Ricordando Alma Sabatini – Attenti a come parlate: «Bisogna dire sindaca».

Posted on in Politica e lingue 10 vedi

Attenti a come parlate: «Bisogna dire sindaca».

Nel manuale della professoressa Cecilia Robustelli, la parità di genere inizia dalle parole.

di Elisa Pederzoli.

Sindaca, ministra, ingegnera, avvocata. C’è l’elenco di come bisogna chiamare le donne che hanno fatto carriera nella pubblicazione di Cecilia Robustelli, professoressa dell’Università degli studi di Modena e Reggio, dal titolo “Donne, grammatica e media: suggerimenti per l’uso dell’italiano”, promosso dall’associazione Giulia Giornaliste. Ma non è solo una questione di forma. Bensì anche di profondissima sostanza, per la docente di Linguistica italiana.
«E’ il linguaggio – spiega, infatti, – che crea le immagini mentali. Ed è ovvio che se continuo a chiamare le donne al maschile, poi non costruisco l’immagine di una donna che fa certi mestieri e certe professioni».
Come avvocato, ingegnere…
«Certo. Tutte parole maschili che hanno una controparte femminile. Per avvocato, ad esempio, suggerisco avvocata rispetto ad avvocatessa, perché è più snello. Ma qualsiasi forma va bene, purchè si usino quelle già entrate nell’uso comune. Non c’è bisogno di invetantare niente».
Eppure, ancora, non viene così immediato.
«I femminili che fanno più resistenza riguardano professioni di prestigio o ruoli istituzionali di alto livello. Vedi chirurga, ministra, deputata, sindaca. C’è molta resistenza ad esempio a usare il termine “la giudice”. Si tende a usare “il” anche quando è una donna. Salvo se si tratta di qualche fatto di cronaca piccante. Allora, si trova il titolo: la giudica nuda sulla scrivania, la giudice si era tolta i vestiti per prendere il sole in ufficio.
Non è solo una questione di desinenze, quindi?
«E’ una questione di contenuto. Per esempio, in passato, quando una donne venne incaricata di guidare una missione Onu, uscirono titoli come: ha lasciato il marito a curarsi dei quattro figli. Beh, non è questo che si doveva dire.Quando si parla di titoli professionali, alle donne vengono fatti passare come colpe. Sotto sotto passa ancora l’immagine che sarebbe stato meglio se fossero rimaste a casa. Sono stereotipi culturali, questi, che si riflettono attraverso il linguaggio. Talvolta anche senza volere».
Quale dovrebbe essere l’atteggiamento?
«Bisogna pensarci. Il linguaggio trasmette il nostro modo di pensare, di guardare la vita. La lingua è uno strumento potente affidato a ciascuno di noi, bisogna usarlo con più consapevolezza. Bisogna aumentare la consapevolezza dell’uso della lingua e nel modo in cui rappresentiamo la donna. E’ un problema che interessa il linguaggio istituzionale, giuridico. Se ne interessano all’interno dell’Unione Europea, dove si confrontano con lingue in cui il femminile è usato normalmente. Io le tratto all’università con i miei studenti. Sono ancora molti i termini che si riferiscono solo agli uomini e sui quali, ora, si inizia a riflettere».
(Da gazzettadireggio.gelocal.it, 19/7/2014).




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.