Ricorso europeo: ora il tempo stringe

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Mancano 13 giorni alla scadenza del termine per la presentazione del ricorso del governo italiano alla Grande Chambre di Strasburgo per difendere la legge 40 in appello, prima che la sentenza che ne smonta un aspetto rilevante diventi definitiva. Era il 28 agosto – quasi tre mesi fa quando la Corte europea dei diritti umani (Cedu), in seguito all'impugnazione di una coppia fertile ma portatrice di fibrosi cistica, dichiarò la legge 40 italiana «incoerente» sulla diagnosi preimpianto degli embrioni. L'incoerenza, secondo la Corte, risiede nel fatto che un'altra legge (la 194) permetta poi alla coppia di accedere all'aborto terapeutico. Nell'interpretazione della Cedu la legge italiana imporrebbe di concepire un figlio malato salvo poi dare la possibilità di optare per l'aborto.

Già dal giorno successivo il ministro della Salute Renato Balduzzi aveva ravvisato l'opportunità di presentare ricorso affermando che «c'è un orientamento del governo per presentare ricorso sulla sentenza della Corte di Strasburgo sulla legge 40, allo scopo di un chiarimento giurisprudenziale». Il dibattito ha diviso il Parlamento. Da una parte la capogruppo dei senatori Pd Anna Finocchiaro, Ignazio Marino e la radicale Maria Antonietta Farina Coscioni che hanno chiesto di arrendersi: «È venuto il momento di riscrivere completamente la legge 40, sbagliata, crudele e inumana». Dall'altra, chi invece ha sostenuto la doverosità di un'azione europea soprattutto tra Lega e Pdl, come Massimo Polledri, Maurizio Lupi ed Eugenia Roccella secondo i quali «non ricorrere creerebbe un precedente gravissimo: ogni governo infatti, tecnico o politico che sia, dovrebbe difendere le leggi nazionali votate dal proprio Parlamento».

La competenza sul ricorso, che sinora non risulta ufficialmente entrato in alcun ordine del giorno, è condivisa da due ministeri: Salute ed Esteri. Il 19 ottobre, in un'intervista ad Avvenire il ministro Balduzzi ha confermato il proposito di agire: «C'è una sentenza di condanna della Corte Ue per i diritti umani che a mio avviso è andata oltre le sue competenze e ha travisato la situazione normativa in Italia, creando un problema di sovrapposizione tra giurisdizione nazionale ed europea e, in generale, tra giustizia e politica. D'altra parte la Corte Costituzionale ha conservato a più riprese l'impianto della legge 40, e ha contribuito ad affermare nel Paese il dato culturale più importante: l'embrione ha una soggettività, non è un grumo di cellule. Perciò in uno dei prossimi Cdm presenterò il ricorso dell'Italia».

Emanuela Vinai

Avvenire, 15-11-2012




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