Repubblica it: Per l’inglese la scuola non basta e i costi arrivano a 20 mila euro.

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Repubblica it: Per l’inglese la scuola non basta e i costi arrivano a 20 mila euro
10-13 anni di lingua straniera nelle aule non sono sufficienti L’Italia continua ad essere indietro rispetto agli altri Paesi europei
25/05/2008
la Repubblica

Bisogna svenarsi in corsi, lezioni private, soggiorni all’estero
di SALVO INTRAVAIA

Imparare l’inglese, in Italia, è roba da ricchi. La scuola, sostengono gli stessi italiani nell’ultima indagine Censis, non riesce spesso a fornire neppure una preparazione a livello "di sopravvivenza". E una famiglia che vuole mettere un figlio nelle condizioni di esprimersi correttamente in inglese deve essere disposta a sborsare fino a 20 mila euro.
A scuola, la lingua straniera (in prevalenza l’inglese) si studia per 10 o 13 anni ma evidentemente non basta: nonostante ore e ore di lezione, i nostri giovani restano indietro rispetto ai coetanei degli altri paesi europei che all’estero riescono a comunicare con una certa scioltezza.
Così, chi vuole imparare l’inglese è costretto a rivolgersi ai privati. Ma per mamme e papà che intendono dare ai figli una marcia in più per lo studio, il lavoro o, semplicemente, per comprendere come si "muovono" le cose all’estero, districarsi nella giungla dei livelli europei, delle certificazioni, dei corsi, delle lezioni private, delle vacanze studio all’estero e dell’Europass non è affare semplice.
Cosa significa "conoscere" l’inglese? Quanto deve studiare un ragazzo per raggiungere un livello soddisfacente? Come e dove apprendere la lingua straniera? E quanto costa? Una cosa sembra certa: almeno l’inglese in futuro dovranno conoscerlo tutti. Nel 1998 il Consiglio d’Europa ha introdotto il Pel (il Portfolio europeo delle lingue) che contiene il Passaporto delle lingue. Il documento viene redatto in modalità di autovalutazione in base alle competenze e ai livelli descritti nel Quadro comune europeo di riferimento per le lingue.
Lo strumento viene utilizzato in quasi tutti i paesi europei, ma in Italia non è ancora abbastanza diffuso e applicato. Due anni dopo, nel 2000 a Lisbona, lo stesso organismo ha identificato l’apprendimento/insegnamento delle lingue straniere come uno dei principali temi di sviluppo (economico, sociale, occupazionale e culturale) per l’Europa. E nel 2001, il Consiglio dei ministri europei ha fissato sei livelli di competenza linguistica e comunicativa (dall’A1 al C2). Il primo (A1) è un "livello introduttivo o di scoperta", il successivo (A2) è il livello intermedio o di "sopravvivenza". Ci sono poi due livelli intermedi (B1 e B2) e due livelli avanzati: C1 e C2. Sei le competenze prese in considerazione nel "Quadro comune di riferimento delle lingue": listening (comprendere), speaking (parlare), reading (leggere) e writing (scrivere), interacting (interagire), mediating (mediare).
Ma quanto occorre studiare per raggiungere i diversi livelli? Per Emanuela Sias, del British Council (l’ente internazionale britannico per le relazioni culturali e le opportunità educative) "potrebbero bastare mediamente 120 ore di lezione per ciascun livello". Per raggiungere un livello B2, che consente di "interagire con relativa scioltezza e spontaneità e produrre testi chiari e articolati su un’ampia gamma di argomenti", sarebbero sufficienti in media 480/500 ore di lezione.
Basta dare un’occhiata ai prezzi di mercato delle lezioni private o dei corsi di inglese per farsi un’idea della spesa da affrontare: da 10 a 20 mila euro per lezioni individuali che costano 20/40 euro l’ora o 4.000/7.500 euro per lezioni di gruppo con al massimo 8 persone. Il tutto, per un impegno variabile dai 4 ai 6 anni. E per un livello B2 si può arrivare anche a mille ore, con costi che inevitabilmente lievitano.
Chi se lo può permettere, in estate fa la vacanza studio che per due settimane nei college più prestigiosi può arrivare a sfiorare i 2.500 euro. Chi ha meno disponibilità può optare per la vacanza studio "in famiglia". All’estero è la scuola il contesto privilegiato in cui si imparano le lingue. In Italia, per dimostrare di conoscere l’inglese ci si sottopone all’esame, con costo aggiuntivo, per ottenere una delle tante certificazioni rilasciate dagli enti che fanno capo a istituti britannici o americani (K. E. T, P. E. T., F. C. E., C. A. E., C. P. E., T. O. E. F. L., I. E. L. T. S., Pitman, Cylet, Trinity, E. S. B, per citare le più gettonate). Ogni anno, nel nostro paese, sono circa 230 mila le persone che sostengono l’esame per una certificazione; 100 mila, per lo più ragazzi, si sottopongono a un esame per la certificazione Trinity, divisa in 12 livelli. "Il 70 per cento proviene dalla scuola – dice Claudia Beccheroni, responsabile del Trinity per l’Italia – il 30 per cento ha seguito altri percorsi".
E le mille ore di inglese che si studiano dalle elementari al superiore in Italia? Come mai non riescono a fornire le competenze adeguate? "Le mille ore scolastiche di inglese – continua la Beccheroni – non sono tutte di input attivo. Gli insegnanti si devono occupare anche di altro e le classi sono formate per età anagrafica, non per competenze. Così si demotivano gli alunni e si spreca tempo perché alla fine di ogni ciclo di scuola invece di far tesoro delle competenze acquisite si ricomincia da what’s your name?". Ma l’organizzazione, da sola, non basta. Servono anche investimenti per l’aggiornamento dei professori perché una lingua "se non viene esercitata si dimentica o si ‘arrugginisce".
All’estero le cose vanno diversamente. "Bisogna fare una distinzione – spiega Claudia Beccheroni – tra insegnamento e apprendimento: il primo è confinato all’ambiente scolastico. Nei paesi dove la lingua inglese è parlata anche dalla popolazione l’apprendimento avviene oltre l’insegnamento formale: dalla televisione e dal cinema senza doppiaggio, ad esempio, che danno una esposizione alla lingua che in Italia è impossibile avere".
E ancora. Libri e giornali in inglese, biblioteche specializzate e internet, che offre anche i corsi on line. Ma soprattutto il Clil (Content and language Integrated Learning): lo studio a scuola di una disciplina in inglese che secondo Linda Rossi Holden, docente di glottodidattica presso l’università di Bologna e curatrice di vari progetti di formazione linguistica a livello europeo, "è il metodo più efficace per imparare una lingua straniera".
Intanto, gli italiani restano indietro. L’ultima indagine Eurobarometro (2006) sulla conoscenza delle lingue straniere condotta dalla Commissione europea è impietosa: l’Italia è al terzultimo posto tra i paesi dell’Ue a 25. Coloro che hanno dichiarato di sapere parlare sufficientemente bene per partecipare a una conversazione in una lingua straniera sono appena 41 su 100. E la lingua più conosciuta è proprio l’inglese.
In paesi come il Lussemburgo, la Slovacchia, la Lettonia e la Svezia le percentuali superano il 90 per cento. In Finlandia sono in grado di sostenere una conversazione in una lingua diversa da quella madre in 7 su 10 e in Francia più della metà dei cittadini. In Italia, la strada per il multilinguismo è lunga: gli italiani che conoscono tre lingue straniere sono 7 su 100, in Danimarca 30 e in Olanda 34 su 100.




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