Rigoni Stern, Sergio Romano e la parola compagno

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USO DELLA PAROLA COMPAGNO UNA LETTERA DI RIGONI STERN

Sergio Romano

A proposito della polemica del Pd sul termine «compagni», le segnalo una lettera di Mario Rigoni Stern, inviata nel 2007 al Convegno Provinciale dell’Anpi di Treviso, come ringraziamento al messaggio di saluto che gli era stato
indirizzato. La lettera è stata pubblicata, in memoria, da Il Calendario del Popolo, agosto-settembre 2008.
Luigi Urettini ninora@fastwebnet.it

Caro Urettini,
Ecco il testo della lettera di Rigoni Stern. «Cari compagni, sì, compagni, perché è un nome bello e antico, che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino «***** panis», che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza, con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze. E molto più bello compagni che camerati, come si nominano coloro che frequentano lo stesso luogo per dormire, o anche di commilitoni, che sono i compagni d’arme. Ecco, noi della Resistenza siamo compagni, perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche insieme vissuto il pane della libertà, che è il più difficile da conquistare e mantenere. Oggi che, come diceva Primo Levi, abbiamo una casa calda e il ventre sazio, ci sembra risolto il problema dell’esistere e ci sediamo a sonnecchiare davanti alla televisione. All`erta` compagni! Non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza. Meditiamo su quello che è stato e non lasciamoci lusingare da una civiltà che propone per tutti autoveicoli sempre più belli e ragazze sempre più svestite. Altri sono i problemi della nostra società: la pace, certo, ma anche un lavoro per tutti, la libertà di accedere allo studio, una vecchiaia serena; non solo egoisticamente per noi, ma anche per tutti i cittadini. Così nei principi fondamentali della nostra Costituzione
nata dalla Resistenza. Vi raggiunga il mio saluto, compagni dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, e Resistenza sempre. Vostro, Mario Rigoni Stern».
È una bella lettera, forse un po’ retorica e d’occasione, soprattutto nella parte finale, ma scritta con calore e con brio. Sul significato e sul valore di «compagno» Rigoni Stern, del resto, ha ragione. La parola è bella per il suo significato originario e per l’uso che ne facciamo nella nostra vita. Vi sono ì compagni di studio, i compagni di lavoro, i compagni di svaghi e di vacanze, i compagni di una vita. E la sola parola che possa rendere con efficacia il senso di una esperienza comune, soprattutto se vissuta in anni difficili. Ma non è, a mio avviso, la parola da usare per definire i rapporti che legano i membri di uno stesso partito politico. Il partito è soltanto una libera associazione fra uomini e donne che hanno un programma comune e si uniscono per realizzarlo, soprattutto in vista delle elezioni. Non è (o non dovrebbe essere) una patria, una famiglia, una forza militante. Non dovrebbe chiedere ai suoi soci una lealtà e una fedeltà incondizionate. Farne parte non è un atto di fede, uscirne non è un tradimento. Dopo la fine della grandi ideologie totalitarie, il partito dei compagni e dei camerati, caro Urettini, appartiene al passato. La parola «compagno» dovrebbe essere usata tutt’al più nelle aule scolastiche, non nelle assemblee di partito.
(Dal Corriere della Sera, 4/7/2010).




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