Riformare il sistema monetario o sarà guerra. Stavolta vera

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Elido Fazi – proprietario dell’omonima casa editrice – ha dato alle stampe il libro "La Terza guerra mondiale? La verità su Monti, l’euro e le banche", secondo cui la colpa della crisi europea va ricercata nella debolezza del dollaro.

«Se non si trova una soluzione allo squilibrio mondiale creato da una finanza lasciata a briglie sciolte, l’unica soluzione sarà lo scoppio di una nuova guerra mondiale. Questa volta fatta con le armi vere, e non solo con quelle della Borsa come è stato finora». Visione pessimista? Probabilmente di Elido Fazi – patron dell’omonima casa editrice – si può dire tutto tranne che sia un pessimista. Anzi, è una persona abituata a guardare avanti, con una punta di fiducia nell’umanità, se è vero che nel suo ultimo libro (scritto in un week end) «La Terza guerra mondiale? La verità sulle banche, Monti e l’euro» dà del tu a Obama – per il quale fa il tifo senza remore – e invoca l’organizzazione di una nuova Bretton Woods per "riformare il sistema monetario internazionale". Il libro – per ora disponibile solo in formato e-book a 1 euro, ma da fine marzo anche in edizione cartacea – è un utile excursus negli ultimi (quasi) cento anni di storia macroeconomica europea e statunitense.

Un sunto denso – ma anche leggero e cosparso di aneddoti veri ma quasi incredibili della vita di Fazi – che sembra la medicina necessaria per il grande male del secolo: la memoria corta. Che, però, è solo il sintomo di un altro male, quello vero: la disinformazione. Il libro è interessante perché, aldilà delle competenze dell’autore che è un economista, nasce dall’incrocio di notizie di cui Fazi è un moderno esploratore, tra la classica lettura dei giornali e la contemporanea ricerca in rete. Cosicché è proprio dando uno sguardo a Wikipedia, durante l’intervista, che pesca l’ultima novità sulla borsa di Kish: «Da confermare ma interessante: venderanno petrolio solo in yen, rupie, euro o con un paniere monetario. Non accetteranno dollari. Siamo di fronte a una sfida molto seria alla valuta americana».

Cos’è la borsa di Kish? Uno dei capitoli "caldi" del libro di Fazi, e una delle notizie più importanti degli ultimi anni: nel 2006 l’Iran annuncia l’apertura di una borsa tutta sua in cui sarebbero stati trattati idrocarburi, non in dollari ma in "monete credibili". La notizia, all’epoca, destò un qualche scalpore anche in Italia, ma presto fu archiviata come "impossibile". «Da parte mia – racconta Fazi – inviai un amico giornalista a vedere che aria tirava. Il resoconto è riportato nel libro: già allora si capiva che la faccenda era seria».

Dunque l’Iran dichiara guerra al dollaro, e in qualche modo privilegia l’euro.

Era inevitabile: il dollaro è finito, e non da adesso. Se l’Unione europea riuscisse a realizzare una reale integrazione, politica e economica, le cose sarebbero ben diverse: sarebbe uno dei "poli" di potere mondiali più ricchi e più stabili. Una vera e propria garanzia contro la guerra.

L’"impero" statunitense, come lei racconta nel libro, è invece messo male da un bel po’…

Gli accordi di Bretton Woods hanno retto per poco tempo. Bisogna tornare ad un certo giorno di luglio del 1944 a Bretton Woods, cittadina del New Hampshire, Stati uniti: lì si riunirono per tre settimane 730 delegati dei paesi vincitori della guerra mondiale per ricostruire il sistema monetario internazionale fino ad allora basato sull’oro. In quella conferenza il grande economista inglese John Maynard Keynes propose la creazione di una nuova moneta di scambio, il bancor, una valuta virtuale che doveva essere emessa da un organismo mondiale dotato di potere di stampa e usato dagli Stati membri come riserva valutaria. Ma l’idea fu fortemente osteggiata dalla delegazione americana, che fece pesare la sua forza militare. Alla fine, a Keynes fu tributato molto onore, ma uscì sconfitto. E gli Usa riuscirono a far approvare il dollar exchange standard: fu stabilito un regime di tassi a cambio fisso basato sulla convertibilità del dollaro in oro. E il dollaro divenne l’unica moneta di riserva internazionale. Insomma, un potere enorme. Ma, appunto, durò poco. Già nel ’71 Nixon, spiazzando il mondo, dichiarò la non convertibilità del dollaro in oro. Una decisione legata alla progressiva diminuzione della riserva aurea statunitense e soprattutto al progressivo indebolimento del dollaro dovuto alla pessima bilancia dei pagamenti degli Stati uniti. Gli americani vivono al di sopra delle proprie possibilità, importano molto di più di quanto esportano. La loro bilancia dei pagamenti è in negativo ormai da decenni, raggiungendo anche picchi come quello del 2007 di 850 miliardi di dollari di debito all’anno, quasi la metà del Pil italiano.

E quindi?

Hanno un disperato bisogno che si commerci in dollari.

Come hanno vissuto la sfida dell’euro?

Male, ma sono proprio gli Stati uniti che possono tirarci fuori dal pantano. Come dice il mio amico Gore Vidal, non ne usciremo finché gli Usa non avranno un leader che sia anche un intellettuale, un uomo in grado di avere una visione, un vero leader mondiale. E un vero leader mondiale, oggi, non può guardare soltanto agli interessi della sua nazione, ma deve guardare anche al bene degli altri. E’ questo il bello della globalizzazione: l’aver interconnesso gli interessi di tanti paesi diversi e distanti. Chi vorrebbe la guerra oggi? Nessuno. Gli Stati uniti hanno interessi profondamente radicati in Cina. Eppure se non si prende atto che il dollaro ormai è una moneta troppo debole e bisogna dare una svolta, è alle armi che si ricorrerà.

Nel suo libro lascia intendere che la crisi economica europea sia stata creata dagli Stati uniti che hanno così voluto indebolire l’euro, quasi che Wall Street fosse il braccio armato degli Usa.

Detta così è troppo forte. La finanza ormai è fatta dagli ingegneri, non ci capisce più niente nessuno, compresa la Fed, la Banca centrale americana. Ma è chiaro che la crisi dei subprime del 2008 è stata riversata sulle spalle degli europei. E la cosa peggiore è che da allora nulla è stato fatto. Anzi, la speculazione è tornata allo stesso livello, se non peggiore, del 2008.

Obama non potrebbe essere quel leader mondiale di cui ci sarebbe bisogno?

Forse sì, per questo nel libro mi rivolgo a lui direttamente. Potrebbe essere lui l’uomo che mette tutti i paesi del primo mondo intorno a un tavolo per decidere un nuovo ordine monetario, e sarebbe bello che lo facesse coinvolgendo anche i cittadini attraverso la Rete. Ma, certo, finora è stato una delusione. E’ l’oggetto del mio prossimo libro, già scritto: "Chi comanda negli Stati uniti?" La Casa Bianca o Wall Street? Dopo la crisi del ’29 Roosevelt mise le banche con le spalle al muro, approvando la Glass-Steagall Act. A Federico Caffè, il professore di Economia che ho avuto in comune con Mario Draghi, piaceva molto: era un esempio di regolazione del potere delle banche. Certo non sarebbe d’accordo con Draghi che regala soldi alle banche con tassi addirittura in negativo – visto che quell’1% va depurato dell’inflazione.

Invece cosa ha fatto Obama?

Per ora un bel niente: spero nel suo secondo mandato. Spero che in questa prima legislatura sia stato bloccato dalla necessità di farsi rieleggere. Quando ha presentato il suo team economico è stato chiaro che Goldman Sachs aveva di nuovo vinto, piazzando al posto giusto i suoi uomini. Se guardiamo all’Italia, poi, Mario Monti che è stato loro consulente per diversi anni è diventato addirittura presidente del Consiglio. Tornando a Obama, la legge Dodd-Frank che dovrebbe riformare il sistema finanziario rischia di essere un buco nell’acqua, ho letto che un’associazione di banche ha messo al lavoro 5.500 lobbisti. Non promette nulla di buono.

Che aria tira in Europa. invece?

Io non sono pessimista, e credo che Merkel abbia un progetto in testa. Un progetto che potrebbe condividere anche con Hollande, se dovesse battere Sarkozy alle prossime elezioni francesi. Credo che Merkel abbia ben presente il progetto di Alexander Hamilton, che ha costruito gli Stati uniti, e voglia andare verso la costituzione degli Stati uniti d’Europa. In questa ottica il fiscal compact avrebbe un ruolo positivo: ai singoli Stati l’obbligo di pareggio di bilancio, possibilità di indebitamento per il governo centrale, con una Bce libera di battere moneta.

Dunque la Germania non vuole uscire dall’Europa?

Neanche per idea, e devo dire che Merkel non vuole neanche l’uscita della Grecia. E’ stata lei, il giorno dell’anniversario del ventennale di Maastricht a febbraio di quest’anno, a parlare del futuro dell’Europa agli studenti universitari. Circondata da statue greche. Se non sbaglio Monti, quel giorno, era in viaggio per gli Stati uniti. In Italia nessuno ha pensato che fosse il caso di ricordare il ventennale del Trattato che ha posto le basi dell’euro.

E se nascessero gli Stati uniti d’Europa, potrebbero convocare la nuova Bretton Woods?

Sì, potrebbero farlo, perché no. E non per sostituire il dollaro con l’euro, ma in un’ottica comune: creare una moneta delle Nazioni. Il grande sogno di Keynes, il bancor. Sono passati tanti anni da quei giorni di luglio del ’44 a Bretton Woods. Oggi potrebbe essere la carta per uscire da questa rovina. Prima che sia troppo tardi.

http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/6736/




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