Roma dimentica l’arte di Petrolini.

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Roma dimentica l’arte di Petrolini
L’accusa del pronipote Franco nel centotrentesimo dalla nascita: «La Capitale possiede tanti suoi documenti ma manca un museo». 

«Ettore Petrolini per decenni è rimasto un comico, pur eccelso, ma appiccicato alle sue macchiette, Nerone, Gastone, Giggi er Bullo. Solo recentemente si scava nel suo spessore culturale, gli si dà la fama di drammaturgo. La svolta proprio in questo 2014, il centotrentesimo dalla nascita. L’hanno chiamata rifiorimento di Petrolini».
Parola di Franco Petrolini, il pronipote, un signore discreto e concreto. Ha lavorato a lungo nella Squadra Mobile di Roma, compresi gli anni della Banda della Magliana. Poi è diventato capo della sicurezza di Italcable e ha avuto incarichi in Brasile. Suo nonno Oreste era il fratello del padre del sardonico Ettore.

Franco Petrolini, il suo prozio sta imboccando il medesimo percorso dell’intellettualità romanesca. Intesa come folclore, scherzo, marginalità. Al massimo cultura di serie B. Tutti naif senza spessore, i suoi esponenti: da Trilussa a Giggi Zanazzo a Romolo Balzani, per esempio. E con l’eccezione di Gioachino Belli. Invece adesso si scopre che è espressione alta e pop insieme. Come la mettiamo?
«La mettiamo che se si studiano le carte e non si hanno pregiudizi, si agguantato valutazioni corrette. Per esempio recentemente sono stati rappresentati due testi di Petrolini. Il maestro Carlo Merlo ha curato al Teatro dei Congressi la messinscena della commedia Il metropolitano. Sandro Leo, al Teatro Testaccio, ha diretto un inedito, La trovata di Paolino. Senza contare gli spettacoli di approfondimento spesso realizzati da uno dei suoi esegeti, Giovanni Antonucci».

Scoperta tardiva, dunque.
«Diciamo piuttosto rifiorimento. Infatti già nel 1915 Libero Bovio di Petrolini diceva che era un esimio comico e notevole drammaturgo. In anni a noi più vicini Vincenzo Cerami osservava che un manipolatore della lingua italiana come Petrolini è raro. E infatti il mio prozio, pur non avendo frequentato la scuola, pur affermando che aveva imparato più dalla strada che da un prof, era fissato con il vocabolario. E possedeva una incredibile cultura da autodidatta».

Non è noto al grande pubblico il Petrolini futurista, la sua collaborazione con Francesco Cangiullo per un atto unico, i contatti con Marinetti, il suo personaggio dadaista, Fortunello. E non si pone attenzione che la sua comicità era nel segno di un topos letterario innovatore, il non sense.
«Anche un fascista con la testa e la capacità critica di Galeazzo Ciano lo prendeva come maestro, sottoponendogli certe sue composizioni».

E però Petrolini cercò di conservare la propria autonomia dal potere politico. Quando Mussolini lo insignì di una medaglia, egli lo ringraziò con un fulminante “me ne fregio”.
«Già. Del resto era assai sprovincializzato. All’estero, in Messico, a Cuba, nel Brasile soprattutto ebbe insieme con Ines Colapietro, compagna in scena e nella vita, enorme successo. A Rio de Janeiro fece faville sul palco del Folies Bergeres. Ne conservano la locandina».

E Roma che cose possiede di Petrolini?
«Una mole di documenti perché annotava tutto. Ma non esiste né un Museo Petrolini, né un teatro a lui intitolato. Le sue carte sono state a lungo conservate dalla moglie del figlio Oreste, Valeria Bonafaccia. A casa sua si recò spesso, per studiarle, Gigi Proietti. Ed è stato fondamentale il lavoro di catalogazione della professoressa Anna Maria Calò. Ma del Museo Petrolini – qualcuno pensò a una sede in corso Vittorio – non se mai fatto niente, nonostante un assessore alla cultura (Gianni Borgna, n.d. r.) avesse serie intenzioni di realizzarlo. Alla fine tutto è confluito in un fondo conservato dalla Siae al Burcardo, la biblioteca teatrale all’Argentina. Poi trasferita all’Eur».

Lei ha conosciuto Ettore Petrolini?
«No, perché sono nato nel 1940, quattro anni dopo la sua morte. Ne conservo una quantità di cartoline, che inviava a mio padre a ogni tappa dei suoi viaggi all’estero. E conservo la memoria delle sue sortite a Ronciglione, la città dove i Petrolini vivevano dal 1730, dopo essersi trasferiti da Maresca, in provincia di Pistoia. Erano fabbri e nella città del Viterbese, col rio Vicano che alimentava i magli, aprirono fiorenti officine, con commesse soprattutto dalla Capitale. Per questo poi il padre di Ettore Petrolini, autore per esempio della artistica cancellata dell’ex Banco di Roma in via Marco Minghetti, si trasferì qui. Una famiglia benestante, il nonno materno era stimato falegname. Petrolini, secondo l’anagrafe, nacque in via del Grancio, una strada vicino a via Giulia, eliminata dai lavori di sbanco del Lungotevere».

Tornava Petrolini a Ronciglione?
«Sì, spesso, con gli amici e a bordo di macchinoni. Andava al Bar della Freccia, al centro, e con Romoletto, il padrone, improvvisava sketches. O intonava la sua canzone, Tanto pe’ cantà, o Gita a li Castelli, che incise nel ’26. Memorabile uno scherzo: i parenti avevano imbandito la tavola in occasione il giorno della cresima di uno dei loro ragazzi e poi erano andati in chiesa per la cerimonia. Ettore con i sodali fece man bassa dei manicaretti. Non vi dico la faccia di quelli tornati dalla messa».

Ma Ronciglione è grata al suo irridente cittadino?
«In centro, a Corso Umberto, c’è ancora casa Petrolini, al quale è intitolato anche il teatro e una scuola. Io ho avuto da mio cugino Ettore, nipote diretto dell’attore, la sollecitazione a presiedere l’Associazione Culturale Premio Ettore Petrolini, con la cornice del festival Bravo! Grazie! animato in una delle passate edizioni da Ugo Gregoretti e Gigi Proietti. Tra i premiati ci sono petroliniani doc come Enrico Vaime, Elena Bonelli, la Calò. Però il “rifiorimento” meriterebbe, nella Capitale, molto di più».

Lidia Lombardi, Il Tempo 9.12.2014

 

 

 




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