Riforma: Per salvare la seconda lingua le famiglie pagano 100 euro

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Siete disposti a pagare per far insegnare ai vostri figli una seconda lingua straniera, a scuola? Magari la stessa che prima delle riforma Gelmini era inserita nel programma?
Il caso emblematico di una scelta sofferta per non arretrare in qualità, dopo la cancellazione di ore e sperimentazioni effetto della riforma Gelmini. E già oggi, di fatto, le famiglie “pagano” le supplenze.

Siete disposti a pagare per far insegnare ai vostri figli una seconda lingua straniera, a scuola? Magari la stessa che prima delle riforma Gelmini era inserita nel programma? Ecco la domanda che quest’anno le famiglie hanno trovato sul modulo di iscrizione – consegnato proprio in questi giorni – dello storico liceo scientifico Righi di Bologna: 150 su 310 nuovi iscritti hanno detto sì. Da settembre dunque ognuno di loro sborserà 100 euro l’anno, oltre ai 120 che già pagano per attività diverse – pratica che ormai è la norma alle superiori. Ed ecco il dilemma davanti a cui si è trovato il preside: una «scelta politica», come la definisce lui, sofferta ma inevitabile, fatta «per non svilire la qualità del nostro istituto». Chiusa a fine marzo la raccolta delle iscrizioni alle superiori, comincia dunque a disegnarsi la distanza tra le richieste, le aspettative delle famiglie e le possibilità offerte agli istituti dalla riforma Gelmini.Che alle superiori taglia le ore in tutti i tipi di secondaria: da 36 a 32 nei tecnici e professionali, da più di 30 a un massimo di 27 nei licei. Oltre a cancellare le sperimentazioni, che erano ormai diffusissime. Compresa quella del bilinguismo, «una vera anomalia – riflette il dirigente del Righi, Domenico Altamura -, come abbiamo da subito segnalato al ministero. Sarebbe bastato portare l’orario a 29 ore per metterci nelle condizioni di competere in Europa», che del resto del bilinguismo a scuola ha fatto uno standard. «Invece hanno preferito risparmiare ». Francese o spagnolo dunque spariscono dall’orario. Altamura, già coordinatore dei presidi bolognesi, però non si rassegna. Soprattutto quando vede la richiesta dei genitori. E allora mette le mani avanti. «Noi speriamo che il ministero cambi idea, e ci dia l’organico necessario» a garantire le lingue insegnate in passato. Ma se così non sarà, «pagheremo noi. Chiedendo un piccolo contributo ai genitori». Difficile però pensare di poter assumere in proprio degli insegnanti, la strada più probabile è quella di «una convenzione con enti accreditati presso i consolati perché organizzino corsi facoltativi, al di fuori dell’orario base, per i nostri studenti. A prezzi convenienti». Dallo studio di una materia si passerebbe così alla frequentazione diun corso, tenuto non più da docenti in graduatoria mada esterni. Ovvio che l’impostazione sarà diversa: i corsi puntano tutto su conversazione, scrittura, traduzione. Del resto, la riforma per le lingue (latino compreso) non prevede più lo studio della «letteratura» ma di una più generica «cultura». È un salto che spaventa molti, per il comitato bolognese Scuola e Costituzione (che oggi presenterà un ricorso nazionale contro la riforma) ad esempio è «un passo grave, si apre un baratro». Altamura difende la sua via d’uscita e racconta così il bivio davanti a cui si è trovato: «Potevamo dire, “non ci danno più niente dunque non facciamo più niente”.Ma così avremmo solo finito per dirottare gli studenti su scuole private. Oppure potevamo chiedere un contributo alle famiglie, e mantenere alto il livello di qualità del nostro liceo pubblico: questo è il nostro modo di difenderlo».
SEMPRE PIÙ SOLDI DALLE FAMIGLIE Un bel dilemma. Altri istituti hanno scelto strade diverse, comunque non indolori. Un altro scientifico, il Fermi, per salvare gli insegnamenti di lingue e i laboratori scientifici, fiori all’occhiello delle precedenti sperimentazioni, ha optato per una riduzione delle ore di latino, mentre educazione fisica rimane con un’unica, simbolica ora a settimana. In attesa che gli istituti abbiano un quadro chiaro di come cambieranno i loro curricula intanto l’emergenza rimane quella del pagamento delle supplenze. Solo a Bologna, le scuole avanzano dal ministero oltre 20 milioni di fondi arretrati.Con conseguenze inevitabili: supplenze e ore eccedenti (quelle che coprono assenze sotto i 15 giorni) non vengono retribuite, oppure per farlo i presidi mettono mano ai fondi di Istituto. Alimentati anche – e qui il giro si chiude – con i contributi chiesti sempre più spesso agli studenti. «Di fatto – conclude Altamura – le famiglie hanno già cominciato a pagarsi la scuola».

http://www.aetnanet.org/modules.php?nam … &sid=20573




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