Ricerca europea accusa: “Conoscenza dell’inglese ferma a un livello scolastico”. E le altre lingue sono ignorate 

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A TORINO UN SEMINARIO DEDICATO AL MULTILINGUISMO 

L’inglese “fantasma” dei nostri studenti 

Ricerca europea accusa: “Conoscenza ferma a un livello scolastico”. E le altre lingue sono ignorate. 

di MARIA TERESA MARTINENGO. 

 

Un paese che resta impermeabile alle lingue straniere, l’Italia. 
Certo negli ultimi anni, di sforzi per diffondere la conoscenza dell’inglese ne sono stati fatti. Il decreto «La scuola riparte» lo ha previsto fin dalla scuola dell’infanzia. Paradossalmente, però, così è stata danneggiata quel po’ di consuetudine che c’era nei confronti di altri idiomi, a cominciare dal francese, mentre nemmeno i flussi migratori e la globalizzazione spingono numeri significativi di giovani verso lo studio di lingue come cinese, arabo, giapponese. Intanto, l’inglese di chi oggi esce dalle superiori, resta «scolastico», cioè «inutile». 
Su quanto se la passi male il multilinguismo nel nostro paese ha fatto il punto ieri il seminario «Politiche linguistiche per lo sviluppo», promosso dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo e dall’associazione di insegnanti di lingue straniere Lend – Lingua e nuova didattica, nata nel 1971. Al centro dei lavori la riflessione sugli esiti della recentissima indagine europea «Language Rich Europe», condotta in tutti i paesi dell’Unione e in Italia dall’Università per Stranieri di Siena e da Lend. 
I risultati della ricerca: scarsa competenza generale nelle lingue, scarso utilizzo nei servizi pubblici, debole percezione della loro importanza nel mondo della piccola impresa per favorire gli affari. 
All’origine di questa situazione, è stato spiegato, ancora il monolinguismo ricercato dalla politica educativa seguita all’unificazione italiana. «In anni più recenti, la responsabilità è dell’inadeguatezza delle risorse, dell’organizzazione, della formazione per i docenti, della mancanza di collegamenti sistemici con il mondo delle imprese», ha detto Monica Barni, rettrice dell’Università per Stranieri di Siena. 
«Il piano del ministro Gelmini per la formazione degli insegnanti di inglese nella primaria – ha spiegato Silvia Minardi, presidente nazionale di Lend – è costato un milione di euro: il piano di formazione più costoso mai fatto qui in 150 anni. Purtroppo sta producendo risultati poco soddisfacenti». Per Lorenza Patriarca, responsabile di Lend Piemonte «La didattica delle lingue con i bambini deve servire a creare disponibilità all’apprendimento. 
Di qualsiasi lingua. Per questo anche il francese, lo spagnolo o il tedesco, bagaglio di molte maestre, potevano funzionare. Invece nella scuola di base domina un inglese precario e la ricchezza delle altre lingue si perde». Ieri è stato detto che dopo otto anni di inglese, molti ragazzi in prima liceo devono essere rimotivati… 
Un paese, l’Italia, che oltre a non credere nelle lingue straniere, è all’ultimo posto nella graduatoria Ocse per il grado di conoscenza dell’italiano. D’altra parte, è emerso che il 40% degli abitanti continua a parlare alternativamente l’italiano e il dialetto E nemmeno è valorizzato il plurilinguismo legato alla presenza degli immigrati, mentre vengono stimate 200 nuove lingue. Ai nuovi cittadini, poi, nemmeno si insegna con efficacia 
la lingua nazionale. Nella scuola, è stato ricordato, un sostegno linguistico strutturato in italiano L2, seconda lingua, non è tuttora previsto. 
Tutta questa debolezza si riflette nell’economia. Eppure piccola e media impresa faticano a riconoscere l’importanza di personale che conosca la lingua del paese con cui si fanno gli affari. 
Per ottenere 24 questionari compilati i ricercatori hanno dovuto inviarne a mille aziende. «Il 10% dei contratti – ha detto Luisa Salvati, dell’Università per Stranieri di Siena – va perso se non si conoscono lingua e la cultura dei partner commerciali. Con Cina, India, Giappone, paesi arabi i primi contatti sono in inglese, poi tutti preferiscono usare la propria lingua». 
Due casi: un piccolo imprenditore è riuscito a vendere i suoi coltelli in Giappone traducendo in giapponese la storia e facendo capire la cura artigianale della sua attività. Un altro non è riuscito a vendere cantucci in Cina: erano ottimi ma avvolti in un incarto bianco. Il colore del lutto. 
(Da La Stampa, 30/11/2013).




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