Renzi: il cambiamento dietro le parole?

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IL CAMBIAMENTO DIETRO LE PAROLE.

di PAOLO FRANCHI.

Le parole di Renzi, come quelle di gran parte della sua generazione, mancano
di profondità storica. Suonano insostenibilmente leggere, schiacciate sul presente.
Ma per paradosso sono assai impegnative, specie quando evocano un`idea di radicale
cambiamento dello Stato.
Per Giorgio Mastrota, il re delle televendite di materassi, Matteo Renzi è un «grande venditore»,
figlio, come lui e come tanti altri quarantenni, «delle tv di Berlusconi degli anni Ottanta». Per
Mastrota si tratta, ovviamente, di una virtù. Per Eugenio Scalfari, si capisce, no.
Quella di Renzi, ha detto sin dall’inizio, è un’eloquenza sin troppo casual. Così
casual da far annotare a Daniel Cohn-Bendit che quella da lui propugnata è di sicuro una rivoluzione. Di cui però non è dato sapere la natura. Di sinistra? Di destra? Chissà.
Per provarsi a capire, è meglio fare un passo indietro. Se è vero che ogni tempo
della politica ha una sua retorica e un suo lessico, c’è da chiedersi quale tempo sia
mai stato quello afasico da cui stiamo uscendo. Così gramo da non trovare nemmeno (con la sola eccezione, piaccia o no, di Silvio Berlusconi) le parole per raccontarsi. E da vedersi costretto a
prenderle in prestito dal passato prossimo e meno prossimo. Come tutte le formule magiche, anche quelle della democrazia di massa più che per pregnanza programmatica si sono distinte, quando hanno funzionato, per forza evocativa e capacità di intercettare speranze e passioni tanto diffuse quanto vaghe.
Nemmeno ai suoi albori la cosiddetta Seconda Repubblica ne escogitò di particolarmente seducenti. Ma la «rivoluzione dei sindaci» o la «religione del maggioritario», nel cui nome Silvio
Berlusconi si reputava addirittura «unto» dal popolo sovrano, furono segnate dallo spirito pubblico di una stagione, e lo segnarono. Ressero un paio d’anni. Poi, più nulla: la guerra civile a bassa intensità tra berlusconismo e antiberlusconismo si è nutrita, come tutte le guerre, comprese
quelle pacioccone, di un linguaggio almeno virtualmente bellico. Quando è sfumata, protagonisti e cronisti, per non trovarsi muti, hanno ripreso a nutrirsi voracemente del vocabolario antico della
Prima Repubblica, come se le contese terminali della Seconda ne fossero solo una sfumata fotocopia. Così, per restare agli ultimi mesi, è stata riesumata, con tutto il suo carico di misunderstanding e di inganni, la «staffetta» a Palazzo Chigi: stavolta non tra Bettino Craxi e un
democristiano, come nel 1987, ma tra Enrico Letta e Matteo Renzi. E già da un pezzo erano tornate in auge le «larghe intese», croce e delizia della politica italiana nella seconda metà dei Settanta.
Persino quando Renzi ha abbandonato la prospettiva di farsi incoronare dal popolo sovrano per puntare dritto su Palazzo Chigi, il saccheggio del vocabolario politico d’antan è continuato. Ha fatto la sua ricomparsa persino l’annosa questione del «doppio incarico» di presidente del Consiglio e segretario del partito di maggioranza: sul finire degli anni Ottanta ci si era impiccato Ciriaco De
Mita che, per averli voluti entrambi dal suo partito (il meno presidenzialista del creato) alla fine non ne ebbe nessuno, adesso il problema, almeno a giudizio della minoranza del Pd, si sarebbe dovuto ripresentare per Renzi. Ed è stata riproposta, quarant’anni dopo, anche la famosa teoria andreottiana dei «due forni», secondo la quale la Dc, per definizione centrale, avrebbe dovuto acquistare il suo pane ora a destra, dai – liberali, ora a sinistra, dai socialisti: il Renzi alleato di Angelino Alfano al governo e di Silvio Berlusconi per le riforme non avrebbe fatto che rieditarla.
Con buona pace di noi cronisti attempati, è durata poco. Anzi, pochissimo: «La ricreazione è finita», ha esordito Renzi aprendo il suo primo Consiglio dei ministri. Forse era una citazione di Charles De Gaulle 1968 («La chienlit c’est fini») o di Carlo De Benedetti o di Giulio Tremonti. O magari, più semplicemente, un ricordo dei tempi della scuola, come si conviene a un eterno ragazzo. In ogni caso, a giudicare da quanto è capitato nelle settimane successive, quel motto era un epitaffio per una lunga, estenuante stagione di post comunisti, post fascisti e post democristiani in cerca d’autore. E il segno dell’inizio forse di una stagione, sicuramente di una retorica politica nuove. Non è questione di tweet, di cappotti abbottonati alla bell’e meglio, di metafore calcistiche, di citazioni cinematografiche o musicali. Le parole di Renzi, come del resto quelle di gran parte della sua generazione, mancano di ogni profondità storica, così che suonano spesso insostenibilmente leggere, tutte schiacciate sul presente. Ma, per paradosso, sono estremamente impegnative, specie quando volutamente evocano un’idea di radicale cambiamento dello Stato, dei rapporti tra le classi, come si sarebbe detto una volta, e prima ancora tra le generazioni, che dovrebbe tornare a essere, nelle ambizioni, un compito, anzi, il compito della politica. Una contraddizione insanabile? Può darsi. Fin qui, venditori progettuali e post politici iper politici non se n’erano mai visti. Però c’è una prima volta per tutto.
(Dal Corriere della Sera, 20/3/2014).

 




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