a Palazzi: sia sufficiente l’appello, accorato ed appassionato come lui sa essere, di Guido Ceronetti, intellettuale libero nel più ampio senso del termine, traduttore insuperabile (la sua versione del Cantico dei Cantici è a dir poco splendida) e poeta in prosa. Egli, sia nel settembre 2007 che nel gennaio di quest’anno, in due articoli –apparsi sul Sole 24 Ore e sul Corriere della Sera- ha invitato tutti gli uomini di buona volontà ad alzare le barricate contro l’invadenza irrefrenabile dell’inglese nella nostra lingua, ed a combattere senza paura questo conflitto. Trascriviamo un brano del suo pensiero: "Bandiera bianca al vento, nessuna traccia di Termopili ! La grande lingua definita da Leopardi ‘onnipotente’ (esagerava un po’, ma era amore) eccola presa a botte e pesci in faccia da franchising, joint venture, business, leasing, tour operator, jogging, privacy, marketing, full immersion, low cost, deregulation, talk show, reality show, imprinting, screening, scannering, star system, rockstar e poi metà delle cose sono hard e soft l’altra metà… L’Unione europea spiana ogni ostacolo all’occupazione dell’inglese e abbandona le lingue patrie… La guerra all’inglese, all’anglofonia d’occupazione, all’americanofobia tecnologica, all’angloegemonia che implacabilmente va stritolando le lingue dell’Europa continentale e seppellendo in sabbie mobili senza ritorno la meno reattiva di tutte : questo italiano nostro di penuria, analfabetizzato, stupidamente arreso all’angloamericano, sparlacchiato male da giovani linguisticamente rammolliti, obbligato al servilismo bilinguistico da governi, come l’attuale, che deliberatamente lo vogliono subordinato (…) La diseducazione linguistica conduce dritto all’indifferenza a tutto: valori etici, culturali, religiosi del luogo dove ‘la casa dell’essere’, il linguaggio in cui lo spirito della lingua si incarna, patisce scala Richter al settimo, tanto che varrà meglio, per vivere in Italia, imparare inglese basico, pessimo ma apriporta dovunque… Una lingua materna non è surrogabile da una sussidiaria, imposta con prepotenza. E’ in vista una diffusa confusione mentale. Alzate senza paura barriere linguistiche" .
Tale pensiero condensa mirabilmente, da un punto di vista ‘laico’, quel che pure il Papa ha in qualche modo affermato di recente: il relativismo, l’indifferentismo che conducono alla mancanza di senso etico e quindi ai più turpi delitti, nella nostra società hanno evidenza massima nell’abbandono dell’orgoglio linguistico nazionale, a fronte della invasione barbarica dell’inglese. E sì che la nostra lingua, come può evincersi anche da una breve scòrsa al dizionario dei Sinonimi (del Tommaseo, sempre: lui, e non altri, è in ogni caso la bussola, ancòr oggi), ha mèsse abbondante di locuzioni, di aggettivi, di sostantivi da risultare anche troppo ricca. Ma dechinare allo straniero "è sudicia cosa", tanto quanto le voci superflue. E se negli anni Sessanta l’ottimo Aldo Gabrielli, nel Dizionario Moderno, e prima di lui il brillante Alfredo Panzini nel volume omonimo, con attenzione ed un pizzico di ironia e timore precisavano esser le loro opere una ‘giunta’ ai correnti vocabolarii, oggi la situazione si è caoticamente confusa, di là dall’essersi invertita. Quale strategìa ‘militare’, dunque? Non vediamo altra soluzione che quella delle oasi: coltivare sin dalla cùlla delle civili società, ovvero dalla famiglia (tradizionale, allargata, commista come che sia, ma famiglia secondo lo schema se si vuole pitagorico cristiano: uno, due, tre, "maschio e femmina li creò": oltre, è il bujo) l’amore indefesso, pedissequo per il natale idioma; vigilare attivamente perché quest’ultimo sia rettamente applicato nelle scuole primarie e secondarie, dagli insegnanti (è compito dei genitori, ove questi siano all’altezza); infine attendere i frutti, che inevitabilmente verranno. Secoli furono impiegati per passare dal latino diremmo quasi aulico a quello maccheronico alle prime forme di volgare idioma (che, è bene rammentarlo, còlla Scuola poetica Siciliana nacquero nell’isola nostra), per cui la battaglia è lunga. Oggi Internet ed i mezzi di comunicazione di massa obbligano alla velocità ed alla concisione,anche nel linguaggio: ci si può adeguare, a condizione che si scelgano le alternative. E la nostra lingua d’Italia, per grazia divina, è abbondante cornucopia di felici frutti. Almeno ivi non vi è, come in altri ambiti, trista penuria. Si attinga a piene mani, e bàndo agli idiomi che non appartengono al nostro azzurro cielo.

Barone di Sealand, ovvero Francesco Giordano
(pubblicato su Sicilia Sera n°327 del 4 aprile 2010)

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