Robert Phillipson al Seminario radicale del 13.11.2003

Posted on in Politica e lingue 5 vedi

Questa è la sbobinatura dell'intervento di Robert Phillipson, come effettuato dagli interpreti in italiano, al Convegno organizzato dai Deputati Radicali al Parlamento europeo, sala ASP A1E2, 13 – 14 novembre 2003, Bruxelles.”La riforma dell'Unione europea: dal Progetto di Altiero Spinelli ai lavori della Conferenza Intergovernativa“.

Abbiamo chiesto a Phillipson di farci avere le immagini proiettate durante la sua Comunicazione affinché sia più chiaro quello che in alcuni passi viene interpretato. Appena in nostro possesso le inseriremo nella trascrizione.



Hanno oscurato un pò la sala perché volevo farvi vedere qualcosa sullo schermo.Il tema di cui voglio parlare io e’ relativo alle questioni linguistiche e come trattarle al meglio.
E’ interessante che noi qui siamo membri di un partito politico che prende molto sul serio la politica linguistica e che guardiamo la lingua in modo non nazionalista quando si tratta di sostenere l’uguaglianza delle lingue, lingue come anche l’esperanto.
Magari è strano invitare proprio un inglese a parlare su questo tema, che parla una lingua imperialista, anche se vivo nell’euroscettica Scandinavia, comunque ce la faremo.
In Europa si tratta della mobilita’ dei lavoratori e degli immigrati: io in Scandinavia uso tre lingue nella mia vita privata e professionale, tutti i giorni, e uso molte più lingue che tre, frequentemente, per motivi professionali.
Mi occupo soprattutto dei diritti linguistici, diritti umani, imperialismo linguistico e concetti come impero che vengono trattati da ricercatori come Antonio Negri e Michael Hardt in un libro, recentemente pubblicato, dal titolo “Empire” [Impero, ed. Rizzoli]: il problema della corruzione delle democrazie negli stati occidentali, adesso, vengono analizzati in modo molto interessante, in termini di guerra di valori fra le diverse culture e regioni del mondo.
Io credo che dobbiamo stare molto attenti per come noi usiamo le lingue. Fra l’altro e’ molto interessante questa guerra di propaganda portata avanti dal governo di Bush, che praticamente tratta di “armi d’inganno di massa”. Il problema linguistico è un tabù.
E’ un privilegio che noi qui usufruiamo dell'interpretariato, però ci sono molte problemi irrisolti nella gestione del plurilinguismo nell’istituzione dell’Unione e nell’interazione dell’Unione con i Paesi membri, nella comunicazione fraPaesi membri dell’Unione e i cittadini.
Tanto per farvi un piccolo esempio: basta andare a vedere il sito in rete della Commissione e si vede che ci sono molte dichiarazioni formali sul rispetto della diversità linguistica ma l’evidenza, le prove, sono comunque che tutto è in inglese, gran parte in francese, pochissimo in italiano, spagnolo, tedesco e pochissimo o quasi niente nelle altre lingue.
Quindi c’è una bella retorica a favore del plurilinguismo ma la realtà è diversa.
E’ un tema questo che potrebbe essere definito come esplosivo in Europa, secondo Pierre Lequiller, che è Presidente di un gruppo di membri francesi del Parlamento europeo, che hanno dibattuto l’11 giugno del 2003 una relazione con il titolo “Rapporto sulle diversità linguistiche in seno all’Unione Europea”.
Bene se il tema è esplosivo, perchè è esplosivo?
Il documento è stato preparato non soltanto da ONG francesi ma anche da ONG di diversi paesi: abbiamo riportato qui l’Estonia, la Romania e diverse ONG tedesche, sono qui elencate.
Il documento inviato alla Convenzione europea il 26 settembre 2003 è un appello:

“facciamo appello ai cittadini di paesi non anglofoni di operare, adoperare tutta la loro influenza politica verso l’Europa, contro una evoluzione dell'Europa verso l’unilinguismo. “

Cioè ci si sta movendo verso un’unica lingua europea in molti contesti e molti pensano come ciò sarebbe un disastro per la cultura europea.
La colonizzazione attualmente in corso mina i valori di uguaglianza e di pari dignità: colonizzazione che non soltanto è imposta dall’esterno, ma che viene addirittura interiorizzata dagli stessi europei.
Guardiamo questa fotografia del vertice dei capi di stato della conferenza di Copenaghen, nel dicembre 2002: l’Europa e’ gestita, come vedete, da maschi, anziani, bianchi, con un paio di donne.
Ana Palacio, commissaria, adesso ministro degli esteri spagnolo, ne ha scritto qualche giorno più tardi a El Paìs e ha scritto, traduco io dallo spagnolo, che la parola “One Europe”, soltanto in inglese, invita a riflettere.

Anche se Copenaghen non ha affrontato il problema delle lingue, questo e’ uno dei temi in sospeso che dovranno essere discussi prima piuttosto che poi, per la sopravvivenza stessa e la realizzazione stessa di un progetto di un’ Europa che abbia una vocazione mondiale.
Lo spagnolo, che e’ una delle lingue ufficiali, parlata da più di 400 milioni di persone in più di 20 paesi, deve prendere il posto cui ha diritto.
Ma qual’é questo posto? Non l’ha specificato.

Ed è un qualcosa di difficile da fare per tutti perché effettivamente c’é la paralisi nella politica linguistica e ci sono molti motivi: ci sono diverse visioni del mondo, diverse culture linguistiche nazionali, c’é una confusione nella terminologia, il vantaggio comparativo nel mercato linguistico dell’inglese e non del tedesco, nonostante il suo peso economico e demografico. E poi c’è anche il processo di gerarchizzazione delle lingue nazionali e internazionali.

Altri fattori. I diritti umani e linguistici sono un’acquisizione recente nel diritto internazionale, come uno dei criteri per orientare la politica sopranazionale, per opportunità alternative, per le forze di mercato, per il nazionalismo linguistico.
L’esperanto è un’alternativa, ma sono alternative che sinora non sono ancora state esplorate in profondità.

E’ stata invitata una lettera a Giscard d’Estaing che dice che la questione delle lingue non è stata affrontata affatto e che le persone sono reticenti a farlo.

Potete leggere in fondo che ci sono molti che pensano che effettivamente la Commissione opera a favore di dell’inglese una politica di lingua unica in Europa: lettere inviate da molte ONG francesi, potete leggere i nomi qui.

Poi ci sono cosmologie diverse o sistemi di valore diversi, che sono fondamentali.
I commenti su come s’intende il federalismo nei vari paesi oggi, sottolinea appunto questo punto: da un canto ci sono le tradizioni romantiche, nazionali: “ius sanguinis”, “Ergder“ in Germania, “Grundvig“ in Danimarca, però dall’altra la tradizione repubblicana, la cittadinanza – “ius soli” come in Francia.
Poi anche c’è il livello di consapevolezza linguistica di come funziona il bilinguismo e in generale il multilinguismo e questi livelli di consapevolezza variano molto fra i paesi europei e all’interno di ogni paese.
D’altro canto l’istituzio ne dell’Unione sono molto importanti perché sono loro l’interfaccia del nazionale e del sovranazionale, o come dicono gli esperantisti, l’interlocale, cioè la comunicazione interlocale.
Si parla di una lingua franca, d’altro canto però potrebbe essere molto più giusto in molti contesti considerare l’inglese, per esempio, come la lingua economica della globalizzazione, dell’americanizzazione.
L’idea che sia avulsa dalla cultura è sbagliato: è evidente che ci sono delle culture che vanno di pari passo con la lingua franca.

Cosa abbiamo oggi in Irak? Abbiamo l’inglese come lingua bellica; nel mondo scientifico abbiamo l’inglese come lingua accademica che sta eliminando le altre lingue anche molto importanti tradizionalmente, come il tedesco e magari anche il francese.
Nello stesso modo, a causa di Hollywood, l’inglese e’ una lingua emotivamente molto importante, che influenza i giovani di tutto il mondo. E l’inglese può essere visto come il tirannosauro: una lingua che sta divorando le altre.Sappiamo, l’UNESCO sa molto bene, e lo dice, che fra un secolo forse il 50 per cento delle lingue del mondo saranno state uccise. Molte di più: addirittura alcuni pensano al 90 per cento.
Però se pensiamo al vantaggio complessivo che ha nel mercato linguistico europeo, io credo che c’e’ un problema, che c’e’ una mitologia attorno alle lingue delle grandi culture contrapposte alle lingue delle altre culture.
Almeno nell’istituzione dell’Unione vogliamo che ci sia l’uguaglianza nella comunicazione internazionale.
C’è, ci sono forze molto potenti dietro la globalizzazione: l’iniziativa di Blair di aumentare il numero di studenti stranieri nelle università britanniche e quindi il numero di studenti, italiani per esempio, sta aumentando di molto – e greci – alle università inglesi.
Poi c'è anche l’insegnamento delle lingue straniere: s’insegna l’inglese, il francese ma non le altre.
Poi abbiamo anche una classifica sul mondo del lavoro europeo e l’associazione per l’esperanto ha fatto un grande lavoro come? Gli annunci economici richiedono che bisogna sapere l’inglese. La commissione di Romano Prodi ha detto che è legale, che si deve farla finita. Per i paesi aderenti: sono in contatto con i nuovi Paesi dell’Europa che sono molto preoccupati e si domandano se le loro lingue avranno la stessa dignità delle attuali 11 lingue di lavoro.
La gerarchizzazione è comune: ce l’abbiamo per il francese. Il francese, per secoli era promosso da questa splendida frase che troviamo nell’Accademia di Berlino: “quello che non è entrato nel francese si è poi trasformato, non si parla francese si compra francese”. E poi dopo le colonie si è cercato di mantenere queste lingue europee nei paesi che dagli anni ‘50 e ’70 si sono liberati.
Il governo francese nella campagna del ’94 per la Campagna occidentale francese voleva che la politica linguistica venisse presa molto sul serio e ha promosso in modo molto efficace questa idea. Quello che non mi è chiaro è l’inglese internazionale: quando la gente parla male l’inglese e fa venire il mal di testa agli interpreti, si critica; quando la gente diventa incomprensibile con l’inglese che parla. – vedo tante persone che fanno cenno di si nelle cabine, che purtroppo conferma che è la realtà. La soluzione.
Il Direttore del British Council in Germania, il 26 febbraio dell’anno scorso, ha detto che l’inglese dovrebbe essere l’unica lingua ufficiale dell’Unione europea.
Sono sicuro che non la pensava così, magari pensava lingua di lavoro. Però dovrebbe stare attento, e non serve a niente dire una cosa del genere, che si tratti di lingua di lavoro o lingua ufficiale.

L’ambasciatore degli Stati Uniti in Danimarca, nel ’97, ha detto che il problema più grave che abbiamo nell’Unione Europea è che ha così tante lingue… questo impedisce la reale integrazione, il reale sviluppo dell’Unione.
In altri termini ci sono persone che pensano che l’inglese è la soluzione a tutti i nostri problemi di comunicazione linguistica.
D’altro canto la Commissione dell’Unione, in un documento, cerca di fare molto per impedire che ci sia il monolinguismo.
C’è un documento molto interessante, pubblicato a luglio.
Titolo “Promuovere l’apprendimento delle lingue e la diversità linguistica dal 2004 al 2006”, che dice in termini categorici che imparare soltanto una lingua franca non basta, l’inglese da solo non basta.
In paesi non anglofoni la tendenza recente d’insegnare in inglese potrebbe portare a conseguenze non previste sulla vitalità della lingua nazionale. E questa dichiarazione riguarda il fatto che è possibile che le lingue della Danimarca, della Svezia, della Finlandia, dei Paesi Bassi, visto che si sta espandendo l’insegnamento in inglese già adesso vengano marginalizzate: cosa che è ben documentata nei paesi nordici.
E’ molto interessante che quest’idea venga adesso promossa nei paesi membri che devono essere incoraggiati ad insegnare due lingue straniere nelle elementari.
Si suggerisce questo per esempio: l’apprendimento della lingua straniera deve essere arricchito con un contenuto e poi si deve creare un ambiente favorevole all’apprendimento linguistico dei paesi membri e questo include, ed e’ interessante, anche la lingua degli immigrati.
D’altro canto si può vedere da uno studio fatto negli Stati Uniti in diritto internazionale per esaminare la legge Toubon, per vedere se il protezionismo linguistico del tipo propinato dalla legge Toubon è in conflitto con il diritto dell’Unione, che in conclusione la legislazione francese è in conflitto con il diritto nell’Unione e poi naturalmente c’è un americano che dice: vale la pena comunque esaminare se l’Unione non debba rispondere all’invito di uniformità nelle transazioni linguistiche e negli affari e proteggersi dall’attacco potenziale di normative linguistiche in ogni singolo paese membro.
Un’azione che l’Unione potrebbe prendere di dichiarare una lingua comune in tutto il mercato dell’Unione. Ecco e questo è il giornale che legge l’America globalizzata. Non so se possa essere tradotta in una Corte di giustizia europea, la Corte europea di giustizia. Però effettivamente abbiamo qui un problema, nel rapporto che c’e’ fra il diritto europeo e quello che accade nei paesi membri.
Ho detto in precedenza che i diritti umani sono un’acquisizione piuttosto recente, i diritti umani linguistici nel diritto internazionale. Però sono stati fatti grossi passi avanti in documenti come la Carta Europea per le minoranze linguistiche europee del Consiglio d’Europa e la Commissione quadro per la protezione delle minoranze nazionali, adesso ratificate e sono in vigore. E in molti documenti, nei trattati delle Nazioni Unite, il diritto all’istruzione tramite la madre lingua, è piuttosto debole.
Però diventa sempre più riconosciuto nei documenti dell’Unesco, nelle raccomandazioni dell’Aia, dell’Osce. Il Consiglio d’Europa e la direzione generale per l’Educazione alla cultura adesso dicono che bisogna rafforzare tutte le lingue, comprese le lingue degli immigrati, quindi un campo in r apidissima evoluzione.
D’altro canto ci sono molti ostacoli ad una politica sovranazionale per le lingue: c’è una scarsa infrastruttura a livello nazionale, sovranazionale nei ministeri.
Ad esempio c’è una debole infrastruttura nella ricerca, c’è pochissimo coordinamento internazionale, anche se potrei ricordare qui che il professor Sabatini, dell’Accademia della Crusca, adesso s’incontra due volte all’anno con i suoi colleghi del resto del mondo.
I servizi di traduzione e interpretazione sono davvero impressionanti, questa è la vostra esperienza qui, vedete per molti versi però soggetti al nazionale economico, quindi sono servizi più che politica, fra l’altro sono avulsi da quello che succede nella ricerca internazionale, nello sviluppo dei diritti, in tutto il mondo, umani e linguistici.
Nel gennaio, il 27 e 28, c’è stato un colloquio sul Multilinguismo nelle istituzioni europee e in Europa organizzato da tre parti: Commissario, Segretariato generale, Osservatorio generale per la lingua francese. Hanno fatto una relazione il primo di agosto, dopo più di 6 mesi dopo, il che non fa pensare che ci si renda conto dell’urgenza della situazione.
In terzo luogo l’altro ospite era un consorzio dell’Istituto culturale europeo in Belgio, che vuol dire l’Alleance Française, il Goethe Institut, gli spagnoli, gli italiani, i danesi ecc. e naturalmente tutte queste istituzioni vogliono soprattutto promuovere le lingue nazionali.
Il che spiega perché dico che la politica linguistica è esplosiva: c'è da chiedersi se è normale che chi costruisce le bombe viene invitato al tavolo di pace. Si dice, per esempio, “è come mettere la volpe a sorvegliare le galline”.
Non ci sono laboratori di pensiero;
non c’è stata nessuna reazione dalla Convenzione sui suggerimenti a favore dei diritti linguistici;
attività zero per le politiche internazionali all’interno dei paesi membri per quanto riguarda le lingue, eccezion fatta per la Svezia;
nessun finanziamento per la ricerca sull'esperanto quale lingua per l’istruzione, oppure come potenziale lingua ponte per l’interpretazione o la traduzione;
finanziamenti zero per sviluppare visioni, analisi in questo campo;
pochissimo per raccogliere e collegare le varie opinioni.

Andiamo a vedere la bozza di Costituzione: c’è una clausola sulla discriminazione a pagina 83 debole perché non parla nemmeno, non ha la parola linguistica; a pagina 88, quando si parla di discriminazione sulla base della nazionalità senza ricordare le lingue e alla protezione al consumatore non c’è nessun obbligo per informare il consumatore nelle lingue nazionali.
Sono tre esempi di come il documento della costituzione sia estremamente debole quando si tratta di proteggere i diritti linguistici.
Per questo motivo è stato inviato un documento ai membri della commissione, dicendo che bisogna rafforzare il testo così come viene qui suggerito.
D’altro canto abbiamo bisogno di criteri più chiari per orientare la politica linguistica sovranazionale.
Dobbiamo sapere quali sono gli obbiettivi, quali sono i presupposti alla base della politica linguistica, tenendo conto dell’economia, dei diritti umani e linguistici, di come si sviluppa il diritto europeo sui diritti delle lingue; bisogna far mantenere un’ecologia nelle lingue, la parità nella comunicazione, l’esperanto.
C’è una sezione a questo punto nel mio libro e credo che si possa fare un appello anche per l’esperanto per motivi economici. Potrebbe essere una lingua ponte, poi ci sono anche motivi culturali e politici. Potrebbe essere uno strumento per mantenere le diversità.
Chi non sa nulla di esperanto potrebbe rendersi conto che chi ci crede, ci crede molto ma crede molto anche alle lingue nazionali.
D’altro canto però non c’è una soluzione rapida quando si tratta di politica linguistica in generale o di esperanto in particolare e temo che Kinnock quando scriveva a proposito dei servizi di interpretazione rispondendo sull’esperanto ha tirato fuori molte delle cose dettate dall’ignoranza , che si dicono sull’esperanto attraverso fatti sociolinguistici per l’esperanto, ne avete sentito parlare.
Ci sono molti motivi per cui l’esperanto dovrebbe essere preso sul serio.

Nel capitolo ultimo del mio libro faccio 45 raccomandazioni per rafforzare le infrastrutture politiche nazionali e sovranazionali per le lingue, quello che si puo’ fare nell’istituzione europea, quello che si può fare per l’apprendimento e l’insegnamento delle lingue, per la ricerca. Il che significa che si tratta di soluzioni a lungo termine, perché non c’è una soluzione rapida, pronta. D’altro canto, a mo’ di conclusione, vorrei dire che il mondo multilinguista esiste già in molti contesti, per molte persone, non soltanto in Europa, ma in tutto il mondo. L ’esperanto non è un’utopia, è una realtà per quelli che hanno scelto di impararlo, di servirsene.
E’ anche un dato di fatto che se si rispettano i requisiti giusti e’ possibile arrivare al multilinguismo: due lingue effettive, piu’ una terza lingua, fino ad ottimi livelli, con l’istruzione, se c’e’ la volontà di tradurre in pratica tali obiettivi.
Poi la bozza di costituzione non specifica ne’ chiarisce i diritti e doveri linguistici, quindi si tratta di un documento estremamente debole sia a livello di stati nazionali che di organizzazioni sovranazionali.
Quindi concludo che è assolutamente necessario generare la volontà politica per politiche linguistiche democratiche attive.
Grazie.

[addsig]



1 Commenti

E.R.A.
E.R.A.

<DIV id=RTEmultiCSSID style="POSITION:Relative; FONT-FAMILY:Arial"><P align=justify>Questa è la sbobinatura dell'intervento di Robert Phillipson, come effettuato dagli interpreti in italiano, al Convegno organizzato dai Deputati Radicali al Parlamento europeo, sala ASP A1E2, 13 - 14 novembre 2003, Bruxelles."<EM>La riforma dell'Unione europea: dal Progetto di Altiero Spinelli ai lavori della Conferenza Intergovernativa</EM>".</P><P align=justify>Abbiamo chiesto a Phillipson di farci avere le immagini proiettate durante la sua Comunicazione affinché sia più chiaro quello che in alcuni passi viene interpretato. Appena in nostro possesso le inseriremo nella trascrizione.</P><P align=justify><HR><br><P></P><P align=justify></P><P align=justify>Hanno oscurato un pò la sala perché volevo farvi vedere qualcosa sullo schermo.Il tema di cui voglio parlare io e’ relativo alle questioni linguistiche e come trattarle al meglio. <BR>E’ interessante che noi qui siamo membri di un partito politico che prende molto sul serio la politica linguistica e che guardiamo la lingua in modo non nazionalista quando si tratta di sostenere l’uguaglianza delle lingue, lingue come anche l’esperanto.<BR>Magari è strano invitare proprio un inglese a parlare su questo tema, che parla una lingua imperialista, anche se vivo nell’euroscettica Scandinavia, comunque ce la faremo.<BR>In Europa si tratta della mobilita’ dei lavoratori e degli immigrati: io in Scandinavia uso tre lingue nella mia vita privata e professionale, tutti i giorni, e uso molte più lingue che tre, frequentemente, per motivi professionali. <BR>Mi occupo soprattutto dei diritti linguistici, diritti umani, imperialismo linguistico e concetti come impero che vengono trattati da ricercatori come Antonio Negri e Michael Hardt in un libro, recentemente pubblicato, dal titolo “Empire” [Impero, ed. Rizzoli]: il problema della corruzione delle democrazie negli stati occidentali, adesso, vengono analizzati in modo molto interessante, in termini di guerra di valori fra le diverse culture e regioni del mondo. <BR>Io credo che dobbiamo stare molto attenti per come noi usiamo le lingue. Fra l’altro e’ molto interessante questa guerra di propaganda portata avanti dal governo di Bush, che praticamente tratta di "armi d’inganno di massa". Il problema linguistico è un tabù.<BR>E’ un privilegio che noi qui usufruiamo dell'interpretariato, però ci sono molte problemi irrisolti nella gestione del plurilinguismo nell’istituzione dell’Unione e nell’interazione dell’Unione con i Paesi membri, nella comunicazione fraPaesi membri dell’Unione e i cittadini.<BR>Tanto per farvi un piccolo esempio: basta andare a vedere il sito in rete della Commissione e si vede che ci sono molte dichiarazioni formali sul rispetto della diversità linguistica ma l’evidenza, le prove, sono comunque che tutto è in inglese, gran parte in francese, pochissimo in italiano, spagnolo, tedesco e pochissimo o quasi niente nelle altre lingue.<BR>Quindi c’è una bella retorica a favore del plurilinguismo ma la realtà è diversa.<BR>E’ un tema questo che potrebbe essere definito come esplosivo in Europa, secondo Pierre Lequiller, che è Presidente di un gruppo di membri francesi del Parlamento europeo, che hanno dibattuto l’11 giugno del 2003 una relazione con il titolo “Rapporto sulle diversità linguistiche in seno all’Unione Europea”.<BR>Bene se il tema è esplosivo, perchè è esplosivo? <BR>Il documento è stato preparato non soltanto da ONG francesi ma anche da ONG di diversi paesi: abbiamo riportato qui l’Estonia, la Romania e diverse ONG tedesche, sono qui elencate. <BR>Il documento inviato alla Convenzione europea il 26 settembre 2003 è un appello: <BR><BR>“facciamo appello ai cittadini di paesi non anglofoni di operare, adoperare tutta la loro influenza politica verso l’Europa, contro una evoluzione dell'Europa verso l’unilinguismo. "<BR><BR>Cioè ci si sta movendo verso un’unica lingua europea in molti contesti e molti pensano come ciò sarebbe un disastro per la cultura europea. <BR>La colonizzazione attualmente in corso mina i valori di uguaglianza e di pari dignità: colonizzazione che non soltanto è imposta dall’esterno, ma che viene addirittura interiorizzata dagli stessi europei. <BR><IMG alt="" hspace=0 src="/eo/upload/rte/rp_0005.jpg" align=left border=0>Guardiamo questa fotografia del vertice dei capi di stato della conferenza di Copenaghen, nel dicembre 2002: l’Europa e’ gestita, come vedete, da maschi, anziani, bianchi, con un paio di donne. <BR>Ana Palacio, commissaria, adesso ministro degli esteri spagnolo, ne ha scritto qualche giorno più tardi a El Paìs e ha scritto, traduco io dallo spagnolo, che la parola “One Europe”, soltanto in inglese, invita a riflettere. <BR><BR><IMG alt="" hspace=0 src="/eo/upload/rte/rp_0006.gif" align=left border=0>Anche se Copenaghen non ha affrontato il problema delle lingue, questo e’ uno dei temi in sospeso che dovranno essere discussi prima piuttosto che poi, per la sopravvivenza stessa e la realizzazione stessa di un progetto di un’ Europa che abbia una vocazione mondiale. <BR>Lo spagnolo, che e’ una delle lingue ufficiali, parlata da più di 400 milioni di persone in più di 20 paesi, deve prendere il posto cui ha diritto. <BR>Ma qual’é questo posto? Non l’ha specificato. <BR><BR><IMG alt="" hspace=0 src="/eo/upload/rte/rp_0007.gif" align=left border=0>Ed è un qualcosa di difficile da fare per tutti perché effettivamente c’é la paralisi nella politica linguistica e ci sono molti motivi: ci sono diverse visioni del mondo, diverse culture linguistiche nazionali, c’é una confusione nella terminologia, il vantaggio comparativo nel mercato linguistico dell’inglese e non del tedesco, nonostante il suo peso economico e demografico. E poi c’è anche il processo di gerarchizzazione delle lingue nazionali e internazionali. <BR><BR><IMG alt="" hspace=0 src="/eo/upload/rte/rp_0009.gif" align=left border=0>Altri fattori. I diritti umani e linguistici sono un’acquisizione recente nel diritto internazionale, come uno dei criteri per orientare la politica sopranazionale, per opportunità alternative, per le forze di mercato, per il nazionalismo linguistico.<BR>L’esperanto è un’alternativa, ma sono alternative che sinora non sono ancora state esplorate in profondità. <BR><BR>E’ stata invitata una lettera a Giscard d’Estaing che dice che la questione delle lingue non è stata affrontata affatto e che le persone sono reticenti a farlo. <BR><BR>Potete leggere in fondo che ci sono molti che pensano che effettivamente la Commissione opera a favore di dell’inglese una politica di lingua unica in Europa: lettere inviate da molte ONG francesi, potete leggere i nomi qui.<BR><BR>Poi ci sono cosmologie diverse o sistemi di valore diversi, che sono fondamentali. <BR>I commenti su come s’intende il federalismo nei vari paesi oggi, sottolinea appunto questo punto: da un canto ci sono le tradizioni romantiche, nazionali: “ius sanguinis”, “Ergder“ in Germania, “Grundvig“ in Danimarca, però dall’altra la tradizione repubblicana, la cittadinanza - “ius soli” come in Francia. <BR>Poi anche c’è il livello di consapevolezza linguistica di come funziona il bilinguismo e in generale il multilinguismo e questi livelli di consapevolezza variano molto fra i paesi europei e all’interno di ogni paese. <BR>D’altro canto l’istit
uzione dell’Unione sono molto importanti perché sono loro l’interfaccia del nazionale e del sovranazionale, o come dicono gli esperantisti, l’interlocale, cioè la comunicazione interlocale. <BR>Si parla di una lingua franca, d’altro canto però potrebbe essere molto più giusto in molti contesti considerare l’inglese, per esempio, come la lingua economica della globalizzazione, dell’americanizzazione. <BR>L’idea che sia avulsa dalla cultura è sbagliato: è evidente che ci sono delle culture che vanno di pari passo con la lingua franca. <BR><BR>Cosa abbiamo oggi in Irak? Abbiamo l’inglese come lingua bellica; nel mondo scientifico abbiamo l’inglese come lingua accademica che sta eliminando le altre lingue anche molto importanti tradizionalmente, come il tedesco e magari anche il francese. <BR>Nello stesso modo, a causa di Hollywood, l’inglese e’ una lingua emotivamente molto importante, che influenza i giovani di tutto il mondo. E l’inglese può essere visto come il tirannosauro: una lingua che sta divorando le altre.Sappiamo, l’UNESCO sa molto bene, e lo dice, che fra un secolo forse il 50 per cento delle lingue del mondo saranno state uccise. Molte di più: addirittura alcuni pensano al 90 per cento. <BR>Però se pensiamo al vantaggio complessivo che ha nel mercato linguistico europeo, io credo che c’e’ un problema, che c’e’ una mitologia attorno alle lingue delle grandi culture contrapposte alle lingue delle altre culture. <BR>Almeno nell’istituzione dell’Unione vogliamo che ci sia l’uguaglianza nella comunicazione internazionale.<BR>C’è, ci sono forze molto potenti dietro la globalizzazione: l’iniziativa di Blair di aumentare il numero di studenti stranieri nelle università britanniche e quindi il numero di studenti, italiani per esempio, sta aumentando di molto - e greci - alle università inglesi. <BR>Poi c'è anche l’insegnamento delle lingue straniere: s’insegna l’inglese, il francese ma non le altre. <BR>Poi abbiamo anche una classifica sul mondo del lavoro europeo e l’associazione per l’esperanto ha fatto un grande lavoro come? Gli annunci economici richiedono che bisogna sapere l’inglese. La commissione di Romano Prodi ha detto che è legale, che si deve farla finita. Per i paesi aderenti: sono in contatto con i nuovi Paesi dell’Europa che sono molto preoccupati e si domandano se le loro lingue avranno la stessa dignità delle attuali 11 lingue di lavoro. <BR>La gerarchizzazione è comune: ce l’abbiamo per il francese. Il francese, per secoli era promosso da questa splendida frase che troviamo nell’Accademia di Berlino: “quello che non è entrato nel francese si è poi trasformato, non si parla francese si compra francese”. E poi dopo le colonie si è cercato di mantenere queste lingue europee nei paesi che dagli anni ‘50 e ’70 si sono liberati. <BR>Il governo francese nella campagna del ’94 per la Campagna occidentale francese voleva che la politica linguistica venisse presa molto sul serio e ha promosso in modo molto efficace questa idea. Quello che non mi è chiaro è l’inglese internazionale: quando la gente parla male l’inglese e fa venire il mal di testa agli interpreti, si critica; quando la gente diventa incomprensibile con l’inglese che parla. – vedo tante persone che fanno cenno di si nelle cabine, che purtroppo conferma che è la realtà. La soluzione. <BR>Il Direttore del British Council in Germania, il 26 febbraio dell’anno scorso, ha detto che l’inglese dovrebbe essere l’unica lingua ufficiale dell’Unione europea. <BR>Sono sicuro che non la pensava così, magari pensava lingua di lavoro. Però dovrebbe stare attento, e non serve a niente dire una cosa del genere, che si tratti di lingua di lavoro o lingua ufficiale. <BR><BR>L’ambasciatore degli Stati Uniti in Danimarca, nel ’97, ha detto che il problema più grave che abbiamo nell’Unione Europea è che ha così tante lingue… questo impedisce la reale integrazione, il reale sviluppo dell’Unione. <BR>In altri termini ci sono persone che pensano che l’inglese è la soluzione a tutti i nostri problemi di comunicazione linguistica. <BR>D’altro canto la Commissione dell’Unione, in un documento, cerca di fare molto per impedire che ci sia il monolinguismo.<BR>C’è un documento molto interessante, pubblicato a luglio. <BR>Titolo “Promuovere l’apprendimento delle lingue e la diversità linguistica dal 2004 al 2006”, che dice in termini categorici che imparare soltanto una lingua franca non basta, l’inglese da solo non basta. <BR>In paesi non anglofoni la tendenza recente d’insegnare in inglese potrebbe portare a conseguenze non previste sulla vitalità della lingua nazionale. E questa dichiarazione riguarda il fatto che è possibile che le lingue della Danimarca, della Svezia, della Finlandia, dei Paesi Bassi, visto che si sta espandendo l’insegnamento in inglese già adesso vengano marginalizzate: cosa che è ben documentata nei paesi nordici. <BR>E’ molto interessante che quest’idea venga adesso promossa nei paesi membri che devono essere incoraggiati ad insegnare due lingue straniere nelle elementari. <BR>Si suggerisce questo per esempio: l’apprendimento della lingua straniera deve essere arricchito con un contenuto e poi si deve creare un ambiente favorevole all’apprendimento linguistico dei paesi membri e questo include, ed e’ interessante, anche la lingua degli immigrati.<BR>D’altro canto si può vedere da uno studio fatto negli Stati Uniti in diritto internazionale per esaminare la legge Toubon, per vedere se il protezionismo linguistico del tipo propinato dalla legge Toubon è in conflitto con il diritto dell’Unione, che in conclusione la legislazione francese è in conflitto con il diritto nell’Unione e poi naturalmente c’è un americano che dice: vale la pena comunque esaminare se l’Unione non debba rispondere all’invito di uniformità nelle transazioni linguistiche e negli affari e proteggersi dall’attacco potenziale di normative linguistiche in ogni singolo paese membro. <BR>Un’azione che l’Unione potrebbe prendere di dichiarare una lingua comune in tutto il mercato dell’Unione. Ecco e questo è il giornale che legge l’America globalizzata. Non so se possa essere tradotta in una Corte di giustizia europea, la Corte europea di giustizia. Però effettivamente abbiamo qui un problema, nel rapporto che c’e’ fra il diritto europeo e quello che accade nei paesi membri. <BR>Ho detto in precedenza che i diritti umani sono un’acquisizione piuttosto recente, i diritti umani linguistici nel diritto internazionale. Però sono stati fatti grossi passi avanti in documenti come la Carta Europea per le minoranze linguistiche europee del Consiglio d’Europa e la Commissione quadro per la protezione delle minoranze nazionali, adesso ratificate e sono in vigore. E in molti documenti, nei trattati delle Nazioni Unite, il diritto all’istruzione tramite la madre lingua, è piuttosto debole. <BR>Però diventa sempre più riconosciuto nei documenti dell’Unesco, nelle raccomandazioni dell’Aia, dell’Osce. Il Consiglio d’Europa e la direzione generale per l’Educazione alla cultura adesso dicono che bisogna rafforzare tutte le lingue, comprese le lingue degli immigrati, quindi un campo
in rapidissima evoluzione. <BR>D’altro canto ci sono molti ostacoli ad una politica sovranazionale per le lingue: c’è una scarsa infrastruttura a livello nazionale, sovranazionale nei ministeri. <BR>Ad esempio c’è una debole infrastruttura nella ricerca, c’è pochissimo coordinamento internazionale, anche se potrei ricordare qui che il professor Sabatini, dell’Accademia della Crusca, adesso s’incontra due volte all’anno con i suoi colleghi del resto del mondo. <BR>I servizi di traduzione e interpretazione sono davvero impressionanti, questa è la vostra esperienza qui, vedete per molti versi però soggetti al nazionale economico, quindi sono servizi più che politica, fra l’altro sono avulsi da quello che succede nella ricerca internazionale, nello sviluppo dei diritti, in tutto il mondo, umani e linguistici. <BR>Nel gennaio, il 27 e 28, c’è stato un colloquio sul Multilinguismo nelle istituzioni europee e in Europa organizzato da tre parti: Commissario, Segretariato generale, Osservatorio generale per la lingua francese. Hanno fatto una relazione il primo di agosto, dopo più di 6 mesi dopo, il che non fa pensare che ci si renda conto dell’urgenza della situazione. <BR>In terzo luogo l’altro ospite era un consorzio dell’Istituto culturale europeo in Belgio, che vuol dire l’Alleance Française, il Goethe Institut, gli spagnoli, gli italiani, i danesi ecc. e naturalmente tutte queste istituzioni vogliono soprattutto promuovere le lingue nazionali. <BR>Il che spiega perché dico che la politica linguistica è esplosiva: c'è da chiedersi se è normale che chi costruisce le bombe viene invitato al tavolo di pace. Si dice, per esempio, “è come mettere la volpe a sorvegliare le galline”. <BR>Non ci sono laboratori di pensiero;<BR>non c’è stata nessuna reazione dalla Convenzione sui suggerimenti a favore dei diritti linguistici; <BR>attività zero per le politiche internazionali all’interno dei paesi membri per quanto riguarda le lingue, eccezion fatta per la Svezia;<BR> nessun finanziamento per la ricerca sull'esperanto quale lingua per l’istruzione, oppure come potenziale lingua ponte per l’interpretazione o la traduzione;<BR>finanziamenti zero per sviluppare visioni, analisi in questo campo;<BR>pochissimo per raccogliere e collegare le varie opinioni. <BR><BR>Andiamo a vedere la bozza di Costituzione: c’è una clausola sulla discriminazione a pagina 83 debole perché non parla nemmeno, non ha la parola linguistica; a pagina 88, quando si parla di discriminazione sulla base della nazionalità senza ricordare le lingue e alla protezione al consumatore non c’è nessun obbligo per informare il consumatore nelle lingue nazionali. <BR>Sono tre esempi di come il documento della costituzione sia estremamente debole quando si tratta di proteggere i diritti linguistici. <BR>Per questo motivo è stato inviato un documento ai membri della commissione, dicendo che bisogna rafforzare il testo così come viene qui suggerito. <BR>D’altro canto abbiamo bisogno di criteri più chiari per orientare la politica linguistica sovranazionale.<BR>Dobbiamo sapere quali sono gli obbiettivi, quali sono i presupposti alla base della politica linguistica, tenendo conto dell’economia, dei diritti umani e linguistici, di come si sviluppa il diritto europeo sui diritti delle lingue; bisogna far mantenere un’ecologia nelle lingue, la parità nella comunicazione, l’esperanto. <BR>C’è una sezione a questo punto nel mio libro e credo che si possa fare un appello anche per l’esperanto per motivi economici. Potrebbe essere una lingua ponte, poi ci sono anche motivi culturali e politici. Potrebbe essere uno strumento per mantenere le diversità. <BR>Chi non sa nulla di esperanto potrebbe rendersi conto che chi ci crede, ci crede molto ma crede molto anche alle lingue nazionali. <BR>D’altro canto però non c’è una soluzione rapida quando si tratta di politica linguistica in generale o di esperanto in particolare e temo che Kinnock quando scriveva a proposito dei servizi di interpretazione rispondendo sull’esperanto ha tirato fuori molte delle cose dettate dall’ignoranza , che si dicono sull’esperanto attraverso fatti sociolinguistici per l’esperanto, ne avete sentito parlare. <BR>Ci sono molti motivi per cui l’esperanto dovrebbe essere preso sul serio. <BR><BR>Nel capitolo ultimo del mio libro faccio 45 raccomandazioni per rafforzare le infrastrutture politiche nazionali e sovranazionali per le lingue, quello che si puo’ fare nell’istituzione europea, quello che si può fare per l’apprendimento e l’insegnamento delle lingue, per la ricerca. Il che significa che si tratta di soluzioni a lungo termine, perché non c’è una soluzione rapida, pronta. D’altro canto, a mo’ di conclusione, vorrei dire che il mondo multilinguista esiste già in molti contesti, per molte persone, non soltanto in Europa, ma in tutto il mondo. L ’esperanto non è un’utopia, è una realtà per quelli che hanno scelto di impararlo, di servirsene. <BR>E’ anche un dato di fatto che se si rispettano i requisiti giusti e’ possibile arrivare al multilinguismo: due lingue effettive, piu’ una terza lingua, fino ad ottimi livelli, con l’istruzione, se c’e’ la volontà di tradurre in pratica tali obiettivi. <BR>Poi la bozza di costituzione non specifica ne’ chiarisce i diritti e doveri linguistici, quindi si tratta di un documento estremamente debole sia a livello di stati nazionali che di organizzazioni sovranazionali. <BR>Quindi concludo che è assolutamente necessario generare la volontà politica per politiche linguistiche democratiche attive. <BR>Grazie.</P></DIV>[addsig]

You need or account to post comment.