Salvatore Settis: overdose di formulette inglesi, vana mascherata di ciò che può ben dirsi in italiano, ma in inglese suona più serio.

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Sestante.
Salvatore Settis.

Please speck italian!

FRA I MISTERI D’ITALIA non ci sono solo stragi impunite e logge clandestine, ma
anche pratiche oscure come l’overdose di formulette inglesi, vana mascherata
di ciò che può ben dirsi in italiano, ma in inglese suona più serio. E il trucco
funziona: a quanti è chiaro che la fatale spending review davanti a cui ci inchiniamo compunti è identica ai “tagli lineari” (a cultura e spese sociali) che ieri deprecavamo? E perché mai una
legge sul lavoro deve chiamarsi Jobs Act. copiando Obama? Chissà se Renzi sa che quello di Obama è un acronimo (Jumpstart Our Business Startups), con gioco di parole impossibile in italiano.
Ma visto che la Costituzione prevede il diritto al lavoro (art.4), non era meglio usare questa parola? Il vocabolo-record di questo rito provinciale è manager: evoca efficienza, modernità. Guai a dire che “dirigente” è la stessa cosa, e che le virtù di un manager dipendono dalla persona e non dal nome. Ma l’inglese manager deriva dall’italiano “maneggio”, “maneggiare” (manager, in fondo, vuol dire “maneggione”). Per non dire dei presidenti di Regione travestiti da governatori, carica inesistente in Italia, col dubbio vantaggio di sentirsi un po’ “amerikani”.
GOFFAGGINI DEI POLITICI, si dirà.
Ma che fanno i think tanks della cultura, le università? Da cent’anni editori e riviste controllano la qualità mediante comitati di redazione: ma non vale più, se non si chiama peer review. Intanto
antichi atenei ri-etichettano le proprie edizioni, a volte gloriose, come University Press. Accolte con compatimento dai colleghi anglofoni, queste University Presses de noantri non avranno mai
lo standing dei loro omologhi di Oxford o di Yale, ma intanto fanno finta. Politici o intellettuali, tutti usiamo parole inglesi come armi difensive o contundenti. È un rito come un altro:
ma funziona solo grazie alla nostra insicurezza, alla nostra ignoranza.
(Da L’Espresso, 13/3/2014).

 




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