Rom e rumeni

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I Rom, tra storia e leggende

Dalle caste dell’India all’Europa dei campi nomadi, miserie e nobiltà di un popolo

di Franco Cardini

La parola araba “salam”, uno dei “key-words” delle chiavi della cultura musulmana, ci fa sempre un po’ ridere perché ricorda il nostro “salame”; al contrario, essa incute una sorta di arcano rispetto nei finlandesi, che chiamano “salama” il fulmine. Con giochetti del genere si potrebbero riempire libri: l’essere umano riesce a esprimere, mettendo in gioco labbra, denti, lingua, trachea, corde vocali e cavità nasale, una settantina di suoni circa: e con essi è stato in grado di costruire migliaia di sistemi linguistico-lessicali, idiomi, dialetti, “argots”. Numerose dunque omofonie, omonimie e coincidenze talora divertenti. Altre volte, gli equivoci possono essere tanto intricati quanto pericolosi. Ne abbiamo vissuto uno molto di recente…

Il termine “rom” significa semplicemente “essere umano”, o anche “marito”, in alcuni degli idiomi zingareschi. La base di tali parlate è una vera e propria lingua, il “romanesh”, che non significa nulla che abbia a che fare né con il rumeno né con il romanesco – e nemmeno con l’arabo “rum”, che indica Roma, ma anche la civiltà bizantina e i cristiani di rito orientale -, ma che vuol dire appunto, semplicemente, “lingua degli uomini”. Si tratta, all’origine, di un idioma del gruppo ario nordoccidentale, suddiviso in varie famiglie e privo di una letteratura scritta, per quanto sia ricchissimo di una cultura orale tradizionalmente tramandata e ormai piena di parole arabe, persiane, turche, russe e di varie lingue europee: corrispondenti al mondo che questo popolo ha attraversato nei secoli. Provengono dall’India nordoccidentale, soprattutto dal Rajastan, da dove hanno tratto il loro nome di “sindi” (analogo a “indù”), italianizzato in “sinti”. Il “sindhi”, o “urdu”, è oggi una lingua parlata in Pakistan; analoga allo “hindi” parlato nell’India settentrionale e gangetica. A disagio nel rigido e complesso sistema castale indù che li relegava in una bassa e disonorevole condizione, i “rom” si mossero dalle loro sedi originarie tra V e IX secolo, e procedendo verso ovest attraversarono Persia, Armenia, Anatolia e Balcani, giungendo in Europa occidentale ai primi del secolo XV. Avevano desunto il nome di “zingari” dal greco “athinghànos”, “eretico”, con il quale i bizantini – che cercarono subito di liberarsene – li designavano guardando con sospetto alla loro religione sincretistica. Ma il termine “tzigano”, corrispondente al francese “gitan”, al tedesco “Zigäuner”, al castigliano “jitano”, all’inglese “gipsy”, deriva dal latino “egyptiacus”, in quanto si diffuse la notizia ch’essi provenissero dall’Egitto meridionale.

La politica dei vari governi, tendente a sedentarizzarli, non ebbe mai gran successo. In Spagna ci si riuscì più o meno: e i “jitanos” si fissarono soprattutto in Andalusia; nell’Ungheria del XVIII-XIX secolo la politica di sedentarizzazione non ebbe successo, così come altrove non ne aveva avuta quella analogamente tentata nei confronti di “kuchi”, “beduini” o “tuareg”. Nelle terre valacche e moldave, dove sono presenti dal Trecento (e che corrispondono all’attuale Romania), furono addirittura ridotti in schiavitù. La loro origine, sicuramente aria, avrebbe dovuto se non altro farli amare dai nazisti. Macché: considerati “antisociali”, sparirono a centinaia di migliaia nei “Lager”. Ormai ne sono rimasti forse un paio di milioni in tutto il mondo.

E i rumeni? Non c’entrano nulla: anzi, hanno sempre alquanto maltrattato i “rom” e si offendono quando vengono ad essi avvicinati a causa dell’omofonia. Il termine “Romania” venne adottato soltanto nel 1862, allorché con il favore delle potenze occidentali le genti di Valacchia, Moldavia, Transilvania, Bucovina e Bessarabia raggiunsero l’unità nazionale e si scelsero il nome del loro prevalente idioma, neolatino, chiamato così in omaggio a Roma. Quindi, i concittadini che amano lo sport del pregiudizio xenofobo imparino almeno a distinguer bene tra le varie specie umane che perseguitano…

(Da La Nazione, 26/5/2008).

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