Riprendiamoci la nostra lingua

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Versi che salvano la parola

Anticorpi per lo slang globale

di Alba Donati

… Qualche settimana fa mi è arrivato il libro postumo di Mario Luzi: “Lasciami, non trattenermi” (Garzanti). L’ ho letto con commozione ma anche con una forte incredulità che aumentava pagina dopo pagina. Ogni poesia era perfetta, chiara, altissima. I temi pressappoco quelli di sempre, la morte, la dignità della vita umana, l’accettazione della ‘finitudine’, l’io, il super-io, la vanità e l’individualismo come i più stupidi e insensati valori dell’uomo, e la traccia pre – umana di ogni vita che come un corpo immemoriale si muove in noi prima di ogni costruzione di personalità. Ma il punto non è questo, il punto sono le parole, il lessico, la sintassi: “Ecco, c’è movimento/ negli stabbi / tra le pecore, /gli armenti./ Ha la sua voce notturna / l’acqua / qualche lucore ai vetri,/qualche emergere d’icona/ dal buio delle stanze. / E’ un dono, o un fato/il ricominciamento?”.

In un lontanissimo saggio su Dante, Luzi parlava della ricchezza della sua lingua, della capacità della sua lingua di dire il reale. Ma io leggendo Luzi con una voracità pazzesca, mi chiedevo, e noi? Noi dove andiamo? C’è un alert, oggi: stiamo perdendo le parole, stiamo perdendo la capacità di essere sfumati, ricchi, indiretti, plastici. Rileggiamo tutto Dante e Leopardi, ripassiamo la storia della nostra lingua italiana, riprendiamoci la lingua per dire l’oggi con le parole di sempre, vedrete che attrito, che posture, che salti sulla sedia! Luzi parla a un certo punto di un ex-pescatore alcolizzato, potrebbe essere un tema da Raymond Carver, ma invece vira all’indietro e lo definisce così: “vibra in particolare, in faville/ il cervello di lui”. Un verso difficilmente traducibile, tutta la poesia dovrebbe essere difficilmente traducibile perché luogo di infinite tracce e contaminazioni, luogo dei dialoghi con autori lontani. Invece oggi tutto è traducibile, come se esistesse un unico slang universale senza localismi. La poesia rischia meno della narrativa, è certo. I narratori sono soggetti al marchio dei loro editori, e gli editori dettano le regole, i temi, gli ambiti. Gli editori creano i ‘personaggi’. La lingua non si sa più se sia quella italiana o quella di un’altra tradizione, americana, mediatica e impoverita.

Credo, dunque, che tocchi alla poesia dare un contributo alla salvezza della letteratura. Fuori dai riflettori può ancora lavorare per se stessa e non per compiacere qualcuno, lettore, editore, autore…

(Da La Nazione, 22/3/2009).

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