Resistenza alla lingua inglese.

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Ci basta dire ‘I love you’.

di Viviana Ponchia.

Usiamo le chat, i social network, facebook, twitter. Andiamo ai meeting e alle convention, prendiamo un drink, facciamo pranzo nei fast food. Ma al momento buono tutto quello che sappiamo dire è ‘I love you’. Sarà il vecchio trauma di ‘z chet is on z teibol’. Perché quel gatto stava sempre sul tavolo? Perché non c’erano due professori che pronunciassero allo stesso modo un articolo unisex buono per tutte le stagioni come ‘the’? Noi che veniamo dalle acrobazie greche e latine, ancora dopati da consecutio e declinazioni, continuiamo a essere dei brocchi assoluti nella lingua più facile del mondo. Eppure l’inglese oltre che agile e accogliente è anche dappertutto. Si sostituisce per ’default’ all’italiano, ci fa cantare ‘can’t stop the feeling’, riempie i cartelloni pubblicitari ricordandoci che ‘life is now’. E finalmente dopo decenni di vergognosi tentativi di traduzione si è ripreso anche l’onore dei titoli dei film, perché mai più si compia la barbarie di trasformare un verso melodioso come ‘Eternal sunshine of the spotless mind’ nell’avvilente ‘Se mi lasci ti cancello’.
E DIRE che lo studiamo tantissimo. Dall’asilo addirittura, dove tutti escono con ‘Jingle bells’ stampato in testa, compresa la misteriosa frase ‘In a white horse open sleigh’ storpiata in maniera sapiente. Al momento buono, però, buio totale. Quelle penose telefonate per prenotare una stanza a New York incerti sulla misura del letto (twin size, full size, queen size, king size: anche loro, però). Quel goffo compitare di fronte a un testo scritto dove – è più forte di noi – vogliamo pronunciare tutto quello che è messo nero su bianco perché se sta lì un motivo ci sarà, come la G dei gerundi e la K di to know. O al contrario la riluttanza a concedere spazio alla lettera più bistrattata del nostro alfabeto: se in italiano la H è un fantasma muto, tale deve restare in inglese, a costo di spezzare il cuore di una parola come Heart. Dicono che facciamo troppa accademia, incaponendoci su una grammatica che non esiste anziché prenderla spontaneamente come i danesi, che alle elementari hanno lo stesso numero di ore ma in compenso guardano i film in lingua originale. Sarà. Tanto finisce che all’estero ci facciamo sempre riconoscere, non solo per la cintura firmata o il tono di voce. Parliamo una lingua vivisezionata ma non vissuta, ci intestardiamo a fare di hungry e angry la stessa cosa, rischiando un pugno in faccia quando basterebbe un panino.
(Da quotidiano.net, 2/10/2016).

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