Sale a novantadue il numero dei tibetani che hanno cercato la morte dandosi fuoco in segno di protesta per l’occupazione del Tibet

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Sale a novantadue il numero dei tibetani che hanno cercato la morte dandosi fuoco in segno di protesta per l’occupazione del Tibet. Il 3 dicembre si è auto immolato, a Golog Pema Dzong, Lobsang Gendun, un monaco ventinovenne del locale monastero di Penag, nel Tibet orientale. Il giorno prima, 2 dicembre, Sungdue Kyab, giovane padre di un bimbo di due anni, si à dato fuoco nella strada principale della città di Bora, regione di Sangchu, in Amdo.
Lobsang Gendun è deceduto sul luogo della protesta. “Sto per auto immolarmi, ho già cosparso il mio corpo di benzina” – ha detto agli amici prima di darsi fuoco. “Avrei voluto lasciare un messaggio ma non so scrivere bene e preferisco parlarvi”. “Spero che i tibetani di tutte le tre province siano uniti e solidali gli uni con gli altri e non si lascino coinvolgere in dispute interne: solo così riusciremo a realizzare le nostre aspirazioni”. Prima di morire ha congiunto le mani in preghiera e continuato ad esortare i compatrioti all’unione.
Il personale di sicurezza cinese, arrivato sul posto, ha cercato di rimuovere il corpo carbonizzato di Lobsang ma i tibetani presenti sono riusciti ad evitare che le forze dell’ordine si impadronissero dei suoi resti. E’ stato portato all’interno del monastero.
Il 2 dicembre si è immolato a Bora, nell’Amdo, Sungdue Kyab, padre di un bimbo di due anni. Testimoni oculari hanno riferito che Sungdue era ancora vivo quando il personale di sicurezza ha spento le fiamme. E’ stato ricoverato sotto stretta sorveglianza all’ospedale di Tsoe. Un monaco in esilio ha fatto sapere che i tibetani che stavano compiendo la circumambulazione del monastero di Bora hanno visto Sungdue, ormai avvolto dalle fiamme, picchiare violentemente il capo contro il muro del monastero alla vista dell’arrivo dei poliziotti. Quando lo hanno portato via era ricoperto di ustioni e il sangue sgorgava copiosamente dalla sua testa. Per gli eroi tibetani, la morte certa è preferibile alla cattura da parte dei cinesi. Vano ogni tentativo di fargli visita in ospedale.

Non si conosce, infatti, la sorte di quanti, dopo essersi auto immolati, sono stati catturati dalle autorità cinesi. Il pugno di ferro di Pechino colpisce non solo quanti hanno cercato la morte con il fuoco ma anche i loro famigliari. Riferisce il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia che, nella regione di Kanlho, molti famigliari degli eroi tibetani sono stati arrestati. Non si conosce il loro numero né il luogo della loro detenzione perché i tibetani della regione temono che la denuncia del numero degli arrestati e della prigione in cui sono rinchiusi possa ritardare il loro rilascio. Secondo il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia, le autorità cinesi della prefettura di Kanlho hanno costretto tutte le famiglie a firmare una lettera in cui si afferma che nessuno dei loro membri si auto immolerà e che ogni famiglia sorveglierà le altre per evitare che si ripetano simili episodi.
Nell’approssimarsi del 10 dicembre, giorno dell’assegnazione del premio Nobel per la Pace, 134 Premi Nobel hanno inviato una lettera aperta a Xi Jinping chiedendo la liberazione di Liu Xiaobo, insignito del Premio nel 2010 e condannato a 11 anni di carcere per “incitamento alla sovversione contro lo stato”, dopo aver aiutato alla stesura della Carta 08 e aver pubblicato sul web alcuni articoli sulla democrazia in Cina. La lettera è parte di una campagna internazionale per la liberazione di Liu Xiaobo e della moglie Liu Xia, agli arresti domiciliari, guidata dall’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu e dal Premio Nobel per la medicina Sir Richard Roberts. Fra i firmatari della lettera vi sono anche il Dalai Lama, Mario Vargas Llosa e Toni Morrison.

5 dicembre 2012
Fonti: Phayul – The Tibet Post – AsiaNews




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